lunedì, aprile 28

Rearview mirror.

28 Aprile 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Esterno notte.


Uno specchio deformato che ha gli occhi grigi di Nathan Snow e il suo ghigno ottuso da stronzo spaccateste, da carogna persa nel gorgo dell’inutilità. Marshall ci si guarda attraverso e sente lo stomaco rivoltarsi come un calzino. Spalma una mano contro il muso per frenare la nausea e trova lo spessore ruvido dei punti cuciti a tenere insieme i lembi aperti del sopracciglio. La carne ferita brucia al passaggio dei polpastrelli callosi e fa schioccare di sollievo i muscoli intrecciati lungo la schiena. Da fare a piedi dall’infermeria di Sunset Tower alla nave è lunga, le suole degli scarponi da lavoro strisciano e incespicano lungo il crinale frastagliato del canyon che domina il panorama di lamiera e fango dei quattro distretti che confluiscono e s’intrecciano lungo i tralicci di ferro dello spazioporto, proiettato verso il cielo di un pianeta consumato da se stesso. Il ghigno da stronzo suicida di Snow che gli grida in faccia "Non pensare, picchia". La violenza non è una droga più letale delle altre; solo più veloce ad ammazzarti. Dopotutto ogni maniera è buona per annichilirsi il cervello, e tutte le mattine Marshall deve ripetersi che la lucidità non è una punizione. L’ultima volta che ha avuto per le mani una bustina di switch l’ha rubata alle tasche del padre di Moloko e se l’è girata fra le dita per ore, l'ha annusata attraverso la plastica come un disperato e adesso si chiede se per impedirsi di aprirla gli siano serviti più coraggio o più vigliaccheria. Masticandosi le dita, quando non le passa fra i capelli sfatti nel tentativo vano di placare le contrazioni dolorose della testa che pulsa come un secondo cuore, pensa a quanto vorrebbe affondare le nocche nella faccia di Snow fino a renderla un pantano di sangue. Strappargli il ghigno dalla faccia. Dimenticarsi cosa si prova a strisciare in cerchio come un cane che si morde la coda e vivere giorni tutti uguali, scacciando ogni mano tesa col terrore confuso di essere trascinati alla luce del sole, costretti a guardare in faccia le macerie della propria vita. Marshall si ferma, in bilico fra i crostoni di roccia, e si piega sulle ginocchia a vomitare. Asciuga le labbra con il dorso di una mano larga e rivolta il braccio sinistro per contare le tacche nere tatuate sulla pelle corrosa da buchi rimarginati. Si tira in piedi, asciuga la fronte con l’interno del polso spesso e sputa a terra un grumo di saliva. Per tenere in piedi una torre di macerie impilate fino al cielo ci vogliono equilibrio e molta ostinazione.

Well, we do the best with the souls we’ve been given.

lunedì, aprile 21

You can scratch all over but that won’t stop you itching.

21 Aprile 2516,
Polaris (Koroleva).
Interno notte.


Il Wyoming Archangel’sk lascia l’orbita in orario, spaccando la crosta invisibile del cielo di Koroleva con un fremito di lamiere improvvisamente libere da tonnellate di pressione atmosferica. Marshall ha salutato Elian allo spazioporto e si è fermato a comprare un paio di pacchetti di natsional’nyy prima di lasciare il pianeta. Se ne rigira una fra le dita robuste, seduto sul bordo della branda, nella cabina spoglia e immersa nel cigolio sommesso che le vibrazioni del motore nucleare iniettano fra le giunture metalliche dell’astronave. Si è potuto sfilare di dosso gli strati di lana infeltrita, ora che il gelo rigido di Stalingrad non gli frusta più le ossa, ma ha i polpastrelli spaccati dal freddo e nel naso un’umidità fastidiosa.

"Secondo me ti ha raccontato solo stronzate su quell’accendino."

La voce prende corpo nell’angolo della cabina dov’è imbullonato lo scrittoio. Sollevando il mento con uno scatto allertato, Marshall trova i quadri verdi e bianchi della camicia larga e sdrucita che veste le spalle spesse di un ragazzo sulla ventina, addossato di natiche al bordo del tavolino di metallo e impegnato a ricacciare indietro con le dita la torma ramata di riccioli accatastati sulla testa.

"… Non è una specie di costante, con le donne della tua vita?"

Dorian Beckett si appende le sopracciglia in fronte con un singhiozzo interrogativo, indolente e malinconico dei lineamenti dolciastri, ancora non del tutto lavati dagli strascichi dell’adolescenza. Seduto scompostamente, con un piede scalzo piantato a terra e l’altro sul bordo dell'unica sedia in dotazione alla cabina, riflette l’allerta limpida dello sguardo di Marshall nel verde degli occhi umidi e annacquati dall’alcolismo.

"Te lo ricordi quello scricciolo che ti ha venduto a Joe Black, no? … Zoe Morrigan. – il sorriso che gli scivola sotto i baffetti fulvi è intriso di un’ironia mesta, – Vuoi dirmi che non le spezzeresti qualche osso, se non fosse sparita dalla faccia del ’Verse?"

Marshall scrolla le spalle con uno spasmo nervoso dei muscoli, rivoltando il labbro superiore contro ai denti e sfiatando dal naso un grumo di sprezzo denso.

"Non ti risponderei neanche se esistessi davvero." – gli fa notare, svogliatamente, arricciando gli angoli della bocca in un sorriso ripido e addentando l’estremità morbida della Nazionale senza filtro.

"È proprio perché esisto solo nella tua testa che non ho bisogno di una risposta."

La logica quieta di Dorian gli gonfia la schiena larga d’insofferenza, annodando il groviglio di muscoli elettrici e iniettando un’urgenza stizzita nelle dita spesse che rivoltano la scatola dei fiammiferi, spezzandone un paio prima di riuscire ad accendere la sigaretta. Nemmeno il sollievo avvelenato del primo sorso di catrame riesce a spegnere il formicolio dilagato sotto la pelle come una laboriosa colonia d’insetti.

"… Chissà la madre di tuo figlio che cosa non ti racconta. Magari se la fa con quel negro enorme. Non ti sembra un po’ uno di quei tori del Red Hooves? Deve avercelo molto più grosso del tuo."

Beckett si tira in piedi senza fretta, stiracchiandosi, ed allunga una mano grande e callosa, sporca di olio motore, per raccogliere la matassa di corda appesa allo schienale della sedia. La sbroglia senza fretta, con metodo, piegando il mento ispido di peluria acerba incontro alle clavicole scoperte dal colletto spiegazzato. Marshall lo guarda annodare un’estremità della cima, chiedendosi confusamente da dove venga mentre recupera la cicca con due dita, raspando l’angolo interno degli occhi con quelle della mano libera.

"In quel caso sarebbero solamente cazzi loro."

"Hhnnon è così che hai perso Sue, Lee? Dandole troppa corda e spedendola dritta nelle braccia di un altro?"

"Sue si era trovata l’uomo migliore che potesse trovarsi, pace all’anima di quel povero diavolo."

Dorian annuisce, rovesciando gli occhi in alto per valutare la distanza della trave di legno che attraversa il soffitto della cabina, più simile all’architrave portante di una stalla o di un vecchio fienile, fusa nel metallo alla maniera irreale di certi sogni saldati insieme. Marshall scatta in piedi, coi muscoli vibranti come cavi tesi, quando lo vede oscillare la corda e poi lanciarla per farne passare l’estremità annodata oltre il sostegno solido della putrella. Deglutisce a fatica un bolo di fumo e saliva mentre Beckett finisce di preparare il cappio, soppesandolo dal basso con compiacimento assorto.

"… Così, in realtà l’unica donna che hai sempre cercato di tenere al guinzaglio è stata Sharon."

"Fuck you. – Marshall gli ringhia addosso, a bruciapelo, prima che abbia pronunciato l’ultima lettera del nome di sua sorella; – Dovresti sciacquarti quella bocca di merda prima di nominarla."

La tentazione d’ingoiarsi la distanza esigua fra il letto e l’angolo della cabina gli rivolta i fasci di carne sotto la pelle e i vestiti, ma le dita di Dorian abbandonano la ruvidezza della corda per arrampicarsi lungo la fila di bottoni della propria camicia. Li slaccia uno per uno, svelando il torace asciutto e l’intreccio generoso dei muscoli, inchiodando le spalle di Marshall al muro con l’alone violaceo e arrossato dei lividi freschi che gli mangiano la pelle a chiazze.

"Hai ragione. Mi dispiace."

Dorian stropiccia una smorfia triste, di rassegnazione malinconica, mentre lascia cadere a terra la camicia e contempla, indeciso, l’orlo dei jeans leggermente cascanti sui fianchi stretti. Se li tiene addosso, afferrando la spalliera della sedia per trascinarla sotto il cappio ed issarcisi con un guizzo svelto, quasi ansioso, delle gambe lunghe. Marshall fa leva sulle proprie appena prima che cedano, scollandosi dalla parete con uno spasmo dei gomiti per imboccare la porta automatica ed affacciarsi precipitosamente sul corridoio vuoto del Wyoming, proprio mentre il tonfo della corda tesa gli stura le orecchie dall’interno, spremendo al cuore una picchiata violenta ed annodandogli le viscere in un grumo pulsante di nausea. La sigaretta è rotolata in terra nella foga di sfilarsi alla prigione della cabina infestata, e nel tubetto del nootropam gli sono rimaste quattro pillole.

Le prende tutte.

giovedì, aprile 17

Welcome home.

Giugno 2511,
Bullfinch (Timisoara).
Esterno giorno.


A piedi dal campo d’atterraggio su cui li hanno sbattuti è lunga, ma l’impressione di non sentirsi più i muscoli è familiare, sedimentata come il fischio del mortaio nelle orecchie e il rimbombo di ogni detonazione in fondo al cranio. Timisoara sembra una città fantasma, isolati interi abbandonati e quartieri sfollati per paura delle bombe. La nebbia si è mangiata le pareti delle case, ha reso il legno marcio e la terra umida. Bullfinch accoglie i suoi sopravvissuti nella cornice spenta di un’estate spettrale, e la periferia della capitale non sembra più affollata della vetta delle St. Louis Mountains.

A venire fuori dalla porta del vecchio saloon è una sagoma sola, smagrita e fragile come i fili secchi dei capelli biondi, sporchi e annodati che ha appesi lungo le spalle. Si muove come se lo sterrato le dovesse cadere a pezzi sotto ai piedi, barcollando con le braccia strette al petto per tenerci inchiodato un fagotto di stracci laceri quanto la sua faccia rigata di polvere. Nina è sciupata dall’insonnia e dalle privazioni, ha la pelle sporca incollata alle ossa come una guaina pallida. La sensazione che il vuoto al suo fianco sia il risultato di una mutilazione non colpisce Marshall tanto in fretta quanto suo fratello. Nina è costretta a ingoiarsene lo sguardo disorientato come un macigno. Vacilla ed accomoda fra le braccia le pieghe irrequiete del groviglio di stracci.

"Lei non ce l’ha fatta."

Le gambe di Mitchell si spezzano come due rami secchi. Marshall non riesce ad afferrarlo prima che le ginocchia gli si schiantino nel fango e boccheggia, travolto dall'impotenza, raspando la desolazione opaca degli occhi di Nina che oscillano disperatamente fra i suoi e l’orrore umido, senza appigli, che ha reso lo sguardo del maggiore dei Lee profondo come una voragine.

"Fuck. – Marshall spazza i capelli sfatti con una manata urgente, arpionandoli per conficcarsi manciate di spilli dentro la cute, – … Che aspetti? Dagli il cazzo di bambino."

Nina si scuote, annuisce, si accoscia sui calcagni per ficcare il fagotto tra le braccia di Mitchell. Il peso insignificante di suo figlio gli restituisce il respiro, sfilando fuori piano la disperazione insinuata tra pelle e ossa ad impedirgli di avvertire il proprio corpo. Ricorda, poco a poco, dell’umidità affondata dolorosamente nel buco delle ferite rimarginate di fresco, dell’aderenza molle della fanghiglia sotto le ginocchia, del bruciore delle lacrime lungo le guance fattesi spigolose in trincea. Ricorda tutti i piccoli fastidi di un corpo malridotto e vivo. Si ricorda che ha fame, realizza che anche il bambino avrà fame, e quando finalmente, quasi senza pensarci, abbassa lo sguardo sui suoi lineamenti minuscoli, si accorge che il bambino è una femmina. E che è fregato. Deve rimettere insieme i pezzi in fretta e meglio che può, perché sua moglie se n’è andata scaricandogli il futuro tra le braccia.



Aprile 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


La bambina bionda siede a gambe incrociate sul terriccio bruciato dagli aghi di pino e fissa la lapide bianca, incrostata di muschio, su cui l’uomo imponente alle sue spalle proietta di taglio la propria ombra immensa. La bambina ha occhi seri e limpidi, mani piccole a cui gli strascichi della guerra hanno teso la pelle sulle nocche spigolose. Deposita tre fiori dalla testa gialla davanti alla punta di cuoio dei propri scarponi.

"Anche se quest’anno la primavera è venuta nuda e un po’ malata, il Re Cervo me li ha fatti trovare per te. Vedi, questa sono io, questo è Hope. E questo è Bobby François."

L’uomo sfiata un grumo d’aria attraverso il naso, strofinandosi la nuca bionda con una mano larga e ancora indurita dai geloni invernali.

"Kiddo, Bobby François- …"

"… Riposa nella terra, lo so. Ma può avere un fiore anche lui?"

La bambina torce il collo sottile come lo stelo dei ranuncoli allineati in terra, rovesciando la testa per sbirciare l’uomo dal basso, di sottecchi, con un occhio semichiuso incontro al sole.

"Certo. Certo che può."

Justice Lee abbozza un sorriso furbo, soddisfatto, e si allunga di getto per schioccare un bacio sulla pietra fredda della lapide. Poi si appende alla mano di Mitchell per tornare in piedi, lasciandosi raccogliere fra le sue braccia come un fiore colto nel prato.

"Sono pesante?"

"Come un bue grasso."

"… Allora portami a casa in braccio."

Il sole bacia la terra ferita di Bullfinch che guarisce lentamente, seppellendo le cicatrici delle bombe fra le radici degli alberi.



Here, beneath my lungs, I feel your thumbs press into my skin again.

martedì, aprile 1

You won’t fool the children of the revolution.

1 Aprile 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


"Non ci posso ancora credere che hai fatto questa cosa senza di noi."

Justice se ne sta con le spalle premute sul bordo del tavolo in salotto, le braccia intrecciate davanti al petto e due occhi da mastino sguinzagliati verso l’alto. Marshall non riesce quasi a credere che sia la stessa bambina che ha baciato in testa l’ultima volta, prima di lasciare Bullfinch e scoprire che nove mesi passano in un battito di ciglia. Arriccia sul muso ispido un ghigno crudo e disorientato, trascinando dallo stomaco alle labbra la sensazione di avere perso irrimediabilmente qualcosa.

"Mi dispiace, Jay-Lee, non potevo correre qui ogni volta che avrei voluto, ah? – gli occhi di Marshall scivolano di là dal tavolo, in cerca di una via di fuga, ma trovano solo il sorriso sfottente di suo fratello Mitchell a fare capolino dall’incrocio di braccia spalmate sul legno. – … Sono stato occupato."

Il minuscolo Generale Lee scrolla la testa bionda (quand’è che i capelli le sono arrivati alle spalle?) e spinge in faccia allo zio il singhiozzo scettico di un sopracciglio.

"I think you’ve been just dee-iu-em-bee."

Marshall tira indietro la nuca di scatto, come se una mano invisibile lo avesse preso e schiaffeggiato a tradimento, e spinge un grumo d’aria secco su per le narici contratte nella smorfia d’incomprensione feroce che gli ha arpionato la faccia.

"Me, dumb? Fuck. – gli occhi slavati spazzano il salotto, falciando la ghigna serafica di Mitchell e i denti di Nina, puntellata col gomito sulla spalla del maggiore dei Lee, che schiacciano il labbro inferiore fino a sbiancarlo. – … Why the hell is she talkin’ like this, anyway."

È sua sorella a venirgli in aiuto, impietosita dal raspare smarrito delle cinque dita spesse con cui lo guarda rivoltarsi sulla testa i capelli bruni e disordinati.

"Spelling. Sta imparando a scrivere. – rivela, raddrizzata la schiena per stringersi nelle spalle, già incamminata verso la porta con una virgola di sorriso stretta in bocca; – Tocca a me fare legna."

Mitchell, ancora spalmato sul tavolo come un gatto sornione, dondola la testa di lato e schianta in faccia al fratello minore un lampo comprensivo degli occhi ridenti. Marshall scrolla le spalle, tornando ad inghiottirsi il verdazzurro limpido e gravoso dello sguardo di sua nipote.

"Whatevs, kiddo. Lo vuoi vedere o no questo bambino."

Hope è rivoltato al centro letto di Nina, al piano di sopra, e quattro mesi di vita gli hanno asciugato le chiazze di petrolio degli occhi per rivelarne la trasparenza inconfondibile dei Lee; la testa tonda è un tappeto d’erba biondissima, le gengive nude impegnate a succhiare ogni lembo di pelle fradicia delle dita piccole come fiammiferi. Justice gli si avvicina con cautela riluttante, a naso sporto in avanti e mani intrecciate dietro la schiena, le spalle minute irrigidite come durante un’ispezione militare. Succhia l’interno di una guancia, affiancando il letto per valutare il cugino a testa reclinata sopra una spalla, poi verso l’altra.

"Ew." – l'esame si conclude con un versetto disgustato e un’arricciata di narici che squagliano una risata mal contenuta nel torace dei due fratelli rimasti a spintonarsi, come bambini troppo cresciuti, nella cornice della porta.

Justice guarda Hope, poi guarda Mitchell e Marshall.

"He’s snotty, and he’s ugly. – sentenzia, puntigliosa, recuperando il neonato con la coda dell'occhio e una scrollata di spalle. – … Not so bad, tho’."

Dondola il peso fra una gambetta e l’altra, scioglie il nodo delle dita dietro la schiena ed apre le braccia come un torero sotto la pioggia di fiori e baci del pubblico alla fine della corrida.

"Hope and Justice … – accartoccia un sorriso vispo dentro la guancia sinistra, – 

Sounds like a dream team, huh?"

venerdì, marzo 21

Sometimes love is not enough and the road gets tough, I don't know why.

21 Marzo 2516,
Safeport (Jackmark).
Esterno notte.


Patrick 'Night Stalker' O’Malley ha già perso qualche dente a causa della droga, le gengive gli si sono fatte molli ed insensibili negli anni spesi a coltivare con dedizione la dipendenza. Ma l’impatto che gli fa rimbalzare in bocca il molare sinistro lo sente penetrare nel cervello come lo schianto luminoso di un fulmine. La testa gli finisce contro lo spigolo sbreccato di un gradino, rovesciata indietro col suo strascico di capelli unti. Il sapore del sangue è lo stesso dei cucchiai leccati per pulire via i residui di switch. Da qualche parte sa, confusamente, che se non smette di sorridere gli arriverà un altro pugno, ma ha le labbra rotte atrofizzate lungo una china ebbra e disorientata. Non è sicuro se le nocche che gli si sono lacerate contro ai denti e ad ogni spigolo del viso gonfio appartengano a qualcuno a cui deve dei soldi, o soltanto a uno stronzo smanioso di strappargli via il ghigno dalla bocca e gli ultimi cinque grammi dalla tasca. Tossisce fuori il sangue che gli sta chiudendo la gola e pensa che se solo questo stronzetto lo avesse preso da sobrio adesso sarebbe lui a massacrargli le gengive. Ma a ripensarci non ricorda più bene l’ultima volta che è stato sobrio, o in pari coi debiti che gli riempiono le tasche. Si accorge indistintamente che i pugni hanno smesso di piovergli addosso, ma non ne è davvero sicuro, perché gli sembra che ogni tratto del corpo sia diventato insensibile e stia allo stesso tempo andando a fuoco. Si sente trascinare verso l’alto per il bavero scucito della camicia, la pressione di un paio di labbra sull’orecchio e la nerbata di fiato bollente che, colandoci dentro, lo fa rabbrividire.



21 Marzo 2505,
Bullfinch (Providence).
Interno notte.


Sharon si stringe nelle spalle e rabbrividisce per il freddo che le gocce d’acqua gelida le trascinano addosso, mordendo la carne intirizzita ed ammortizzando col freddo il pulsare sordo dei lividi. Dorian le gira attorno come un cane mortificato, tendendole il telo di stoffa con cui asciugarsi in punta di dita, col viso girato a sbrogliare occhiate nervose in pasto alle assi del pavimento. Il sudore gli ha incollato alla fronte i riccioli sfatti, l’alcol ha reso pesanti le lacrime che gli rigano le guance.

"I’m sorry … God, I'm so sorry."

Sharon strattona il telo e se lo getta addosso, sfregando la pelle nuda e increspata dal freddo. È talmente bagnata che le sue, di lacrime, si sono perse fra le perle d’acqua che le rigano la faccia.

"… Ti ho vista parlare con Jack Noon, stamattina, e quando sei entrata avevi il suo odore addosso e il segno dei suoi occhi dappertutto, co- … Così io- …"

"Fuck you, Dorian, quanto hai bevuto?"

La voce rotta e tremante di Sharon gli sguscia sotto la pelle, strappando alla carne un brivido incerto. Solleva il mento ispido per scorrerle addosso, dal basso, gli occhi verdi e annacquati, bordati di palpebre gonfie ed arrossate. Alza le spalle.

"Un paio di bicchieri."

Il minuscolo monolocale alle spalle dell’officina è impregnato di un odore di whiskey stantio che basterebbe a smentirlo se anche la ragazza intirizzita che ha di fronte fosse cieca, ma Sharon sa trovargli addosso i segni dell’alcol come ha imparato con suo padre e i suoi fratelli. Si stringe addosso il drappo di cotone pesante, già umido, e spinge contro la faccia di Dorian occhi così chiari da scottarlo come pezzi di ghiaccio.

"Jeez, Dorian, io ti amo, ma tu non puoi- …"

La voce di Sharon gli gela il sangue e serra le viscere in un pugno di dita invisibili, che quasi lo fanno vacillare per la nausea colata insieme al panico fra le tempie. Passa le mani sul viso per asciugare la pelle coi palmi callosi due, tre volte, frettolosamente, mentre sbroglia fiotti di voce nervosa da sovrapporre alla sua.

"Lo so, lo so. Mi dispiace, Shy, mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace."

Scivola a sedere sui talloni, poi con le ginocchia sul pavimento; le dita intrigate fra i capelli e il mento chino fra le clavicole, le ripete le sue scuse come un mantra. Ma sa che per ogni livido che le lascia addosso si sente meno in colpa, che ogni sorso di whiskey lo avvicina ogni giorno all’insensibilità. Vorrebbe avvertirla, ma lei scapperebbe fra le braccia di un altro e lui ne morirebbe – non prima di averla ammazzata. E se c’è una cosa che non vorrebbe mai fare a Sharon, quel qualcosa è ucciderla.

"… Mi dispiace."

Sharon tira su dal naso e tossisce, si copre la testa con il telo per strofinare i capelli, fradici della secchiata d’acqua che le è arrivata in faccia prima del primo pugno, e per scappare alla vista di Dorian. In testa le rimbombano la voce di suo fratello Marshall, l’eco degli sguardi apprensivi di Mitchell, dei suoi ‘Come va?‘ mai invadenti quanto l’affetto che riesce a iniettarle sotto pelle, come un veleno, solo aprendole una mano sulla spalla. Riapre bruscamente gli occhi per sfilarsi al nodo di angoscia che le ha stretto le viscere e sorride lentamente, aprendo i lembi della coperta per invitare Dorian a infilarcisi con lei.

"Vieni, andiamo a dormire dentro la Rita Lee."

La Firefly che Dorian sta rimettendo in sesto da mesi li aspetta di là dal muro, stretta fra le pareti dell’officina che Sharon sogna, un giorno non troppo lontano, di vederle crollare intorno nel boato dei post bruciatori accesi per il decollo. Quando partiranno per lasciarsi alle spalle Bullfinch, i suoi boschi desolati quanto la gente che li abita, la prepotenza delle leggi scritte sulla pelle dei campi con l’ignoranza sgraziata di un aratro. Quando lei potrà dimenticare di essere nata con qualcosa di meno degli uomini, e l’amore per se stessa riempirà il vuoto insostenibile di quello della famiglia lontana, e quando Dorian scorderà la sua ed il dolore che lo ha reso pazzo.
Quando il ’Verse li guarirà.



21 Marzo 2516,
Safeport (Jackmark).
Esterno notte.


Marshall si piega accanto alla testa di Patrick e gli molla un paio di schiaffi contro la guancia tumefatta, assicurandosi che sia sveglio abbastanza da ascoltare.

"Non farti più vedere intorno a tua figlia, daddy, o questa faccia da sfigato te la strappo e vediamo se piace almeno ai cani."

Gli lascia una pacca sulla spalla e si trascina in piedi, poi ci ripensa. Si china a frugargli le tasche e ci trova la bustina di switch. Se la fa saltare tra le dita, la rigira, la scuote a mezz’aria e poi se la infila nei jeans.

"Sorridi, stronzo." –  prima di voltarsi gli sputa in faccia un bolo di sprezzo vischioso.

Tutto intorno, Sunset Tower calpesta la primavera con indifferenza.

lunedì, marzo 10

Can you teach me how to dance real slow?

8 Dicembre 2503,
Bullfinch (Amarillo).
Interno notte.


Il lento che riempie l’unico saloon di Amarillo sbroglia le sue note in grappoli dolciastri di pianoforte e banjo, striscia sulle assi di legno rovinate e appiccicaticce di liquore versato. Non è rimasto quasi nessuno ad aspettare l’orario di chiusura. Samuel, dietro il bancone, lava piatti e bicchieri usati con l’aria un po’ malferma di chi abbia aiutato a svuotarne molti; Tom Hawkins smaltisce la sbronza dormendo sul pavimento e Logan Johnson accartocciato su una sedia con la testa appesa sopra lo schienale. Nina, sdraiata a pancia in sotto su un letto di tavoli accostati, guarda il pianista con aria incantata ed il mento appoggiato sull’incrocio delle braccia nude. Mitchell e Maryanna si sono dileguati da un pezzo.

"Dovresti imparare a ballare, Chino, o non ti troverai mai una donna."

Sharon dondola aggrappata al collo spesso di Marshall con le spalle gettate indietro ed il viso rovesciato in alto, gli occhi socchiusi ed un sorriso rapito a sollevarle gli zigomi arrossati. Gli occhi chiari, stretti fra le ciglia brune, hanno quel lucore magico e sospeso fra la lucidità e l’ebbrezza. Non è una ragazza minuta, solida di muscoli bene aderenti alle ossa, ma il minore dei Lee non fa granché fatica a sostenerla per i fianchi, le braccia allacciate dietro la sua schiena e ondate di equilibrio incerto a farli traballare entrambi fra una gamba e l’altra.

"Non sapevo di avere problemi a trovarmi le donne."

Sharon strizza le palpebre per sbirciare con un solo occhio aperto il ghigno di suo fratello, sospirando un fiotto d’aria calda attraverso le narici ed appendendo sulle labbra morbide un sorriso indulgente.

"Una che resti e che si prenda cura di te."

"Jeez … Non me ne serve una, ho già te."

Il grumo d’ironia spalmato, come burro, nella voce e sulla curva del sorriso di Marshall non è abbastanza da impedire a Sharon di raddrizzare la nuca per guardarlo dritto in faccia, spingendo nei suoi occhi un bagliore colpevole delle pupille dilatate dall’alcol e dall’illuminazione fioca del saloon. Nel sorriso dolciastro, nella piega dolente delle sopracciglia brune, suo fratello le trova fra i lineamenti gentili l’impronta angosciata dell’animale in gabbia. Se la ingoia insieme a un mattone di saliva, aprendole una mano ruvida al centro delle scapole.

"… Dovresti insegnarmi."

Sharon allarga gli argini del sorriso e si stringe nelle spalle, piegando il viso nell’incavo della sua gola.

"I will."



26 Gennaio 2505,
Bullfinch (Timisoara).
Interno notte.


"Fuck. Non posso credere che mi racconti queste stronzate." – Marshall molla il braccio nudo di Sharon con uno strattone che la fa barcollare, aggiungendo il segno rosso di cinque dita spesse al livido che già le ha scurito un buon tratto di pelle abbronzata.

"Sono solo caduta durante l’allenamento."

"È stato quel testa di cazzo con cui te la fai adesso?"

"Dorian non mi ha toccata, sono solo- …"

"Bullshit."

Sharon deglutisce, appoggiata alla parete di legno, mentre suo fratello misura il pavimento sterrato della stalla senza una meta, rincorrendo la propria rabbia come un cane si rincorre la coda. I cavalli stipati nei box, come fiutandone la tensione, raspano la paglia con gli zoccoli e sbrodolano qualche nitrito nervoso. Marshall le gira le spalle larghe, frementi di muscoli increspati sotto pelle, e poi torna a voltarsi bruscamente per rivoltarle incontro un sorriso reso ripido dall’insofferenza.

"Pensi che quello stronzo ti porterà via da qui, kiddo? Pensi veramente che rimetterà mai a posto quella nave, e ve ne andrete veleggiando nello spazio come se tu fossi l’eroina di un romanzo da due soldi."

"Ti darebbe così fastidio, Marsh?"

Sharon si scolla dal muro con uno spasmo brutale di frustrazione, innescando il dondolio molle di un paio di selle appese al chiodo.

Marshall le sbatte in faccia uno sguardo disorientato.

"… Perché mi vorresti qui, per sempre, inchiodata alla sella di qualche stallone nell’arena di New Dallas o di Providence, a portata di mano, a- …"

"Cristosanto, Shaz, a te piace il rodeo!"

"Certo che mi piace! È il modo in cui Jacob Thornton e Tim Miller e tutti gli altri mi tengono gli occhi addosso, come se fossi anche io una bella puledra da ingravidare, a non piacermi. Il modo in cui tu mi tieni gli occhi addosso per controllare che quella stupida femmina di tua sorella non si faccia male cadendo! – lo trapassa con occhi spalancati, così simili ai suoi, in cui la rabbia sfuma lentamente nella contrizione ferita. – … Non guardi mai, mai Mitchell nello stesso modo."

"E pensi- … Tu pensi veramente che questo Beckett sia diverso. – Marshall affonda cinque dita fra i capelli sfatti e se li rivolta sul cranio nervosamente, raspandosi la testa come se il bruciore della cute potesse essere la chiave per decifrare lo sguardo sconosciuto di sua sorella. – Uno stronzo che ti riempie di lividi."

"Ti ho detto che sono caduta."

"Christ, caduta. Dovrei spezzargli le ossa."

"Don’t. You. Dare. Marshall Lee."

L’inflessione secca, categorica, nella voce di Sharon gli schiocca sulla pelle come un colpo di frusta e dilata gli occhi affilati di Marshall con un guizzo di smarrimento attonito. Incassa la testa fra le spalle, deglutisce; sfoga il terremoto collerico dei muscoli sputando a terra un bolo di saliva.

"Yeah, fuck you. Fuck him. Fuck everybodey."

Le strappa gli occhi di dosso e si volta per imboccare la porta.



10 Marzo 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Interno notte.


Nei bagni dell’infermeria di Sunset Tower non trovi un quarto dell’igiene che ti aspetteresti in un ospedale, ma a Marshall della pulizia non importa granché mentre fronteggia la tazza del cesso a spalle curve, la schiena larga inclinata perché la fronte raggiunga il sostegno gelido delle piastrelle crepate alle spalle del gabinetto. Inspira ed espira lentamente, ingoiandosi l’aria maleodorante a boccate ingorde. Dalla tasca del camice spiegazzato e fradicio di sangue, infilato aperto e con poca cura su vestiti altrettanto malridotti, cava fuori i cinque grammi di bloom che ha chiesto all’ultimo paziente per avergli ricucito lo stomaco. La bustina di plastica sigillata è morbida fra le dita, l’erba essiccata che contiene sembra di qualità. Strizzando le palpebre, respira a fondo il tanfo di fogna per liberarsi il cervello dal ricordo allettante del fumo dolciastro che gli ha frustato le narici e aperto una voragine sotto lo sterno. In tasca, da qualche parte, ha tabacco sintetico e cartine per girarsi una sigaretta. Sarebbe questione di un attimo. Due tiri e poi giù dentro lo scarico. Due tiri soltanto. A occhi chiusi, galleggia nel buio custodito sul retro delle proprie palpebre coi muscoli tesi e frementi di desiderio inquieto. Scolla la fronte dalla parete solo per tornare a sbattercela; piano, poi più forte. Il dolore che gli rimbomba nella scatola cranica strappa alle narici lo sbuffo di una risata frustrata. Ha così voglia di farsi che gli sembra di essersi infilato l’ultimo ago in vena due giorni fa. Due ore fa. Due tiri. Solo due tiri. Un buco solo per ricordarsi dei vecchi tempi.

"…"

Gli scorre lungo la schiena un brivido di turbamento e sgrana gli occhi nella gola vuota e spalancata del cesso, ansimando fuori lo strano grumo di languore e disperazione che gli è germogliato in petto. Sputa nella tazza e poi ci lascia cadere la bustina di bloom. Un vortice d’acqua sporca trascina via la tentazione, e in bocca gli resta solo la voglia di piangere.

Invece ghigna masticando una bestemmia.

giovedì, marzo 6

"Hope."

6 Marzo 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Interno giorno.


Marshall la trova addossata spalle al muro, le natiche imbullonate al pavimento non così pulito dell’infermeria di Sunset Tower, lo sguardo perso, ma vivido di attenzione mal distribuita fra i degenti e le ombre sconclusionate che proiettano fra le pareti. Lui ha ancora i jeans imbrattati del sangue di Volkov che ci ha pulito sopra, tatuando sul tessuto la sbavatura rossa di dieci dita, il mozzicone di una sigaretta quasi spenta incastrato sotto ai denti; si piega a sedere sui calcagni, inchiodando le scapole larghe alla parete, e allunga le dita spesse per ghermire la piuma di falco che le pende fra i capelli. Ne strattona l’estremità, assaporandone la consistenza fra polpastrelli collosi, e Moloko scrolla il muso come un cane sfastidiato. Volta la testa bionda per sciupargli la faccia con occhi umidi di verde e animati da un fervore disorientato e febbricitante. La paura le mangia le viscere un morso alla volta per fare spazio al bambino che le ha gonfiato il ventre, ma nel sangue le si agitano sciami di eccitazione e incoscienza come anticorpi sbandati e in rivolta. Marshall s’ingoia le rughe da tossica che le tagliano la pelle, la brutta cicatrice sulla guancia, l’ombra livida delle occhiaie. Rinuncia a rubarle il trofeo annodato al caschetto sfatto, affidando ai fili di paglia stinta il ricordo di Mordecai Adler e curvando le spalle spaziose per sporgersi incontro alle sue labbra. Ci parla dentro, spingendole in gola un fiotto di fumo e voce per essere certo che l’eco raggiunga ogni angolo vuoto delle stanze rimaste sfitte nel suo cuore.

"Sometimes you feel so many things at once you wanna vomit."

Non ha mai imparato a dire niente di più utile che la verità.




[Sulla parete di fondo della cabina ha spremuto tubetti di tempera sintetica fino a rivestire la lamiera di sbavature pastose, di marroni secchi e bianchi umidi, e ombre nere da tagliarsi col coltello. Non è un panorama ridente quello che si travede di là dalle strisciate astratte di vernice, spalmate con mani e dita senza nessun talento ed alcuna cognizione d’arte; i colori cupi e sbiaditi si mischiano sfumando l’uno nell’altro sul metallo, come gli occhi di un sogno spalancato sulla foschia brumosa del primo mattino nelle foreste ai piedi delle St Louis Mountains, quando il sole filtra debole tra le fronde rigogliose degli alberi scuri e fitti come colonne erette a reggenza del cielo – prima che le bombe schiantassero sulla pelle di Bullfinch, dilaniandola e accatastando carcasse di legno marcio e crateri nel bosco.]


[…]


Ti ho lasciato i tubetti colorati così, puoi disegnarmi sulla pancia ora che è abbastanza grande. E' l'unico modo per spiegare a tuo figlio com'era Amarillo prima di conoscere l'odore di esplosivo, gli stivali dei blues e i fucili carichi della paura. E' l'unico modo per fargli sapere da dove vieni, da dove vengono le persone che un giorno... saranno le costole che lo terranno insieme quando la terra si spaccherà per centinaia di chilometri e ingoierà tutti i suoi compagni, le sue speranze e le illusioni. Le parole non sono mai abbastanza e tu non le sai usare, ma puoi disegnargli l'arena dove hai cavalcato un toro per la prima volta, la strada dove ti hanno spaccato la faccia per la prima cazzata che hai detto, la finestra che hai rotto a furia di lanciarci sassi e bestemmie, le montagne che hai scalato, il fiume dove ti sei buttato.

Puoi dirgli un sacco di cose con tutte e cinque le dita.

Moloko_