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mercoledì, novembre 5

I can feel it coming in the air tonight.

4 Novembre 2516,
Greenfield (Buffalo County Prison).
Interno notte.


Ivan Volkov è un enorme toro nero che respira nel buio, sfiatando come un filo di vapore il fumo di una sigaretta accesa.
Semi sdraiato sul letto, coi gomiti affondati dentro il materasso sfondato, Marshall fissa l’oscurità profonda e omogenea che ha colonizzato il fondo della sua cella. La metà superiore della divisa da detenuto è un grumo di pieghe arancioni incastrato sotto l’ascella sinistra e il sudore colato lungo il solco dei muscoli asciutti, scavati in punta di coltello come il profilo roccioso delle St Louis Mountains, si raffredda fastidiosamente sulla pelle nuda.
Il suo respiro pesante e quello del Korolevian si mescolano nel silenzio che si dilata e si comprime come l’eco dei battiti di un cuore.

"So, you proud of me?"

La voce di Marshall è un fiotto di raucedine tracotante, i suoi occhi due calderoni d’acqua che ribolle sopra un fuoco di strafottenza.
Gli anfibi di Volkov scandiscono la vicinanza come una marcia militare mentre l’uomo nero, come una creatura d’incubo partorita dal buio, si lascia lambire dalla penombra e stringe le labbra sulla cicca, ravvivando il bagliore della brace riflessa nello specchio lucido dei suoi occhi.
Le cicatrici che gli deturpano il torace nudo e scuro, gonfio di muscoli come le cosce di un cavallo da tiro, Lee non è sicuro di ricordarle tutte, ma trova senza difficoltà la propria firma lungo il suo stomaco piatto.

"Dovrei? Ti sei fatto arrestare."

La voce bassa e profonda del Korolevian scuote la cella dalle fondamenta e annoda un groviglio di frustrazione nelle viscere di Marshall, che rivolta il labbro superiore contro ai denti e, come fa sempre quando vorrebbe piangere, sbatte in faccia all’uomo nero un ghigno ripido.

"E tu dov’è che te ne sei stato nascosto per tutto questo tempo?"

"… Nella tua testa."

"Vaffanculo."

Lee si tira a sedere con uno spasmo di muscoli violento come un temporale, che fa tremare il letto e gli affonda nella coscia destra una fitta acuta, bollente, come gli avessero ficcato un tizzone di brace dentro la carne.
Allunga le dita per tastare attraverso il tessuto le garze umide di sangue e la sutura che sigillano il buco lasciato dal proiettile.

"Sei un pezzo di merda, Volkov, te ne sei andato e ci hai mollato con il culo per terra … Che cazzo vuoi adesso."

Volkov fuma e non gli parla, lo guarda dall’alto per minuti interminabili, forse per ore.
Il tempo si dilata come una bolla, finché la voce del negro torna a colmare la cella col distacco ingannevole di una polla di lava che che gorgoglia nel sottosuolo.

"Sei tu che volevi vedermi."

Marshall cede in avanti con l’arco delle spalle spaziose, trascinandosi le mani in faccia per seppellire una risata cruda e desolata contro i palmi larghi e callosi.

"Vai fuori dai coglioni." – non ha bisogno di vedere Volkov per sapere che è ancora lì. Immobile, arrogante come la statua di un minatore nel centro di Krasnaja ploščad’.

"Vuoi levarti dal cazzo, Cristosantissimo? – la seconda esplosione di fiato schiocca come una fucilata, gonfiata dall’esasperazione che gli morde i muscoli e fa bruciare la traccia ancora fresca della pallottola infilata nella gamba. – … Lasciami dormire miseria puttana."

Non ha quasi il tempo d’iniettare le proprie fra i capelli umidi, che cinque dita nere e gelide come il metallo lo prendono per la gola, costringendolo a levare gli occhi sulla montagna di carne fremente, tirata e scura come il cuoio, che incombe su di lui per rovesciargli in faccia una leccata di fumo acre.

"Non sono io che non ti faccio dormire, Lee."

Il Korolevian preme un ginocchio sul letto e lascia andare il collo teso di Marshall, paralizzato nell’incomprensione. Gli schiocca la mano aperta sulla spalla nuda, sbirciando la brace della propria sigaretta con una smorfia vagamente comprensiva.
Gli dice:

"Se vi ho lasciato è perché non valevate niente."

Lee spreme alle narici un sospiro arreso, strofinando le nocche sbucciate sulle labbra.

"I cani che non sono buoni non si abbandonano, negro, gli si spara in testa. Perché se sopravvivono diventano peggio dei lupi."

Volkov chiude il mozzicone di sigaretta nella mano enorme. Ce lo fa sparire dentro come in un gioco di prestigio: inghiottito dal buio come la sua mole che arretra, si fonde nell’ombra, lasciandosi dietro una traccia di voce rovente.

"… Why don’t you stop blaming yourself, then?"

L’alba che filtra attraverso le sbarre trova le lenzuola sfatte sul pavimento e le pareti sporche di sangue dove Marshall ha preso a pugni le ombre per estrarne, come un proiettile, il ricordo doloroso dell’uomo nero.





 But I know the reason why you keep your silence up,
No you don't fool me.
The hurt doesn't show,
But the pain still grows,
It's no stranger to you and me …

lunedì, luglio 21

F.E.A.R.

--


"Sometimes it lasts all night. I lie here and I listen to the shovels and the picks against that wall there. And I pray the sun will come up at the curtains before they break through. No, I don’t pray - I hope. And sometimes, it happens. The sun beats them. 

But, mostly … The shovels beat the sun."

giovedì, giugno 19

What if reality is nothing but some disease?

19 Giugno 2516,
Horyzon / Bullfinch.


Mitchell ha trascinato a letto Justice, l’ha inchiodata sotto le coperte e l’ha ascoltata raccontare degli uomini-ragno che Marshall ha dovuto affrontare, nelle segrete scure e maleodoranti di Capital City, per sopravvivere un altro giorno e poter tornare a casa, quando finalmente avrà trovato le chiavi di Shangri-La e sarà libero di uscire dalla pancia di pietra del Grande Serpente del Core.
Mentre le accarezza i capelli biondi e si assicura che dorma, Mitchell si dice che va bene, qualsiasi storia sua figlia abbia inventato per accettare la condanna di suo zio va bene, qualsiasi cosa le permetta di aspettarlo senza piangere va bene; ma si chiede anche, come gli capita di fare più spesso e più inquietamente ogni anno che passa, se la fantasia di Justice non finirà per ingoiarsi ogni contatto con la realtà.
Nina scrolla le spalle, dice che è ancora piccola, che ogni bambino ha i suoi tempi, e gli confessa che lei, a dieci anni, credeva ancora che un lupo abitasse nell’oscurità sotto il suo letto.
Mitchell ci ride su, le dice che se lo ricorda bene, che lui e Marshall dovevano sempre prenderla in braccio per portarla in bagno durante la notte, perché non toccasse mai il pavimento nei pressi della tana del mostro. Le dice che la giornata giù al ranch degli Hawkins è stata pesante, che ha tutte le ossa rotte e, se non si butta sul letto anche lui, finirà per addormentarsi in piedi.

Il tuo compagno di cella cerca di buttartelo nel culo il terzo giorno. Gli fai saltare due molari e gli prometti solennemente che se ci prova ancora sarai tu a svuotarti le palle nelle sue budella. Lui non ti crede, non sulla parola, e quando ti mette di nuovo le mani addosso l’unica pasticca di Nootropam che sei riuscito a farti dare dalla ragazzina stinta della Blue Sun il tuo cervello se l’è già digerita, per cui lo vedi schiumare e digrignare i denti come un malato di rabbia che vuole strapparti la gola a morsi.
I secondini ti sciolgono i muscoli col manganello elettrificato prima che tu possa misericordiosamente spaccargli a calci la testa, evitandogli che la malattia che non ha se lo finisca fra atroci sofferenze.

Ti spostano in isolamento, e questo è un problema: quando sei a mensa, o nel cortile interno, puoi cercare di indovinare la natura inconsistente delle allucinazioni setacciando le facce degli altri detenuti. Se lo vedono esiste, se non si accorgono di niente, per quanto reale sembri, dev'essere solo dentro la tua testa.
Ma se nella cella sei solo, allora ci siete solamente tu e te stesso a giocare la partita.
E hai scoperto che sei uno che gioca sporco.


Mitchell si rivolta sul materasso come se fosse fatto di chiodi. Il sole è quasi alto oltre le finestre velate di nebbia, e lui non riesce a dormire. Conta le assi del soffitto, poi conta i muscoli indolenziti che gli pulsano sotto la pelle. Si chiede quanto gli costerebbe un viaggio fino a Horyzon, se può permetterselo, se Marshall sarebbe sollevato di vederlo o se gli sputerebbe in faccia. Si dice che Cortes avrà bisogno di aiuto con il bambino. Che forse Cortes avrà bisogno di aiuto anche con se stessa.

Fra le pagine del libro di poesie che ti hanno mandato a volte trovi frasi scarabocchiate a penna da una mano che conosci. Certe volte è la calligrafia esitante di Justice, altre la stessa che ti ha inciso parole d’amore per Bullfinch dietro la schiena. Più spesso, sei convinto che a seminare inchiostro fra i paragrafi stampati sia stata la penna ubriaca di Cortes.
"Il giorno che morirò sarà perché tu eri girato a guardare da un’altra parte, zio."
"Tuo figlio l’ho annegato nel cesso dell’Almost Home, Marshall Lee, perché tu non ci sei e siamo soldati, la guerra non fa prigionieri."
"Guardati le mani, lil’one."
Ti guardi le mani e i polsi lividi, annusando la cancrena che ti sta facendo marcire lentamente dalla punta dei polpastrelli e che va e viene con gli squilibri chimici del tuo cervello, come gli scarabocchi fra le pagine, come i fantasmi dei vivi e dei morti che affollano la tua cella: Sharon viene a trovarti il quarto mese, e le tue preghiere ("ti prego no, ti prego, vattene") non valgono a niente contro il suo fantasma collerico e dolce.
Una notte ti svegli di soprassalto e c’è Volkov, nero come la pelle di un toro, chino sopra di te. Ti respira sulla faccia l’odore acre del semtex esploso, inchiodandoti per le spalle con mani enormi e occhi cupi come due buchi neri incastonati nella carne. Ghigna lentamente, appoggiandoti un panno sul naso e sulle labbra prima di versarti in gola e nei polmoni l’acqua sporca di Safeport, facendoti domande a cui non puoi rispondere in una lingua scivolosa e incomprensibile che è quanto di più simile, nella tua testa, al russo di Koroleva.
Ti contorci e boccheggi, soffocando, finché Volkov ti bacia al centro della fronte madida e strappa via il panno umido dalla tua faccia per dirti: "Respira adesso, ti ho perdonato", e alla sua voce si sovrappone lentamente quella di Elian Chernenko. 


Mitchell, seduto sul bordo del letto, appoggia gli avambracci contro le cosce e sbircia il sole inondare le finestre rigate dai rimasugli di bruma. Tra le dita spesse rivolta nervosamente il cortex pad, cercando da qualche parte, fra le cime degli alberi neri stagliati attraverso il vetro, le parole giuste.



[…]

A partire da un paio di settimane dopo l'esito del processo, Marshall riceverà (dopo un severo controllo dei secondini) un tomo cartaceo decisamente voluminoso. E' una raccolta di poesie degli autori più svariati, che va dai celebri poeti Corer ai più misconosciuti poeti del Rim. Dopo aver ricevuto quel pacco, settimana dopo settimana (molto puntualmente) riceverà una lettera cartacea ogni domenica. Le lettere non sono firmate e non riportano il mittente, e contengono soltanto un bigliettino con sopra scritta una pagina (ogni pagina, una poesia da trovare sul libro). La cosa sembra voler andare avanti per tutta la permanenza di Marshall in prigione. 

 

La prima lettera rimanderà alla pagina della seguente poesia, firmata da una celebre poetessa del Core della seconda metà del (duemila)Quattrocento:


 

The art of losing isn't hard to master; 

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster,

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn't hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother's watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn't hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn't a disaster.

 

- Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan't have lied. It's evident

the art of losing's not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster. 

martedì, maggio 27

Roads.

28 Maggio 2516,
Polaris (Just Bad Luck).
Interno notte.


Marshall schianta le nocche contro la lamiera e ingoia la fitta penetrante che gli sboccia dentro la carne lacerata, compressa fra l’acciaio e l’osso. A ciascuna esplosione liberatoria dei muscoli corrisponde un lampo rosso di dolore acuto, ficcato a fondo nel cervello, e un fremito delle labbra tirate contro le guance ispide.

"Caralho, sei venuto in casa mia e neanche sei passato a salutare."

La voce di Cristobal la riconoscerebbe nel cuore affollato del Cruzero; gli frusta i nervi come lo schiocco di un nerbo di cuoio ed inchioda a metà strada la corsa del pugno destro incontro alla parete. Marshall ci sbatte il palmo aperto, invece, scaricando il peso delle spalle curve lungo il braccio teso e rovesciando la testa verso il pavimento.

"Bones, Cristosantissimo- …"

"Non scomodare i santi, Lee, non ne vale la pena."

La faccia tatuata del ‘Leaefer è un teschio sorridente. A torso nudo, dondola sui talloni degli anfibi neri che gl’ingoiano i polpacci e le pieghe lasche del pantalone mimetico. Appeso al collo ha un teschio d’uccello e, per qualche ragione, un fiore di papavero appoggiato dietro l’orecchio destro.

"Vedo che non hai perso l’abitudine di prendere a pugni i muri."

Sembra indifferente all’intensità ostile dello sguardo col quale Marshall, rivoltato con le scapole inchiodate al muro, lo passa da parte a parte. Gli angoli della bocca di Lee scivolano verso l’alto lentamente; la nascita del suo sorriso ripido è come quella di una catena montuosa.

"Tu quella di passarci attraverso."

Cristobal allarga le braccia e poi le lascia cadere, stringendosi nelle spalle asciutte. Sfrega i polpastrelli di una mano a mezz’aria e, come in un gioco di prestigio, fa comparire fra le dita una sigaretta accesa già fumata per metà.

"Sei tu che mi hai chiamato qui, pendejo."

Marshall scuote le spalle larghe contro il metallo, spingendo le dita indolenzite nella tasca dei jeans per cavarne fuori il pacchetto di Maracaros. Abbassa lo sguardo sulle tre cicche rimaste con una smorfia nauseata, piegando il mento per sfilarne fuori una direttamente con i denti.

"Massé? – ci biascica sopra, scettico quanto il singhiozzo labile delle sopracciglia brune, – Sentiamo, perché dovrei volerti fra i coglioni."

"Per avere qualcuno che ti dica che hai fatto la cosa giusta."

Lee manda giù un mattone di saliva e sfugge agli occhi verdi di Oxossi per frugare la cabina in cerca di un accendino. Trova una manciata di fiammiferi sfusi sparpagliati sul comodino e ne arraffa uno mentre, scostatosi dalla parete con una torsione energica dei fianchi, misura nervosamente i sei metri per sei del pavimento. Accende la sigaretta soffocando sul filtro una smorfia nervosa.

"Perché proprio tu."

Cristobal si lascia cadere sul bordo della branda, stropicciando un sorriso dolciastro.

"Perché io non posso dirtelo."

Marshall sente la nausea tornare a montargli dentro come una marea nera mentre cede al richiamo degli occhi di Cristobal, deglutendo fumo e saliva con un fremito teso dei muscoli dorsali. Si strappa la cicca di bocca con due dita e brucia la falcata che lo separa dall’allucinazione come volesse investirla, ma fermandosi al contatto fra le proprie gambe e le sue ginocchia piegate sull’orlo del letto. Allunga il palmo aperto contro la testa rasata di Oxossi e aggrappa cinque dita dietro la sua nuca, perdendo la presa quando scivola a sedere sui calcagni e rovescia il viso dentro le mani che il ‘Leafer gli porge per raccoglierlo, ingoiandosi l’odore quasi dimenticato della sua pelle e il languore umido che gli squaglia dentro il costato.

"El aire del invierno
hace tu azul pedazos,
y troncha tus florestas
el lamentar callado
de alguna fuente fría.
"

Prima che il mormorio liquido di Cristobal riesca a farlo piangere una scrollata involontaria delle spalle lo riscuote bruscamente. Ha una mano aperta contro la parete e lo sguardo fisso sulla traccia sanguigna che le proprie nocche hanno lasciato sul metallo.

"Shit."

Elian è da qualche parte sul Brigade, diverse paratie più in là, ma è la sua faccia che immagina mentre torna a sfondarsi le dita sull’acciaio. Il pannello è freddo sulla fronte madida quando ce la preme contro, appannandolo col flusso torrido del proprio respiro. Non la scolla neanche mentre cerca le sigarette e scarta fuori una Black Mamba (le Maracaros le ha finite già da un pezzo). Mastica la nicotina a occhi chiusi, in faccia alla parete, piegandosi a sedere sui talloni.

"Hai fatto la cosa giusta."

Raddrizza la nuca e solleva le palpebre per arroventarsi lo sguardo con la brace che consuma la cicca sintetica, schiacciata fra i polpastrelli callosi del medio e del pollice. Se la spegne lentamente al centro del palmo sinistro, ingoiando il bruciore con un’impennata svelta del mantra stretto fra le chiostre dei denti.

"Hai fatto la cosa giusta, hai fatto la cosa giusta hai fatto la cosa giusta haifattolacosagiusta hai, fatto la cosa, giusta hai- … Fuck."

Lascia cadere il mozzicone a terra con un ghigno aspro, tirandosi in piedi per rimediare un'altra sigaretta da incastrarsi in bocca.



 


 How can it feel, this wrong?
From this moment, how can it feel this wrong?
 

domenica, maggio 11

Detention.

6 Maggio 2516,
Hall Point (zona detentiva).
Interno notte.


"Sveglia Lee, brutto cazzone, dormi da morto."

Jordan cerca di svegliarlo, ma Marshall non dorme. Si muove solo troppo silenziosamente perché lei lo senta rivoltarsi e misurare la propria gabbia a passi lunghi ed irrequieti come un animale. Non le risponde mai. Assapora ogni ora di solitudine con la consapevolezza che Jordan Fox stia soffrendo, di là dalla parete di lamiera, la stessa noia che inchioda i suoi muscoli sotto la pelle e gli inonda col grigio lucente del metallo ogni angolo del cervello. E più lei si affanna per attirarne l’attenzione, più Marshall la ignora e si trincera nel silenzio ripetendo mentalmente poesie e canzoni imparate a memoria, il nome e la dislocazione di ogni osso del corpo umano; contando i minuti che lo allontanano inesorabilmente dall’ultima assunzione di Nootropam prima che la sicurezza di Hall Point gliene confiscasse il flacone.


8 Maggio 2516.
Interno notte.

A svegliarlo è il ticchettio lento, regolare, della goccia d’acqua che scivola da una fessura tra le placche del soffitto. Strizzando le palpebre attraverso l’illuminazione fioca e costante dell’area detentiva, trova la pozzanghera sporca stretta nell’angolo fra le pareti. Trascina il peso sul gomito sano per strisciare una mano callosa contro lo sterno livido e ricacciare indietro un conato di nausea. Si tira in piedi nervosamente, con la testa che ronza e lo stomaco a fior di labbra, raccogliendo il secchio posato accanto alla branda e già pieno di vomito per svuotarlo nel cesso chimico incassato sul fondo della cella. Ci si accoscia davanti, respira lentamente. Rigurgita un’altra leccata di bile acida prima di tornare fino al letto. Si addormenta a fatica con il gocciolio insistente a martellargli nel cranio.


10 Maggio 2516. 
Interno giorno.

Seduto sul bordo della branda, svolge lentamente la fasciatura con cui il medico dello skyplex gli ha assicurato l’articolazione lussata del gomito e trova, sotto la garza, il livore tumefatto e maleodorante della cancrena. Da qualche parte, una porzione razionale del proprio cervello gli suggerisce che il decadimento che gli sta mangiando la pelle debba avere a che fare con il nootropam, ma la maniera in cui il tessuto marcio reagisce all’ispezione dei cinque sensi è troppo reale, e la necrosi non rientra fra i sintomi di un’astinenza da farmaci. Nemmeno fra gli strascichi di una lussazione. Marshall è sicuro che saprebbe capire se è il suo corpo che sta imputridendo, o solo la sua lucidità, se solo il soffitto smettesse di gocciolare giorno e notte, con quel ticchettio insistente che lo sta facendo impazzire. Ma le provocazioni di Jordan Fox attraverso il muro sono una tentazione a cui non cede, piallando le scapole e la nuca contro il metallo per chiudere gli occhi e respirare il silenzio.


11 Maggio 2516.
Interno giorno.

Il secondino di Hall Point che viene a scarcerarlo è un tipo segaligno, silenzioso più della securer che l’ha scortato in infermeria. Marshall ha la voce atrofizzata in gola dal silenzio prolungato e lingue di necrosi arrampicate dal gomito alla spalla. Si alza e fa per imboccare nervosamente l’uscita, ma si ferma a un paio di passi dal corridoio, con la sensazione fastidiosa che il pavimento di metallo gli si stia allungando sotto ai piedi.

"Dovreste fare qualcosa per quella perdita."

Rivolta sulla bocca un ghigno ammezzato, crudo quanto il disorientamento dell’uomo che lo aspetta fuori dalla cella. Marshall torce le spalle e la nuca spessa, additando la pozza d’acqua e ruggine che la fessura tra le lamiere del soffitto ha innaffiato pazientemente per giorni. Il secondino allunga il collo e setaccia con lo sguardo le pareti spoglie. Poi si raddrizza, a sopracciglia contratte e spalle irrigidite, allungando a Lee un cenno asciutto della testa.

"Non c’è nessuna perdita, jackass. Muovi il culo."

Marshall si volta, cercando la chiazza di ruggine che ha eroso tre quarti della cella. La goccia è diventata una piccola cascata e l’acqua gronda oltre la porta, lambendo gli scarponi da lavoro del ‘Buller che deglutisce piano, trascinando una falcata svelta a ritroso per incamminarsi alle calcagna dell’addetto alla sicurezza.

Passando davanti alla cella di Jordan ne incassa gli insulti con un’alzata di spalle e gli angoli della bocca appesi all’ombra degli zigomi aspri.

lunedì, aprile 21

You can scratch all over but that won’t stop you itching.

21 Aprile 2516,
Polaris (Koroleva).
Interno notte.


Il Wyoming Archangel’sk lascia l’orbita in orario, spaccando la crosta invisibile del cielo di Koroleva con un fremito di lamiere improvvisamente libere da tonnellate di pressione atmosferica. Marshall ha salutato Elian allo spazioporto e si è fermato a comprare un paio di pacchetti di natsional’nyy prima di lasciare il pianeta. Se ne rigira una fra le dita robuste, seduto sul bordo della branda, nella cabina spoglia e immersa nel cigolio sommesso che le vibrazioni del motore nucleare iniettano fra le giunture metalliche dell’astronave. Si è potuto sfilare di dosso gli strati di lana infeltrita, ora che il gelo rigido di Stalingrad non gli frusta più le ossa, ma ha i polpastrelli spaccati dal freddo e nel naso un’umidità fastidiosa.

"Secondo me ti ha raccontato solo stronzate su quell’accendino."

La voce prende corpo nell’angolo della cabina dov’è imbullonato lo scrittoio. Sollevando il mento con uno scatto allertato, Marshall trova i quadri verdi e bianchi della camicia larga e sdrucita che veste le spalle spesse di un ragazzo sulla ventina, addossato di natiche al bordo del tavolino di metallo e impegnato a ricacciare indietro con le dita la torma ramata di riccioli accatastati sulla testa.

"… Non è una specie di costante, con le donne della tua vita?"

Dorian Beckett si appende le sopracciglia in fronte con un singhiozzo interrogativo, indolente e malinconico dei lineamenti dolciastri, ancora non del tutto lavati dagli strascichi dell’adolescenza. Seduto scompostamente, con un piede scalzo piantato a terra e l’altro sul bordo dell'unica sedia in dotazione alla cabina, riflette l’allerta limpida dello sguardo di Marshall nel verde degli occhi umidi e annacquati dall’alcolismo.

"Te lo ricordi quello scricciolo che ti ha venduto a Joe Black, no? … Zoe Morrigan. – il sorriso che gli scivola sotto i baffetti fulvi è intriso di un’ironia mesta, – Vuoi dirmi che non le spezzeresti qualche osso, se non fosse sparita dalla faccia del ’Verse?"

Marshall scrolla le spalle con uno spasmo nervoso dei muscoli, rivoltando il labbro superiore contro ai denti e sfiatando dal naso un grumo di sprezzo denso.

"Non ti risponderei neanche se esistessi davvero." – gli fa notare, svogliatamente, arricciando gli angoli della bocca in un sorriso ripido e addentando l’estremità morbida della Nazionale senza filtro.

"È proprio perché esisto solo nella tua testa che non ho bisogno di una risposta."

La logica quieta di Dorian gli gonfia la schiena larga d’insofferenza, annodando il groviglio di muscoli elettrici e iniettando un’urgenza stizzita nelle dita spesse che rivoltano la scatola dei fiammiferi, spezzandone un paio prima di riuscire ad accendere la sigaretta. Nemmeno il sollievo avvelenato del primo sorso di catrame riesce a spegnere il formicolio dilagato sotto la pelle come una laboriosa colonia d’insetti.

"… Chissà la madre di tuo figlio che cosa non ti racconta. Magari se la fa con quel negro enorme. Non ti sembra un po’ uno di quei tori del Red Hooves? Deve avercelo molto più grosso del tuo."

Beckett si tira in piedi senza fretta, stiracchiandosi, ed allunga una mano grande e callosa, sporca di olio motore, per raccogliere la matassa di corda appesa allo schienale della sedia. La sbroglia senza fretta, con metodo, piegando il mento ispido di peluria acerba incontro alle clavicole scoperte dal colletto spiegazzato. Marshall lo guarda annodare un’estremità della cima, chiedendosi confusamente da dove venga mentre recupera la cicca con due dita, raspando l’angolo interno degli occhi con quelle della mano libera.

"In quel caso sarebbero solamente cazzi loro."

"Hhnnon è così che hai perso Sue, Lee? Dandole troppa corda e spedendola dritta nelle braccia di un altro?"

"Sue si era trovata l’uomo migliore che potesse trovarsi, pace all’anima di quel povero diavolo."

Dorian annuisce, rovesciando gli occhi in alto per valutare la distanza della trave di legno che attraversa il soffitto della cabina, più simile all’architrave portante di una stalla o di un vecchio fienile, fusa nel metallo alla maniera irreale di certi sogni saldati insieme. Marshall scatta in piedi, coi muscoli vibranti come cavi tesi, quando lo vede oscillare la corda e poi lanciarla per farne passare l’estremità annodata oltre il sostegno solido della putrella. Deglutisce a fatica un bolo di fumo e saliva mentre Beckett finisce di preparare il cappio, soppesandolo dal basso con compiacimento assorto.

"… Così, in realtà l’unica donna che hai sempre cercato di tenere al guinzaglio è stata Sharon."

"Fuck you. – Marshall gli ringhia addosso, a bruciapelo, prima che abbia pronunciato l’ultima lettera del nome di sua sorella; – Dovresti sciacquarti quella bocca di merda prima di nominarla."

La tentazione d’ingoiarsi la distanza esigua fra il letto e l’angolo della cabina gli rivolta i fasci di carne sotto la pelle e i vestiti, ma le dita di Dorian abbandonano la ruvidezza della corda per arrampicarsi lungo la fila di bottoni della propria camicia. Li slaccia uno per uno, svelando il torace asciutto e l’intreccio generoso dei muscoli, inchiodando le spalle di Marshall al muro con l’alone violaceo e arrossato dei lividi freschi che gli mangiano la pelle a chiazze.

"Hai ragione. Mi dispiace."

Dorian stropiccia una smorfia triste, di rassegnazione malinconica, mentre lascia cadere a terra la camicia e contempla, indeciso, l’orlo dei jeans leggermente cascanti sui fianchi stretti. Se li tiene addosso, afferrando la spalliera della sedia per trascinarla sotto il cappio ed issarcisi con un guizzo svelto, quasi ansioso, delle gambe lunghe. Marshall fa leva sulle proprie appena prima che cedano, scollandosi dalla parete con uno spasmo dei gomiti per imboccare la porta automatica ed affacciarsi precipitosamente sul corridoio vuoto del Wyoming, proprio mentre il tonfo della corda tesa gli stura le orecchie dall’interno, spremendo al cuore una picchiata violenta ed annodandogli le viscere in un grumo pulsante di nausea. La sigaretta è rotolata in terra nella foga di sfilarsi alla prigione della cabina infestata, e nel tubetto del nootropam gli sono rimaste quattro pillole.

Le prende tutte.