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venerdì, agosto 1

But what ends when the symbols shatter?

31 Luglio 2516,
Safeport (O’Malley).
Interno giorno.


Marshall non mette piede in chiesa dal matrimonio di Edwards e Haggerty. Non mette piede in chiesa spontaneamente da prima della guerra che lo ha istruito sui cento modi di ricucire un uomo e sull’inesistenza di Dio.
La cappella incastonata fra i vicoli sporchi del quartiere O’Malley non la frequenta più nessuno da quando uno dei muri è parzialmente crollato per una piena di fango. La terra sudicia e inquinata si è conquistata una metà della navata stretta, povera come il legno marcio delle panche e la croce arrugginita inchiodata sulla parete di fondo; gli scarponi da lavoro di Lee la calpestano e la rivoltano nell’avanzata cruda, incerta e insieme sfrigolante di energia impaziente, con cui si lascia risucchiare dalle viscere dell’edificio.
Manda giù un mattone di saliva sguinzagliando occhi troppo chiari, arrossati dalla carenza di sonno, fra i sedili e le ombre che la luce amaranto del cielo opaco di Safeport, filtrata dalla nebbia itterica che inumidisce le strade, gonfia e inasprisce scivolando di taglio attraverso il portone semichiuso. Un secondo bolo umido lo raccoglie tra lingua e palato per sputarlo sul pavimento, trascinando una mano contro la testa bruna e scarmigliata, prima di aggrapparle tutte e due alle braccia massicce della croce inchiodata al muro per appendercisi, rovesciando la fronte sul metallo.

"C'mon, Jeez, è la tua grande occasione."

Mormora, trascinando dentro le narici l’odore della ruggine e rivoltando il mento contro il ferro per sbirciarne l’estremità superiore, inseguendone la direttrice fino all’intonaco cadente del soffitto.
Strizza un occhio incontro alla polvere che gli piove in faccia.

"… Dimmi cosa devo fare."

Dentro le orecchie gli rimbomba solo il silenzio, e nella testa la voce di Elian si schianta a strati come la risacca. Non tratto tutti come fossero fratelli miei, Lee. Neanche i miei fratelli. Non tratto tutti come fossero fratelli miei. Solo te. Neanche i miei fratelli.
Solo te.

"Dimmi perché questa storia continua a perseguitarmi."

Marshall preme e raschia la fronte sulla ruggine, trascinando contro la pelle un alone rosso come il sangue secco. La frustata di muscoli che gli risale la schiena spinge dentro le spalle uno strattone violento, che fa sgretolare a terra grossi grumi di calcestruzzo, ma insufficiente a staccare la grande croce di ferro dal muro.

"Dì qualcosa, cazzo. Dimmi come sono finito qui, dimmi perché le bombe su Bullfinch, perché abbiamo perso la guerra … Dimmi che posso andare da quella stronza e spiegarle perché dovrei ficcarle un proiettile in testa, e pregarla di aiutarmi trovare un modo per non farlo, dimmi dove ho sbagliato per tornare di nuovo a questo punto come un cane rognoso che insegue la sua coda di merda, dimmi perché, vaffanculo!"

Molla le braccia della croce per schiantarci sopra il palmo delle mani con uno schiocco che gli manda a fuoco la carne ispessita dai calli. Barcolla, come se la violenza stessa dell’impatto lo avesse scaraventato indietro, espettora un paio di ansiti spezzati e torna a strattonare il metallo, con le tempie pulsanti e le dita insensibili al graffio della ruggine, finché i chiodi cedono e la croce gli resta fra le mani, pesante quanto suo figlio di quattro anni.

"I’m your sheep, asshole. Enlight my fuckin’ path."

Il clangore dell’ornamento di ferro sbattuto sul pavimento è acuto e gli vibra fin dentro le ossa, ma torce i muscoli e contrae la schiena larga per trascinare e scaraventare la croce sui banchi di preghiera allineati senza ordine. Il legno fradicio si sfonda, con un tonfo, liberando una nube di minuscole termiti d’argento.
Marshall si piega sulle ginocchia, spegne una risata nervosa contro il palmo delle mani impolverate dalla ruggine e ne respira l’odore avidamente, in silenzio, ricacciando indietro le lacrime e lo smarrimento. Deglutendo la disperazione per sollevare il mento e digrignare un sorriso sprezzante in faccia al soffitto annerito dalle infiltrazioni.

"Non mi puoi dire un cazzo perché non esisti. Non esisti, stronzo."

Si tira in piedi incespicando, bruciando falcate nervose nell’urgenza di riconquistarsi lo spazio aperto e il cielo inquinato di Sunset Tower, con un solo appiglio sicuro nel mare dell’incertezza.

Che il peso del ‘Verse sta tutto sulle spalle degli uomini.





But, what ends when the symbols shatter?
And, who knows what happens to hearts?

lunedì, luglio 21

F.E.A.R.

--


"Sometimes it lasts all night. I lie here and I listen to the shovels and the picks against that wall there. And I pray the sun will come up at the curtains before they break through. No, I don’t pray - I hope. And sometimes, it happens. The sun beats them. 

But, mostly … The shovels beat the sun."

sabato, giugno 21

To forgive is to forget.

21 Giugno 2516,
Horyzon (Capital City).


"Sono venuta a dirti che ti ho perdonato."

"Bullshit."



[…]

Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele.

Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella che non aveva ancora ricevuto il suo nome.
Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose: 'Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima.'
'Ora so che mi hai perdonato davvero. – disse Caino; – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.'
Abele disse lentamente: 'È così. Finché dura il rimorso dura la colpa.'



[…]

[ A Marshall continueranno ad arrivare lettere con numeri di pagine ogni settimana. Ogni poesia segnalata sembra tracciare un percorso di comprensione: alcune sembrano parlare di Marshall, alcune di Elian, altre di argomenti che in qualche modo si ricollegano a loro, altre non c'entrano niente e sono state scelte solo perché belle. L'ultima che arriva, prima del giorno di scarcerazione di Marshall, è la pagine che riporta alla poesia seguente. ]

A million miles past the finish line

My heels lift

At this imaginary starting line.

The trigger slips;

My heart was racing well before it's time.

Time's running out, it's always running out on me,

As the road up ahead disappears.

 

Though it's all been said,

And this empty dictionary is all that's left,

I'll try to change the world in a single word.

My hands are shaking, ready or not.

Invisible ink well it's all I've got.

So I'll concentrate and pick from these barren trees.

 

Time's running out, it's always running out on me,

Every road I discover disappears under my feet.

Some call it reckless, some call it breathing.

 

Have i said too much or not enough?

Is it overkill or is it giving up,

To measure out the distance of an echo's reach? 

 

If it's all broken mirrors and a chance roll of the dice,

Then I'll risk everything for a glimpse of accidental light.

 

Time's running out, it's always running out on me,

And every road I've discovered disappears under my feet -

Some call it reckless, I call it breathing.

giovedì, giugno 19

What if reality is nothing but some disease?

19 Giugno 2516,
Horyzon / Bullfinch.


Mitchell ha trascinato a letto Justice, l’ha inchiodata sotto le coperte e l’ha ascoltata raccontare degli uomini-ragno che Marshall ha dovuto affrontare, nelle segrete scure e maleodoranti di Capital City, per sopravvivere un altro giorno e poter tornare a casa, quando finalmente avrà trovato le chiavi di Shangri-La e sarà libero di uscire dalla pancia di pietra del Grande Serpente del Core.
Mentre le accarezza i capelli biondi e si assicura che dorma, Mitchell si dice che va bene, qualsiasi storia sua figlia abbia inventato per accettare la condanna di suo zio va bene, qualsiasi cosa le permetta di aspettarlo senza piangere va bene; ma si chiede anche, come gli capita di fare più spesso e più inquietamente ogni anno che passa, se la fantasia di Justice non finirà per ingoiarsi ogni contatto con la realtà.
Nina scrolla le spalle, dice che è ancora piccola, che ogni bambino ha i suoi tempi, e gli confessa che lei, a dieci anni, credeva ancora che un lupo abitasse nell’oscurità sotto il suo letto.
Mitchell ci ride su, le dice che se lo ricorda bene, che lui e Marshall dovevano sempre prenderla in braccio per portarla in bagno durante la notte, perché non toccasse mai il pavimento nei pressi della tana del mostro. Le dice che la giornata giù al ranch degli Hawkins è stata pesante, che ha tutte le ossa rotte e, se non si butta sul letto anche lui, finirà per addormentarsi in piedi.

Il tuo compagno di cella cerca di buttartelo nel culo il terzo giorno. Gli fai saltare due molari e gli prometti solennemente che se ci prova ancora sarai tu a svuotarti le palle nelle sue budella. Lui non ti crede, non sulla parola, e quando ti mette di nuovo le mani addosso l’unica pasticca di Nootropam che sei riuscito a farti dare dalla ragazzina stinta della Blue Sun il tuo cervello se l’è già digerita, per cui lo vedi schiumare e digrignare i denti come un malato di rabbia che vuole strapparti la gola a morsi.
I secondini ti sciolgono i muscoli col manganello elettrificato prima che tu possa misericordiosamente spaccargli a calci la testa, evitandogli che la malattia che non ha se lo finisca fra atroci sofferenze.

Ti spostano in isolamento, e questo è un problema: quando sei a mensa, o nel cortile interno, puoi cercare di indovinare la natura inconsistente delle allucinazioni setacciando le facce degli altri detenuti. Se lo vedono esiste, se non si accorgono di niente, per quanto reale sembri, dev'essere solo dentro la tua testa.
Ma se nella cella sei solo, allora ci siete solamente tu e te stesso a giocare la partita.
E hai scoperto che sei uno che gioca sporco.


Mitchell si rivolta sul materasso come se fosse fatto di chiodi. Il sole è quasi alto oltre le finestre velate di nebbia, e lui non riesce a dormire. Conta le assi del soffitto, poi conta i muscoli indolenziti che gli pulsano sotto la pelle. Si chiede quanto gli costerebbe un viaggio fino a Horyzon, se può permetterselo, se Marshall sarebbe sollevato di vederlo o se gli sputerebbe in faccia. Si dice che Cortes avrà bisogno di aiuto con il bambino. Che forse Cortes avrà bisogno di aiuto anche con se stessa.

Fra le pagine del libro di poesie che ti hanno mandato a volte trovi frasi scarabocchiate a penna da una mano che conosci. Certe volte è la calligrafia esitante di Justice, altre la stessa che ti ha inciso parole d’amore per Bullfinch dietro la schiena. Più spesso, sei convinto che a seminare inchiostro fra i paragrafi stampati sia stata la penna ubriaca di Cortes.
"Il giorno che morirò sarà perché tu eri girato a guardare da un’altra parte, zio."
"Tuo figlio l’ho annegato nel cesso dell’Almost Home, Marshall Lee, perché tu non ci sei e siamo soldati, la guerra non fa prigionieri."
"Guardati le mani, lil’one."
Ti guardi le mani e i polsi lividi, annusando la cancrena che ti sta facendo marcire lentamente dalla punta dei polpastrelli e che va e viene con gli squilibri chimici del tuo cervello, come gli scarabocchi fra le pagine, come i fantasmi dei vivi e dei morti che affollano la tua cella: Sharon viene a trovarti il quarto mese, e le tue preghiere ("ti prego no, ti prego, vattene") non valgono a niente contro il suo fantasma collerico e dolce.
Una notte ti svegli di soprassalto e c’è Volkov, nero come la pelle di un toro, chino sopra di te. Ti respira sulla faccia l’odore acre del semtex esploso, inchiodandoti per le spalle con mani enormi e occhi cupi come due buchi neri incastonati nella carne. Ghigna lentamente, appoggiandoti un panno sul naso e sulle labbra prima di versarti in gola e nei polmoni l’acqua sporca di Safeport, facendoti domande a cui non puoi rispondere in una lingua scivolosa e incomprensibile che è quanto di più simile, nella tua testa, al russo di Koroleva.
Ti contorci e boccheggi, soffocando, finché Volkov ti bacia al centro della fronte madida e strappa via il panno umido dalla tua faccia per dirti: "Respira adesso, ti ho perdonato", e alla sua voce si sovrappone lentamente quella di Elian Chernenko. 


Mitchell, seduto sul bordo del letto, appoggia gli avambracci contro le cosce e sbircia il sole inondare le finestre rigate dai rimasugli di bruma. Tra le dita spesse rivolta nervosamente il cortex pad, cercando da qualche parte, fra le cime degli alberi neri stagliati attraverso il vetro, le parole giuste.



[…]

A partire da un paio di settimane dopo l'esito del processo, Marshall riceverà (dopo un severo controllo dei secondini) un tomo cartaceo decisamente voluminoso. E' una raccolta di poesie degli autori più svariati, che va dai celebri poeti Corer ai più misconosciuti poeti del Rim. Dopo aver ricevuto quel pacco, settimana dopo settimana (molto puntualmente) riceverà una lettera cartacea ogni domenica. Le lettere non sono firmate e non riportano il mittente, e contengono soltanto un bigliettino con sopra scritta una pagina (ogni pagina, una poesia da trovare sul libro). La cosa sembra voler andare avanti per tutta la permanenza di Marshall in prigione. 

 

La prima lettera rimanderà alla pagina della seguente poesia, firmata da una celebre poetessa del Core della seconda metà del (duemila)Quattrocento:


 

The art of losing isn't hard to master; 

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster,

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn't hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother's watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn't hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn't a disaster.

 

- Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan't have lied. It's evident

the art of losing's not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster. 

venerdì, giugno 13

Maybe everything that dies someday comes back.

12 Maggio 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


"Dagli adulti sentirai sempre dire che c’è un confine sottile fra l’odio e l’amore, ma non è vero per niente. Ascolta me. Il cuore è come un bastone della pioggia."

Justice siede davanti al largo tavolo da pranzo su cui è stato sistemato Hope, un anno, tre mesi, un sorriso sdentato da canaglia e la smania di mettere in bocca qualsiasi cosa placata, di certo solo temporaneamente, dall’attenzione vivida (ma assolutamente distante dalla comprensione) che preme addosso alla cugina. A schiena dritta e le spalle magre impettite, Justice tiene fra le dita un tronco di cactus essiccato, l’ultimo regalo di zia Nina dal mercato di Timisoara.

"… Vedi, se ami molto tutte le conchiglie scivolano da una parte, se odi molto invece se ne vanno tutte dall’altra. Per cui se sei innamorato non puoi odiare molto, e se odi troppo non lo so mica se ti puoi innamorare, right?"

Rivolta il bastone della pioggia in verticale, ascoltando a occhi chiusi lo scroscio cristallino di conchiglie levigate verso il fondo.

"Devi stare molto attento al verso in cui giri il tuo cuore, kiddo, perché l’odio è così pesante che a volte non si riesce più a rimetterlo dritto."

"Jeez, ma senti."

Justice sussulta e si volta mentre la sagoma aspra e affusolata di Marshall si affaccia dentro la cornice della porta inondata di sole.

"… Guarda che non funzioniamo mica tutti allo stesso modo, Jay-Lee."

La bambina spreca uno dei suoi rari sorrisi, alza le spalle.

"Ma tu sì, zio. No?"



14 Giugno 2516,
Horyzon (Dogtown).

Tutti quelli che hai odiato e che odi ti hanno tolto qualcuno che amavi, ed è per questo che adesso odi tanto Elian.

Ti ha portato via Elian.

giovedì, maggio 29

Everything flows.

29 Maggio 2516,
Safeport (Almost Home).
Interno notte.


Hope Red Lee non sa se sia notte o giorno quando si sveglia nel buio della cabina, in preda a un disorientamento fondo e improvviso che, alla sua età, fa in fretta a scivolare nella paura. Il pannello di lamiera graffiata sopra la branda di suo padre, che è ancora invischiata del suo odore e intorno a Hope si allarga come un campo d’atterraggio, gli si squaglia dentro gli occhi assediati dalle lacrime mentre aggrappa dieci dita minuscole alle pieghe del lenzuolo e scoppia in un pianto disperato. Passa una quantità di tempo incalcolabile, contratto e dilatato dalla mancanza di punti di riferimento, prima che il caschetto biondo e sfatto di sua madre si affacci sopra di lui. Moloko è piena del pessimo rum del Crook Saloon e ha negli occhi verdi un panico vivace che li rende lucenti come gemme. Si aggrappa al corpo minuto e morbido di suo figlio per sradicarlo dal materasso e stringerselo al petto, coprendogli i capelli biondi e sfilacciati di baci ardenti, alcolici, cullandolo seduta a gambe incrociate sul pavimento. A un bambino di un anno basta poco per piangere e altrettanto poco gli basta per calmarsi. Mentre nella bocca di Hope si asciugano gli ultimi lamenti dubbiosi, trascinati per inerzia senza memoria della vera causa di tanta mortificazione, Moloko preme le labbra contro il suo orecchio e gli semina con affanno un segreto nel cuore.

"La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla."


[…]
[Appeso sopra la branda della cabina c’è un foglio silenzioso, è Cortès entrata in punta di piedi senza prenderti a sprangate per cercarti l’anima di forza.]



Piangi anche tu a modo tuo, prendendo a pugni una nave che non puoi strapparti dal petto perché è la strada che hai scelto Mashall Lee, a ogni costo, contro tutti.

Non puoi indurirti nel silenzio, la roccia è fragile si spacca.

Col tempo viene massacrata e si frantuma come polvere.

Noi siamo come l'acqua. L'acqua si trascina via tutto e fa sempre un casino della Madonna, riesce a scavare nel ventre della terra anche quando pensi che sia solo un torrente da quattro soldi.

L'acqua non la puoi spezzare e non la puoi annientare perché cambierà sempre forma quando meno te lo aspetti.

Asciugati le lacrime di sangue che tieni incrostate sulle nocche e cammina a testa alta.

Tu non hai amici, non hai torti da scontare né buchi da ricucire.

Sei solo acqua, e quando capita di distruggere qualcosa, di abbracciare cadaveri che annegano, senza poterli salvare, non lo fai perché è giusto o sbagliato, lo fai perché è la tua cazzo di natura.

E' solo la tua cazzo di natura.

Nessuno ci sopravvive, siamo soldati dobbiamo camminare ancora e ancora. La notte non è mai eterna.



Moloko Cortès.



[Poco più sotto scritta in maniera meno incerta, in uno spazio angusto, una poesia scarabocchiata di traverso]


Avvizziscono i petali

che mi sono rimasti addosso

dall’ultimo turbine

di primavera.

Avvizziti e ormai avvezzi

al magone

dei mesi stanchi.

Scoppiano loro le vene

e cadono così dissanguati,

senza aver avuto la decenza

di ricucirsi

per arrivare ordinatissimi

ai tuoi palmi.

martedì, maggio 27

Roads.

28 Maggio 2516,
Polaris (Just Bad Luck).
Interno notte.


Marshall schianta le nocche contro la lamiera e ingoia la fitta penetrante che gli sboccia dentro la carne lacerata, compressa fra l’acciaio e l’osso. A ciascuna esplosione liberatoria dei muscoli corrisponde un lampo rosso di dolore acuto, ficcato a fondo nel cervello, e un fremito delle labbra tirate contro le guance ispide.

"Caralho, sei venuto in casa mia e neanche sei passato a salutare."

La voce di Cristobal la riconoscerebbe nel cuore affollato del Cruzero; gli frusta i nervi come lo schiocco di un nerbo di cuoio ed inchioda a metà strada la corsa del pugno destro incontro alla parete. Marshall ci sbatte il palmo aperto, invece, scaricando il peso delle spalle curve lungo il braccio teso e rovesciando la testa verso il pavimento.

"Bones, Cristosantissimo- …"

"Non scomodare i santi, Lee, non ne vale la pena."

La faccia tatuata del ‘Leaefer è un teschio sorridente. A torso nudo, dondola sui talloni degli anfibi neri che gl’ingoiano i polpacci e le pieghe lasche del pantalone mimetico. Appeso al collo ha un teschio d’uccello e, per qualche ragione, un fiore di papavero appoggiato dietro l’orecchio destro.

"Vedo che non hai perso l’abitudine di prendere a pugni i muri."

Sembra indifferente all’intensità ostile dello sguardo col quale Marshall, rivoltato con le scapole inchiodate al muro, lo passa da parte a parte. Gli angoli della bocca di Lee scivolano verso l’alto lentamente; la nascita del suo sorriso ripido è come quella di una catena montuosa.

"Tu quella di passarci attraverso."

Cristobal allarga le braccia e poi le lascia cadere, stringendosi nelle spalle asciutte. Sfrega i polpastrelli di una mano a mezz’aria e, come in un gioco di prestigio, fa comparire fra le dita una sigaretta accesa già fumata per metà.

"Sei tu che mi hai chiamato qui, pendejo."

Marshall scuote le spalle larghe contro il metallo, spingendo le dita indolenzite nella tasca dei jeans per cavarne fuori il pacchetto di Maracaros. Abbassa lo sguardo sulle tre cicche rimaste con una smorfia nauseata, piegando il mento per sfilarne fuori una direttamente con i denti.

"Massé? – ci biascica sopra, scettico quanto il singhiozzo labile delle sopracciglia brune, – Sentiamo, perché dovrei volerti fra i coglioni."

"Per avere qualcuno che ti dica che hai fatto la cosa giusta."

Lee manda giù un mattone di saliva e sfugge agli occhi verdi di Oxossi per frugare la cabina in cerca di un accendino. Trova una manciata di fiammiferi sfusi sparpagliati sul comodino e ne arraffa uno mentre, scostatosi dalla parete con una torsione energica dei fianchi, misura nervosamente i sei metri per sei del pavimento. Accende la sigaretta soffocando sul filtro una smorfia nervosa.

"Perché proprio tu."

Cristobal si lascia cadere sul bordo della branda, stropicciando un sorriso dolciastro.

"Perché io non posso dirtelo."

Marshall sente la nausea tornare a montargli dentro come una marea nera mentre cede al richiamo degli occhi di Cristobal, deglutendo fumo e saliva con un fremito teso dei muscoli dorsali. Si strappa la cicca di bocca con due dita e brucia la falcata che lo separa dall’allucinazione come volesse investirla, ma fermandosi al contatto fra le proprie gambe e le sue ginocchia piegate sull’orlo del letto. Allunga il palmo aperto contro la testa rasata di Oxossi e aggrappa cinque dita dietro la sua nuca, perdendo la presa quando scivola a sedere sui calcagni e rovescia il viso dentro le mani che il ‘Leafer gli porge per raccoglierlo, ingoiandosi l’odore quasi dimenticato della sua pelle e il languore umido che gli squaglia dentro il costato.

"El aire del invierno
hace tu azul pedazos,
y troncha tus florestas
el lamentar callado
de alguna fuente fría.
"

Prima che il mormorio liquido di Cristobal riesca a farlo piangere una scrollata involontaria delle spalle lo riscuote bruscamente. Ha una mano aperta contro la parete e lo sguardo fisso sulla traccia sanguigna che le proprie nocche hanno lasciato sul metallo.

"Shit."

Elian è da qualche parte sul Brigade, diverse paratie più in là, ma è la sua faccia che immagina mentre torna a sfondarsi le dita sull’acciaio. Il pannello è freddo sulla fronte madida quando ce la preme contro, appannandolo col flusso torrido del proprio respiro. Non la scolla neanche mentre cerca le sigarette e scarta fuori una Black Mamba (le Maracaros le ha finite già da un pezzo). Mastica la nicotina a occhi chiusi, in faccia alla parete, piegandosi a sedere sui talloni.

"Hai fatto la cosa giusta."

Raddrizza la nuca e solleva le palpebre per arroventarsi lo sguardo con la brace che consuma la cicca sintetica, schiacciata fra i polpastrelli callosi del medio e del pollice. Se la spegne lentamente al centro del palmo sinistro, ingoiando il bruciore con un’impennata svelta del mantra stretto fra le chiostre dei denti.

"Hai fatto la cosa giusta, hai fatto la cosa giusta hai fatto la cosa giusta haifattolacosagiusta hai, fatto la cosa, giusta hai- … Fuck."

Lascia cadere il mozzicone a terra con un ghigno aspro, tirandosi in piedi per rimediare un'altra sigaretta da incastrarsi in bocca.



 


 How can it feel, this wrong?
From this moment, how can it feel this wrong?
 

lunedì, aprile 21

You can scratch all over but that won’t stop you itching.

21 Aprile 2516,
Polaris (Koroleva).
Interno notte.


Il Wyoming Archangel’sk lascia l’orbita in orario, spaccando la crosta invisibile del cielo di Koroleva con un fremito di lamiere improvvisamente libere da tonnellate di pressione atmosferica. Marshall ha salutato Elian allo spazioporto e si è fermato a comprare un paio di pacchetti di natsional’nyy prima di lasciare il pianeta. Se ne rigira una fra le dita robuste, seduto sul bordo della branda, nella cabina spoglia e immersa nel cigolio sommesso che le vibrazioni del motore nucleare iniettano fra le giunture metalliche dell’astronave. Si è potuto sfilare di dosso gli strati di lana infeltrita, ora che il gelo rigido di Stalingrad non gli frusta più le ossa, ma ha i polpastrelli spaccati dal freddo e nel naso un’umidità fastidiosa.

"Secondo me ti ha raccontato solo stronzate su quell’accendino."

La voce prende corpo nell’angolo della cabina dov’è imbullonato lo scrittoio. Sollevando il mento con uno scatto allertato, Marshall trova i quadri verdi e bianchi della camicia larga e sdrucita che veste le spalle spesse di un ragazzo sulla ventina, addossato di natiche al bordo del tavolino di metallo e impegnato a ricacciare indietro con le dita la torma ramata di riccioli accatastati sulla testa.

"… Non è una specie di costante, con le donne della tua vita?"

Dorian Beckett si appende le sopracciglia in fronte con un singhiozzo interrogativo, indolente e malinconico dei lineamenti dolciastri, ancora non del tutto lavati dagli strascichi dell’adolescenza. Seduto scompostamente, con un piede scalzo piantato a terra e l’altro sul bordo dell'unica sedia in dotazione alla cabina, riflette l’allerta limpida dello sguardo di Marshall nel verde degli occhi umidi e annacquati dall’alcolismo.

"Te lo ricordi quello scricciolo che ti ha venduto a Joe Black, no? … Zoe Morrigan. – il sorriso che gli scivola sotto i baffetti fulvi è intriso di un’ironia mesta, – Vuoi dirmi che non le spezzeresti qualche osso, se non fosse sparita dalla faccia del ’Verse?"

Marshall scrolla le spalle con uno spasmo nervoso dei muscoli, rivoltando il labbro superiore contro ai denti e sfiatando dal naso un grumo di sprezzo denso.

"Non ti risponderei neanche se esistessi davvero." – gli fa notare, svogliatamente, arricciando gli angoli della bocca in un sorriso ripido e addentando l’estremità morbida della Nazionale senza filtro.

"È proprio perché esisto solo nella tua testa che non ho bisogno di una risposta."

La logica quieta di Dorian gli gonfia la schiena larga d’insofferenza, annodando il groviglio di muscoli elettrici e iniettando un’urgenza stizzita nelle dita spesse che rivoltano la scatola dei fiammiferi, spezzandone un paio prima di riuscire ad accendere la sigaretta. Nemmeno il sollievo avvelenato del primo sorso di catrame riesce a spegnere il formicolio dilagato sotto la pelle come una laboriosa colonia d’insetti.

"… Chissà la madre di tuo figlio che cosa non ti racconta. Magari se la fa con quel negro enorme. Non ti sembra un po’ uno di quei tori del Red Hooves? Deve avercelo molto più grosso del tuo."

Beckett si tira in piedi senza fretta, stiracchiandosi, ed allunga una mano grande e callosa, sporca di olio motore, per raccogliere la matassa di corda appesa allo schienale della sedia. La sbroglia senza fretta, con metodo, piegando il mento ispido di peluria acerba incontro alle clavicole scoperte dal colletto spiegazzato. Marshall lo guarda annodare un’estremità della cima, chiedendosi confusamente da dove venga mentre recupera la cicca con due dita, raspando l’angolo interno degli occhi con quelle della mano libera.

"In quel caso sarebbero solamente cazzi loro."

"Hhnnon è così che hai perso Sue, Lee? Dandole troppa corda e spedendola dritta nelle braccia di un altro?"

"Sue si era trovata l’uomo migliore che potesse trovarsi, pace all’anima di quel povero diavolo."

Dorian annuisce, rovesciando gli occhi in alto per valutare la distanza della trave di legno che attraversa il soffitto della cabina, più simile all’architrave portante di una stalla o di un vecchio fienile, fusa nel metallo alla maniera irreale di certi sogni saldati insieme. Marshall scatta in piedi, coi muscoli vibranti come cavi tesi, quando lo vede oscillare la corda e poi lanciarla per farne passare l’estremità annodata oltre il sostegno solido della putrella. Deglutisce a fatica un bolo di fumo e saliva mentre Beckett finisce di preparare il cappio, soppesandolo dal basso con compiacimento assorto.

"… Così, in realtà l’unica donna che hai sempre cercato di tenere al guinzaglio è stata Sharon."

"Fuck you. – Marshall gli ringhia addosso, a bruciapelo, prima che abbia pronunciato l’ultima lettera del nome di sua sorella; – Dovresti sciacquarti quella bocca di merda prima di nominarla."

La tentazione d’ingoiarsi la distanza esigua fra il letto e l’angolo della cabina gli rivolta i fasci di carne sotto la pelle e i vestiti, ma le dita di Dorian abbandonano la ruvidezza della corda per arrampicarsi lungo la fila di bottoni della propria camicia. Li slaccia uno per uno, svelando il torace asciutto e l’intreccio generoso dei muscoli, inchiodando le spalle di Marshall al muro con l’alone violaceo e arrossato dei lividi freschi che gli mangiano la pelle a chiazze.

"Hai ragione. Mi dispiace."

Dorian stropiccia una smorfia triste, di rassegnazione malinconica, mentre lascia cadere a terra la camicia e contempla, indeciso, l’orlo dei jeans leggermente cascanti sui fianchi stretti. Se li tiene addosso, afferrando la spalliera della sedia per trascinarla sotto il cappio ed issarcisi con un guizzo svelto, quasi ansioso, delle gambe lunghe. Marshall fa leva sulle proprie appena prima che cedano, scollandosi dalla parete con uno spasmo dei gomiti per imboccare la porta automatica ed affacciarsi precipitosamente sul corridoio vuoto del Wyoming, proprio mentre il tonfo della corda tesa gli stura le orecchie dall’interno, spremendo al cuore una picchiata violenta ed annodandogli le viscere in un grumo pulsante di nausea. La sigaretta è rotolata in terra nella foga di sfilarsi alla prigione della cabina infestata, e nel tubetto del nootropam gli sono rimaste quattro pillole.

Le prende tutte.

domenica, febbraio 9

El libro de los seres imaginarios.

10 Febbraio 2516,
Hall Point (Royal Suite).
Interno notte.


Infilare la carta magnetica nella bocca del pannello elettronico è un attimo, una volta trovato il verso. Spintonarsi dentro la suite regale come catapultarsi nella bocca di una dimensione sconosciuta. C’è un odore buono a impregnare l’aria, un tepore d’estate che non ha niente a che fare con le solide pareti di metallo dello skyplex, né con l’inverno tossico e ingrato di Sunset Tower. Marshall fiuta l’aria come un animale scaricato in territorio sconosciuto, Moloko si trascina con entusiasmo contro i muri composti da minuscoli tasselli di mosaico elettronico, che tracciano sulle pareti della royal suite una fedele, mutevole riproduzione dello spazio cosmico al di fuori della stazione – quando Cortes li urta ci lascia su l’impronta del suo corpo come un alone rosso, lento a sbiadire, quasi che il ’Verse si imbarazzasse di toccarla.

"I muri sprizzano sangue, Marshall Lee."

"… È il tuo cervello che sprizza sangue."

Marshall si trascina una mano contro il muso ispido, sfilando con l’altra il libro tascabile, distrutto, incastrato nella tasca posteriore dei pantaloni. Ne sbircia la copertina, arricciando le labbra, e poi lo getta sul letto più largo che abbia mai visto in vita sua.

"Jesus Christ, ci si potrebbe domare un cavallo." - mormora rivoltando gli occhi slavati, in cui la diffidenza sta cedendo vertiginosamente all’assedio della stupefazione, sul riflesso di stelle ardenti fra le scapole di Moloko.

Cortes arraffa il tech reader di Elian e lo lancia per aria, accosciandosi davanti al borsone rimasto semi aperto in un angolo del pavimento. Sul comodino Marshall adocchia l’holodeck acceso, ma piegato in due; se lo trascina sulle gambe mentre crolla a sedere sul bordo del materasso.

"Secondo te qual’è la password."

"Io come faccio a saperlo. Prova con Lee."

Moloko tira fuori sistematicamente i vestiti di Elian e li sparpaglia sul pavimento, esaminando biancheria, gonne e maglioni dai colori sgargianti come se si aspettasse di trovare un lanciagranate fra le cuciture. Lee digita 'Lee', ma l’holodeck non reagisce. Allora digita 'Shangri-La', poi 'Koroleva', poi 'Korolevamerda', poi 'Sono una grande stronza'. Cortes lo sente sghignazzare e gli tira contro il muso un paio di calze nel cui groviglio il ’buller si districa a fatica, annaspando imprecazioni, come se l’avessero avviluppato i tentacoli di una piovra gigante. Moloko gli ride in faccia, piegata sui calcagni come un naufrago nel mare di indumenti spiegazzati, con occhi lucidi e febbricitanti.

"Fuck you, sweez." – l’holodeck di Elian finisce abbandonato fra le coperte, e sempre fra le coperte le dita spesse e avide di Marshall trovano un telecomando.

"Occàzzo, Maria Vergine."

Moloko si è tirata in piedi, fissa l’holo-tv allungando le dita attraverso le immagini tridimensionali che le inghiottono i polsi come la superficie traslucida di una pozza d’acqua. Marshall vacilla contro il bordo del letto, spazzandosi i capelli bruni con il passaggio brusco di una mano. Barcolla incontro al frigobar scalpitando, i muscoli aspri in rivolta e lo sguardo che stenta a scollarsi dalle sagome umane che si attorcigliano intorno a Cortes, rincorrendosi su un palcoscenico invisibile. Si versa in gola, alla goccia, il contenuto di una bottiglietta di whiskey con una smorfia appagata tesa contro i lati del viso. Il secondo drink la ’leafer glielo ruba dalle mani con un sorriso ruffiano, tornando a immergere il caschetto sfatto tra gli ologrammi. Lee ne è un po’ affascinato, un po’ infastidito. Voltandosi verso il letto, con le proiezioni relegate a margine dell’arco visivo, gli sembra di vedere l’ombra di Elian che si sfalda e si ricostruisce contro l’orlo estremo dei propri occhi; come qualcuno gliel’avesse cucita dentro alle pupille, se la trascina fra le pieghe impercettibili del lenzuolo stirato e in ogni buco nero fra le stelle mobili inchiodate alle pareti. Non ha lineamenti, ma le guance rosse come bucce d’arancia e un sorriso invisibile, dolce come il burro appena fatto.

"… -dici per otto, ottocentosessanta. – la voce di Moloko gli si schianta nel cervello a ondate mentre si fruga le tasche in cerca del tubetto di nootropam. – Mordecai Adler, medico di bordo, ha detto che sei un incom-pe-tente."

Deve scandire l’ultima parola, per essere certa di pronunciarla bene, ma Marshall nemmeno la gratifica con un’occhiata. Rovescia sul palmo un paio di pasticche e se le infila in gola nervosamente, smorfieggiando sulla patina zuccherina che il farmaco gli incolla alla lingua; le manda giù con un sorso di rum.

"Mordecai who?" – grugnisce tardi, scrollando la testa come un cane bagnato.

"Mordecai Adler, medico di bordo. Mi insegnava la matematica e ricuciva le nostre ossa rotte prima di te."

"Uh. – Lee tira su dal naso adunco, strofinandosi un avambraccio sugli occhi e un ghigno sulle labbra, – … Incompetente sua madre."

Cortes gli rovescia in faccia un’occhiata carica di diffidenza brulla. Poi scioglie un sorriso incline all’indulgenza e si volta per inseguire con gli occhi le piroette di una balena olografica.

"Scopiamo."

"… Aspetta."

Passano una ventina di secondi, poi le chimere tridimensionali che attraversano la stanza e gli occhi della ’leafer si sfaldano, risucchiate dal ‘crack‘ rumoroso della centralina schiacciata sotto lo scarpone di Marshall, che trascina in faccia a Moloko due occhi assurdamente limpidi, stretti nella morsa degli zigomi contratti agli antipodi di un sorriso da canaglia.

"Scopiamo."





« pesca la carta magnetica della sua stanza - una suite regale a una porta di distanza da quella di Huck Haggerty -, e la porge a Marshall. […]