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lunedì, dicembre 15

We don’t need to be forgiven.

28 Maggio --,
Bullfinch (Acres Green).
Esterno giorno.


"… So watcha think, sweez?"

Hope Red Lee è biondo come la luce, ha le spalle larghe di suo padre e muscoli vivaci da adolescente. Con una mano aperta contro il muro bianco di calce del silo, il braccio teso è l’unica misura della distanza fra il suo viso abbronzato e quello, più scuro, della figlia del fattore incastrata fra il proprio corpo e la parete.

"Se mio padre sa che sono andata al lago con un ragazzo …" – il rossore le tinge le guance anche attraverso l’incarnato mulatto.

Billie Cotton gli piace perché è una brava ragazza dagli occhi ingenui, profondi e blu come il pelo dello Spring Lake.
Hope scrolla la testa, scostando la frangia pallida e disordinata per rivoltare sulle guance un sorriso da canaglia e due fossette dolci.

"C’mon, Bee, è un 'se' molto grosso."

Bracca la ragazza, un paio d’anni meno dei suoi sedici, come un animale che stringe la preda nell’angolo prima di saltarle al collo, ma con una limpidezza spensierata da debosciato a renderlo tutt’altro che minaccioso. Solleva la mano libera, e la bottiglia stretta fra le dita snelle, per ingoiare un sorso disinvolto di liquore prima di allungarla incontro alle labbra carnose e indecise di Billie.
Ignora il tumulto degli zoccoli sullo sterrato finché il fischio acuto della ragazza a cavallo lo colpisce come una scudisciata.

"Hope!, è un’ora sana che ti cerco."

Justice ha appena superato la ventina, è sottile come la lama di un coltello e cavalca all’amazzone con le gambe sepolte fra i fiori giganti e colorati di una gonna lunga fino agli stivali. Tra le scapole aguzze le dondola, come la coda di un serpente, una lunga treccia di sole. Gli occhi slavati e luminosi oscillano con indifferenza quieta fra il profilo di Hope, girato a sbirciarla di tre quarti, e lo stupore imbarazzato di Billie Cotton.
Non sorride, ma non sembra davvero spazientita.

"Hai finito di saccheggiare di straforo la riserva di rum di zia Cortès? – oscilla vagamente con la testa da una parte, come per decifrare l’etichetta della bottiglia sospesa a mezz'aria; – … Se ti scopre Chino ti rivolta la faccia, e siamo in ritardo."

In ritardo.
Hope sgrana gli occhi e s’irrigidisce con un fremito allertato di muscoli, premendo il palmo aperto contro il muro per darsi la spinta e strattonare indietro le spalle. Barcolla a ritroso un paio di passi, stropicciando addosso a Billie un’occhiata impenitente e una smorfia di scuse imbarazzata.

"Poi ne ... riparliamo."

La congeda senza fare caso al disorientamento un po’ irritato, reso maldestro dalla vergogna, con cui la ragazza batte in ritirata verso la veranda della casa coloniale.
Si torce su se stesso per fronteggiare la cugina dal basso.

"Punto primo, non siamo in ritardo. – sancisce, scollando l’indice dal collo della bottiglia; – … Tuo padre e zia Suze vengono da Chattanooga, it’s a fuckin’ long way to New Dallas."

"Infatti si sono mossi per arrivare ieri, scemo."

Justice si stringe nelle spalle, saldamente in bilico sulla sella di Mojave. Il buckskin scalpita a tratti, annoiato, battendo gli zoccoli sullo sterrato con qualche nitrito nervoso, ma senza mai cercare di disarcionarla.
Hope preme le sopracciglia all’attaccatura del naso, interdetto.

"Dodò?"

"Bloccata su un cargo in avaria fra Albany e Pound."

"Che cazzo ci sarebbe, poi, su Pound?"

Justice sbuffa un filo d’ilarità attraverso il naso, srotolando fra le labbra un sorrisino astuto.

"Guess it’s what she’s gonna find out."

Hope si incupisce vagamente, spostando l’ingombro della bottiglia mezza piena fra una mano e l’altra prima di spingere cinque dita in mezzo ai fili di fosforo che ha per capelli.

"Parti con lei quest’altr’anno?"

Dondola sui talloni, sbirciando sua cugina dal basso con aria corrucciata, sentendosi un groviglio d’impotenza annodato nello stomaco quando la vede scrollare le spalle minute con tre quarti di un sorriso indulgente arrampicati in faccia.

"Nessuno troverà mai Shangri-La se nessuno la cerca."

Red conosce la storia perché Justice gliene parla da quando è nato.
C’è una leggenda metropolitana che suo padre ha sentito da Lee Chernenko; sostiene che una settantina d’anni prima un’azienda di tecno-genetica iniziò il progetto di un parco a tema abitato da animali dell’immaginario collettivo portati alla vita dalle tecnologie di ricombinazione genica. La compagnia comprò e terraformò una luna, da qualche parte, e quando fallì le coordinate andarono disperse e nessuno andò a riprendersi gli animali. Secondo la leggenda dovrebbe trovarsi in qualche porzione di spazio tra il sistema Central e Dào. Tra il nono e il decimo quadrante.
Hope appende le labbra alla bottiglia e, stavolta, il sorso di rum che gli brucia l’esofago riesce anche a fargli girare la testa.

"Mommy’n’dad, fuck’s sake. – cerca la smorfia dubbiosa di Justice con occhi scintillanti d’ispirazione luminosa; – Think ’bout it, Jay-Lee, Moloko non è mai stata puntuale in tutta la sua vita, e Marshall non è entrato in chiesa nemmeno per sposarsi."

Allarga le braccia come un pugile vittorioso, spiando il guizzo di comprensione che prende forma lentamente sul viso tutto spigoli e dolcezza della figlia di Mitchell, che scuote la testa con un sospiro.

"Jeez, zia Nina gli spacca il naso un’altra volta se quello stronzo si perde il battesimo di suo figlio."

Justice contempla l’ipotesi con una risata leggera, curvando la schiena sottile per sporgersi verso il cugino con le braccia incrociate sul collo del cavallo.

"Allora? – il singhiozzo sfottente delle sopracciglia chiare corona la dolcezza accomodante del sorriso; – … Sali o no?"

Due teste bionde brillano sotto il sole alto, sopra il cuore verde di Bullfinch, mentre Mojave schizza al galoppo lungo la prateria.




Out here in the fields,
I fight for my meals,
I get my back into my living.
I don’t need to fight,
to prove I’m right,
I don't need to be forgiven.







27 Novembre 2515, Bullfinch (Prima linea).



16:54 Marshall [giungla]   « ... Stura fuori un grumo d'aria un po' asmatico, un po' ridereccio, risollevando il cranio con un sussulto brusco dei ciuffi fradici e affastellati » Vuoi imparare a tagliuzzare la gente o a ricucirla? « sbircia Moloko solo in tralice, favorito dall'occupazione che li vede affiancati, curvi in avanti come bestie da soma. L'inverno di Bullfinch non è mite; il fiato di Lee sfiotta tra le labbra in grumi di fumo biancastro, tanto è caldo il respiro custodito nel torace largo, tutto appiccicaticcio di pieghe della canotta sgualcita e grondante » Avevo capito, sweez. « scrolla il mento su e giù, spiegazzando un sorriso ripido ridosso alle guance magre, incastonate sotto zigomi aspri » ... Sennò ti avrei dato un pugno.


17:03 Moloko [giungla]  «  Continua a toccarsi il naso, la bocca e la fronte, con scatti infastiditi delle mani spiegazzate come fogli di carte, ricamate da cicatrici poco precise e molto frettolose. » dobbiamo prendere un cadavere, lo apriamo e mi spieghi che cazzo abbiamo nel corpo. Tipo polmoni, reni. « Spiega in modo maldestro e impacciato con gli occhi pulsanti, resi opachi da un sentimento fondo di disagio. »Per ora so solo che il cuore è come un tempio e dobbiamo proteggerlo col fucile e con i denti.« Non è una nozione medica, ma la getta fuori d'impeto strofinando il palmo della mano contro la cinghia che si frega fastidiosamente il collo. » you are my family « L'appunto è mormorato con malumore e una scossa burbera. Gli avesse dato un calcio nel culo, sarebbe stata sicuramente più delicata. » 


17:16 Marshall [giungla]   « fiotta un sibilo fra i denti stretti, quando il palmo largo della mano bendata perde la presa sulla cinghia e slitta in basso, riattizzando sul cuoio il bruciore dei tagli sparpagliati nella carne. Avviene in concomitanza con l'appunto delicatissimo di Moloko, che sbaraglia il resto delle sue considerazioni per coagulare sul volto sciupato e impervio di Lee, affilato come un profilo di roccia, una smorfia di crudo smarrimento. Inchioda barcollando nel fango, scaricando tra la melma lo slancio del passo smorzato per raddrizzare le spalle con una trazione brusca; gira il collo per sbatterle in faccia un'occhiata vorace e animalesca, intrisa di diffidenza limpida » Non ci sono spic nella mia famiglia. « l'obiezione cruda falcia ogni legame sul nascere, spezza le ossa allo spirito di corpo. Marshall allunga la mano fasciata per cercare la mandibola di Cortes con le dita spesse, indurite da calli mai visti sulle mani di un medico; c'è anche qualche taglio non rimarginato, spugnato dalla pioggia » ... Un tempio in cui non viene a pregare nessuno è come un tempio senza Dio, no? « la smorfia arricciata all’angolo della bocca tira su il neo incastonato nel profilo sinistro, traballando tra una sferzata di disorientamento sfastidiato e un sorriso arrogante. »


17:22 Moloko [giungla]  « Fiuta il buio che si fa largo tra le gambe, rende gli alberi poltiglie scure, lasciandola smarrita per una manciata di secondi. Inghiotte con violenza, due tre volte. La divisa non sembra pesarle addosso, la indossa con una spensieratezza indomita. Si raddrizza invano, il peso le schiaccia gli spasmi dei muscoli, si arrotola la stoffa della cinghia intorno alle nocche sbiancate. Bofonchia una risata sguaiata, protestando sull'onda dell'entusiasmo che si schianta con noncuranza sulla diffidenza altrui » non si sceglie la famiglia, mi fai schifo uguale. Le cose non cambiano.« Lo spiega con pazienza, come se l'altro fosse totalmente cieco. Il sudore non riesce ad asciugarsi, continua a rigarle la schiena sciolto nella pioggia. » adoro le macerie incontaminate «  argina la parola Dio, schivando la mano come se fosse un tizzone ardente. »


17:32 Marshall [giungla]   « mano a mano che il buio cala le torce si accendono, spazzando l'intrico nero della vegetazione con fasci di luce impietosa, che investe la pioggia rivelandone gli spilli fitti. Marshall serra solo il vuoto nello spasmo delle dita, braccando Moloko con uno strattone della testa e spingendole lo sguardo negli occhi attraverso l'ombra liquida, che quasi si ritrae attorno al chiarore torrido incastonato fra le palpebre del medico » Hhnrite. « la contrazione dell'angolo delle labbra potrebbe essere un sorriso come un guizzo di nervi tirati » ... Dio neanche esiste, dopotutto. « passa la lingua sulle labbra lucidate d'acqua, come ogni tratto di pelle non irruvidito dalla spazzola di barba incolta, contaminata di sprazzi biondastri. Appende le dita inerti a mezz'aria, poi torna ad allungarle in cerca del viso altrui; meno brutalmente, per quanto i suoi gesti siano l'antitesi della delicatezza » You're not my family. « la voce si piega lungo il corso scrosciante della pioggia, scivolando in un soffio basso; ha il tono di un'assicurazione schietta, ripulita dall’ostilità. Il lembo di labbra sollevato si arriccia fino a spingere lo zigomo in alto, schiacciando l'occhio corrispondente - come se Moloko fosse una creatura di luce che lo abbaglia senza riuscire a deviarne lo sguardo ostinato. »


17:43 Moloko [giungla]  « Deve combattere con degli ostacoli invisibili che la separano dal medico, cedendogli, tuttavia, una fiducia pulita e troppo vasta. Non riesce a immagazzinare l'ondata di agitazione che le scuote inconsapevolmente gli occhi, puntati sulla mano di Marshall. Stavolta non si scansa, ma i muscoli del collo, della mascella, si induriscono seguendo uno spasmo feroce dei muscoli. sente arrivarle addosso le parole, tutte, le mozzano il fiato facendole perdere un battito. C'è qualcosa di più caldo che gli si accende negli occhi. Ha il respiro gonfio che si solleva sull'ultima considerazione come un uragano. Istintivamente allunga una mano verso gli abiti del medico, all'altezza del collo, tenta di arraffargli con urgenza, perdendo il ritmo della marcia. » ascoltami coglione, finchè porterai questa divisa allora farò in modo che la tua faccia di merda non venga sfiorata da quei porci maiali dei corer, right?« la voce le esce animata e frammentaria, sbalzata dai respiri. » Non sono la tua famiglia, ma non puoi costringermi a pensarla come te.


17:51 Marshall [giungla]   « lo spasmo di muscoli che irrigidisce la mandibola altrui, sotto le dita, gli trasmette una scossa che sguscia sotto pelle come un brivido, torcendo una vampa di brutalità negli occhi. Se prima le premeva addosso il filo acuminato dello sguardo, adesso è il volto di Moloko a risucchiarlo fra i lineamenti induriti e i segnali lampanti della contrazione. Deglutisce, inerpicandosi fino ai suoi occhi con avidità indocile e affascinata. Viene strattonato per la canotta lisa da una mano che non ha nemmeno visto arrivare; il tessuto sibila e si strappa sotto le dita altrui, slabbrando lo scollo slargato ridosso le linee guizzanti del torace. Nell'alone mobile delle torce che fendono la notte tutto attorno, balena il riflesso metallico delle piastrine custodite nella conca dello sterno » You're no family. « rigurgita un soffio basso e irruvidito, scacciando attraverso le narici un fiotto di fiato caldo » But you are ... Sumthin'. « la concessione che gli sfila dalle labbra incontrollata, fra i battiti di cuore che rimbombano negli occhi da lupo. »


17:59 Moloko [giungla]   «  Marshall le ha scatenato una reazione a catena che trema sotto la pelle che lui stesso stringe, freme come una bestia in catene e quando riprende a parlare gli occhi sono fermi sul viso dell'altro come se fosse buco nero, magnetico. »Cortès è solo carne da macello, Lee è una merda di medico, Cortès vene rimpiazzata facilmente, Lee no.«  ragiona come se fossero una scacchiera »Tu ci servi dio solo sa quanto e il tuo unico compito... è ricucirmi e ributtarmi nel mattatoio ancora e ancora e ancora «  La mano scivolosa impatta contro lo sterno con debolezza, dal modo in cui tira la stoffa si direbbe che stia cercando un appiglio, spinge verso il basso come se avesse perso la forza e l'orientamento. » finché non mi dissanguano e non potrai più aggiustarmi. « Seppur riesca a sostenere lo sguardo dell'altro, nel suo inizia a comparire un getto di frustrazione bollente, che coincide con lo scintillio delle targhette. Per un attimo stringe lo sguardo verso il petto del medico, lasciando di scatto la presa, come se avesse bisogno di smaltire, fermarsi. » Sumthin' « Scimmiotta l'accento con una smorfia soddisfatta. »


18:04 Marshall [giungla]   « qualcosa tra "rimpiazzata" e "mattatoio" ne rivolta lo sguardo e i muscoli inaspettatamente, risucchia il freddo umido e le linee contorte della giungla in un lampo nero e fa scattare le nocche della mano libera di Marshall in cerca del viso altrui - tenta di schiantarcele d'impeto, in uno spasmo violento e impregnato di ferocia selvatica, strattonandole il mento serrato fra le dita per impedirle di sottrarsi in un guizzo di slealtà istintiva; astuta ma non ragionata. »


18:12 Moloko [giungla]  «  Probabilmente si aspettava qualcosa del genere, un'esplosione di qualche tipo. La penombra le getta contro il profilo un'espressione più cupa, sicuramente dolente, probabilmente è per via del rimorso che si annida nello stomaco assieme alla percussione del cazzotto di Marshall. Non riuscirebbe a schivarlo, ma qualcosa nella sua immobilità tradisce un desiderio, vile, di accusare una batosta fisica. Solleva appena il mento, con un fremito di inquietudine per la stretta che subisce. Questo fa si che la botta le si schianti all'angolo delle labbra, graffiando la bocca e riaprendo le ferite. le sente sanguinare d'immediato, in modo affatto preoccupato. Il viso guizza di lato, getta gli occhi a terra, da qualche parte, sputando un grumo rossastro » Torniamo a lavoro.


18:19 Marshall [giungla]   « nell'impatto di nocche e carne trova un sollievo crudo e viscerale, che ne alleggerisce istantaneamente il peso degli occhi. Ignora le ripercussioni accusate dai muscoli incordati della spalla, ritraendo le dita allentate, inerti, le cui nocche pulsano di fitte deboli e corroboranti. Allunga un sorriso ripido e solare - al punto da sfidare le nubi e il buio - sulle labbra, arricciando il superiore alla maniera delle bestie » ... Ntch. « l'assenso è più uno schiocco della lingua dietro ai denti; precede l'allentarsi della morsa sul mento altrui. Prima di ritrarre del tutto le dita, con le nocche ammaccate dallo scontro col suo viso le ripulisce dal sangue annacquato il taglio all'angolo delle labbra. È una sfregata di pelle indelicata, ma intrisa di premura assoluta. Le rimanda indietro la testa con uno strattone e arretra, voltandosi a cercare la cinghia del gatling abbandonata nel fango. »


18:27 Moloko [giungla]   «  Sente la bocca pulsare, come se la presenza asfissiante del compagno fosse ancora schianta sulla pelle. Non comprende del tutto la sensazione latente di insoddisfazione che le batte, come un tamburo, nel ventre e nelle ossa. Si passa la lingua sui denti mentre avverte il fastidio della pelle ruvida che si accanisce sulla ferita. Stringe il viso contraendo la fronte, gli sputa il fiotto di sangue e pioggia contro. Probabilmente lo colpirò di struscio, forse neanche. » s..-«  Ingoia a vuoto appigliandosi alla cinghia. »è la verità «  Vorrebbe dire altro ma non le riesce, cambia parola all'ultimo, virando bruscamente. » smettila di provocarmi «  Lo biascica nel buio, tirando su col naso. »


18:34 Marshall [giungla]   « risucchia il moto di sollecitudine in uno scossone indifferente delle spalle, assestando di traverso alla canotta strappata la bandoliera del Benson incastrato fra le scapole, scivolato scomodamente nel tumulto. Curvando la schiena, raspa la fanghiglia annerita dall'assenza di luce con le dita ruvide, ripescando la cinghia che impugna col palmo rivolto all'interno e il gomito flesso, senza passare dal sostegno della spalla » Hhnnà. « scrolla la testa, spazzando i ciuffi brunastri e impregnati d'acqua con la mano larga » ... It’s entertaining. « le rivolta addosso un'occhiata traversa, sghemba come il guizzo ripido delle labbra. Poi accenna col muso al fitto della vegetazione, facendole cenno di riprendere a trascinare. » (End.)


18:44 Moloko [giungla]  «  Il dorso della mano strofina con impellente bisogno, il mento, il taglio, tutti i punti sfiorati da Marshall, come se bastasse a scrollarsi di dosso l'impellente bisogno di sfracellarsi contro qualcosa. L'energia accumulata, le scariche represse, rendono la testa pesante.La limpidezza dello sguardo, ribaltato sul Medico, si trasforma in un focolaio infiammato da veleno. Biascia qualcosa di incompresibile, un dialetto spagnolo che viene sporcato da una mezza parola assolutamente comprensibile »..asshole«  si getta contro il freddo trainandosi dietro il gatling che le fa affondare gli stivali nel terreno, li sbatte un paio di volte. Scuote il capo, sbuffa, probabile che di li a poco cercherà invano -lanciando mille bestemmie - di accendersi una sigaretta. »/end

domenica, dicembre 7

VI. Shombay Cortès

6 Dicembre 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Interno giorno.


"Devi accoglierlo come un ospite sacro, lo porti in un bordello, gli offri da bere e poi vi scopate una puttana. È obbligatorio, la mattina seguente ti svegli, vai nella sua camera e gli chiedi il permesso di sposarmi."

"Aspetta … Aspetta. Ci dobbiamo scopare la stessa puttana?"

"Sì, è un simbolo di comunione. Solo che non devi per forza assistere, in teoria … Dovresti."

"Per Dio, stai scherzando."

"Ma che vuoi da me? Che cazzo vuoi da me … È una tradizione di famiglia. Lo vuoi fare con Sergio?"

"No cazzo, non lo voglio fare e basta. Christ."

"Le cose sono due, o lo fai o non ci sposiamo perché mio padre non viene al tuo … Al mio-- al nostro … Matrimonio. Hai capito?"

"Devo vomitare."

"Aspetta che si scopi la puttana fuori la porta e poi vai tu. Santo cielo, è una femmina … E tu cazzo quante puttane ti sei scopato mentre stavi con me? Non lo voglio sapere. Ma lo sai fare benissimo."


[…]

Marshall si sveglia con la testa sottosopra come la stiva di una Firefly durante un Ivan the Mad, immerso in un pantano di alcol e blast.
In qualche angolo impreciso del cervello si sente sporco, vorrebbe lavarsi la pelle fino a strapparsela di dosso. Stropiccia le palpebre col palmo delle mani e torce il collo per adocchiare la ragazza nuda che si torce mollemente fra le lenzuola sfatte.
Si tira in piedi barcollando, scavalcando il bordo del letto impregnato di sesso con una mano aperta contro le suture cucite intorno al cuore, sepolte sotto strati di bende e fastidiosamente infiammate dagli eccessi della nottata.
Trascina cinque dita spesse fra i capelli e ricaccia indietro un conato di nausea, tastando le narici arrossate con le nocche rotte mentre un brivido gli si arrampica lungo la schiena larga.
Trova i jeans a tentoni e li infila incespicando verso la porta, calpestando a piedi nudi le assi di legno incrostate di liquore. La luce fioca e violacea del mattino di Sunset Tower filtra tra gli scuri accostati delle finestre e gli ferisce le pupille dilatate mentre scavalca il breve tratto di corridoio che conduce alla stanza di fronte.
La risposta all’impatto delle nocche sul legno è un grugnito impastato.
Oltre il vano della porta, Shombay Cortès è una massa enorme di carne nera abbandonata ai piedi di un letto sfondato, la camicia a righe grigie e verdi sbottonata sul ventre prominente e una bottiglia di rum appoggiata in mezzo alle gambe. Siede sul pavimento sporco come un re primitivo sul suo trono di pietra e ossa.

"Lee." – la sua voce bassa sembra sgorgare dalle profondità della terra.

C’è un odore di bloom nauseante, Shombay ha una sigaretta incastrata distrattamente fra le dita tozze da picchiatore.
Marshall vacilla sull’uscio, travolto da un nuovo conato respinto a fatica. Raspa un bolo di saliva e lo sputa per terra, impastando come fango i capelli incollati di sudore.

"Cazzo, facciamola corta."

Il padre adottivo di Moloko ne accoglie la supplica snervata con aria impassibile. Non gli ha mai sorriso, da che ha messo piede su Safeport, nemmeno quand’era troppo ubriaco e troppo fatto per reggersi in piedi.

"Porta rispetto, mezzasega bianca, che non ti ho messo le mani addosso solo perché tieni due buchi in corpo."

Lee sfrega la lingua contro il versante interno della cicatrice ricurva che gli percorre la guancia sinistra, sfiatando un grumo di pazienza attraverso il naso adunco e addentrandosi nella camera con i nervi strozzati a fatica nel guinzaglio della necessità.

"Alright, mister Còrtes. – appende le dita dietro la nuca indolenzita, deglutendo un mattone di disagio e sbattendo lo sguardo fra le pareti della stanza come il volo di un calabrone rinchiuso sotto un bicchiere di vetro; – I’m here to ask your daughter’s hand in marriage."

"No."

Gli occhi chiari e arrossati di Marshall schizzano sulla faccia di Shombay come le schegge di una granata. Trascina le sopracciglia all’attaccatura del naso, rivoltando sul muso ispido una smorfia d’incomprensione interdetta.

"Come no."

Cortès è ancora seduto sul pavimento, placido come un bue dentro una pozza di fango. Solleva la bottiglia e manda giù il fumo dolciastro della bloom con un sorso di liquore.

"Tu estas empezando la casa por el tejado, ti pensi che sei venuto qua ed è tutto fatto."

Basta il dialetto di Maracay a trasformare la nausea di Lee in un nodo bollente d’insofferenza. Torna a spazzare la stanza con lo sguardo e cerca la metà cucita del torace con la mano aperta, premendo sulle bende e spingendo attraverso il naso una manciata di respiri potenti.

"Jeez, we fucked the fucking whore." – ringhia, rimpiangendo di avere lasciato il revolver sul letto.

Shombay ingoia un’altra boccata di rum. Deve aver ricominciato a bere e a fumare appena sveglio, ma sembra solidamente lucido; valuta il ’Buller dal basso con indolenza analitica.

"Perché la mia unica figlia la dovrei dare a te."

Marshall rivolta il labbro superiore in un fremito nervoso, ma con gli angoli della bocca stirati verso l’alto da una contrazione svelta. Dedica un’ultima occhiata alla stanza e copre l’ultimo paio di passi per piegarsi lentamente, barcollando, a sedere sui calcagni di fronte al proprio interlocutore.
Gli ficca lo sguardo negli occhi con un lampo di prepotenza.

"Perché me la sono già presa. L’ho conquistata palmo a palmo in mezzo al fango e ai proiettili, sotto le bombe, e adesso è mia. – contrae le narici come un animale per ingoiarsi l’odore di bloom, di alcol, di sudore stantio, trascinando i vertici di un ghigno brutale all’ombra degli zigomi aguzzi; – … Ho vinto io questa guerra, vecchio."

Nell’arroganza minacciosa e territoriale con cui si protende verso di lui non si agita nessun disprezzo. Gli si rivolge con l’esprressione che nel ’Rim si usa per identificare il padre proprio o di qualcun altro, un uomo che ha vissuto più a lungo e visto più cose di te, e che ha preso la vita a calci in culo fino a conquistarsi il lusso di arrivare abbastanza in là con gli anni da sentirsi chiamare 'vecchio'.
Un titolo che è quasi una medaglia.
Shombay sostiene il suo sguardo con una malinconia improvvisa, abbandonando la bottiglia di rum sul pavimento per arpionargli la nuca con una mano enorme e baciargli le guance con affetto rituale.

"Sei un bravo ragazzo."

Tornando allo spazioporto con le mani in tasca, barcollando fra le strade sporche di Sunset Tower, Lee si ferma a svuotare lo stomaco degli ultimi grumi di tensione.





But my hand was made strong
by the ’and of the Almighty.
We forward in this generation
triumphantly.

Won’t you help to sing
these songs of freedom?
’Cause all I ever have,
redemption songs.

mercoledì, novembre 26

Un fratello maggiore non ha sempre ragione, solo qualche anno in più.

26 Novembre 2516,
Safeport / Bullfinch.
Interno giorno.


"… Ti ho spaccato la faccia perché hai dato un bacio alla mia ragazza, Chino, vuoi sapere che farei al tuo posto? Gli aprirei il petto con una fucilata allo stronzo che vuole fotterti Moloko."

Mitchell scalpita e sfiata come uno stallone nervoso, Marshall sente le assi di legno del salotto di casa scricchiolare mentre il maggiore dei Lee cammina in cerchio come un animale in gabbia (lo sa perché è la stessa cosa che fa lui quando vorrebbe prendere a pugni qualcuno che non c'è).

"Jeez, statti calmo, nessuno qua si fotte nessuno. A parte in senso letterale." – l’ironia del gioco di parole gli spreme un fiotto d’ilarità sorda attraverso il naso, stirando i vertici della bocca in una mezzaluna aspra.

"How the fuck d’you know-- he fuck’d her, how d’ya fuckin’ know he’s not going to steal her.“

"I just-- fuck you. I know shit ok? Come quando sai che hai vinto un rodeo e l’ultimo gaucho non è ancora salito sul toro."

"Cristosantissimo, stai paragonando la tua donna a un toro."

Marshall strofina un ghigno ruvido sul dorso delle nocche consumate.

"Per Dio, Marsh, tu sei tutto storto."

"Porcaputtana, Mitch. – la voce di Nina, ovattata dalla distanza e dal gracchiare della linea disturbata, si leva da qualche parte alle spalle del fratello – … La vuoi smettere di tirare Nostro Signore in mezzo ai fatti vostri?"

Il ghigno di Marshall degenera in una risata che fa esplodere il disturbo metallico della frequenza cortex come lo sfrigolio impazzito dell’olio in una padella, costringendolo ad allontanare il pad dalla bocca.

"Shit, coglione, sei ancora lì?"

"Dipende se hai finito di essere geloso della mia femmina."

"Non sono geloso, stronzo."

"Jeez, come no. – Marshall strofina una mano fra i capelli sfatti; – Sei marcio."

"Fuck off, lil’one, sei tu che mi vieni a confessare tutti i cazzi tuoi come se fossi un cazzo di pastore."

"’Course I do, you're my big brother."

Mitchell intuisce il sorriso da lupo di suo fratello a parsec di distanza, trascinando una mano contro il viso per trattenere malamente l’ombra di una risata arresa.

"Vi devo dire anche un’altra cosa. – grugnisce il minore dei Lee, prima che lo stridio metallico di una voce fuori campo lo richiami con urgenza (attraverso il cortex si capisce poco: radiazioni, scavengers, baracche); – Fuck-- ti richiamo."

Marshall chiude la comunicazione.

Mitchell lascia rotolare il pad sopra il tavolo e trascina le mani nei capelli, stropicciando una smorfia d’incomprensione cruda. Solleva lo sguardo su Nina, appoggiata contro lo stipite della porta con le mani nelle tasche della lunga gonna da cowgirl e una Black Mamba eccezionalmente accesa fra le labbra.

"By the way … – biascica svogliatamente sul filtro, inarcando appena le sopracciglia bionde; – It was her who fuck’d him."







Se ti dicono di alzarti tu siedi 
e, quando siedono, tu alzati in piedi.

lunedì, ottobre 13

I can’t drown my demons, they know how to swim.

12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Non dentro il braccio, pensa Marshall Lee.
La porta della sickbay è sigillata dall’interno, le brande vuote, il tavolo operatorio illuminato dall’alone bianco della lampada scialitica rivoltata contro l’acciaio del soffitto. Immersa in un silenzio irreale, l’infermeria è un sistema isolato: ogni rumore ingoiato dalla fame che gli vibra fra le tempie.
Non dentro il braccio.
Solleva l’orlo della canotta lisa, accartocciando le pieghe del tessuto fra le dita, e spinge quello dei jeans sbottonati verso il basso per snudare la linea di giunzione fra il bacino e la coscia destra. Tiene le dita ferme, respira, liscia la carne tesa col pollice per aiutarsi a trovare il tracciato azzurrino della vena.



27 Aprile 2505,
Bullfinch (Providence).
Esterno notte.


Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo, Dorian Beckett lo sa.
Il cielo nero di Providence gli vortica sopra la testa, stonato dal pieno di whiskey che si è versato in gola. Trascina le dita di una mano fra i riccioli fulvi, li stira e li rivolta nel tentativo di dipanare il filo aggrovigliato del proprio orientamento.
Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo.
Sua madre si schiantava contro le nocche di suo padre come la risacca sugli scogli. Ancora e ancora e ancora. Più lui si avvelenava di gelosia, più la batteva forte, più lei sgusciava fuori di casa durante la notte, dentro ai letti dei suoi amici, dei suoi nemici, di tutto il branco d’uomini che le avrebbero messo le mani addosso nonostante i lividi.
Il vecchio Beckett la picchiava e beveva, beveva e la picchiava. Beveva per avere il coraggio di picchiarla, per dimenticarsi l’amore sotto i calli delle mani ruvide con cui le rivoltava la faccia. Beveva per farsi consumare dall’alcol prima che dalla guerra furiosa fra l’odio mai sazio e il senso di colpa.
Se ci pensa adesso che è ubriaco (e fa in modo di non doverci mai pensare da sobrio) gli sembra che, dopotutto, suo padre non avesse scelta. Doveva ammazzare sua madre prima che fossero i suoi tradimenti ad ammazzare lui. Conquistarsi con ogni grammo di violenza l’agonia solitaria della cirrosi che l’avrebbe stroncato, in gloria, dieci anni dopo.
Appoggiato contro la porta chiusa dell’officina, Dorian vacilla sulle gambe e cerca per la quarta volta di accendersi la sigaretta con un fiammifero carbonizzato.
Per qualche ragione non si sorprende quando qualcuno, attraverso il buio, gli allunga sotto il naso la fiamma di un accendino.



24 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Interno giorno.


Persino i morti parlano, per chi è capace di ascoltarli, ma non hanno mai niente di allegro da dire.
Spogliare sua sorella gli ha spinto sotto la pelle una nausea tanto più simile alla disperazione che al disgusto, ma Marshall ha tirato avanti con l’urgenza brusca della necessità, accantonando un tentennamento dopo l’altro, ricacciando indietro con ostinazione la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in ogni gesto che compie come in una corsa verso l’irrimediabile.
Si ricorda di quando facevano il bagno nel torrente, nudi nel gelo frizzante di Marzo, intirizziti e leggeri come le rondini addensate contro il cielo in stormi geometrici.
Il corpo che scopre un palmo alla volta non assomiglia a niente che abiti la sua memoria. È freddo e rigido, gommoso e incolore.
Marshall sfiora le costole disallineate, spezzate dagli zoccoli di Hooligan come rami secchi e rimesse faticosamente insieme sotto i lembi di carne ricucita, lavata, bianca come una guaina di lattice.
Un’autopsia non è mai un lavoro piacevole.
Marshall deve fermarsi a vomitare due volte prima di lasciare la camera mortuaria: il primo conato lo travolge che non ha nemmeno cominciato a inseguire il tracciato dei lividi e dei morsi che, dall’ansa generosa dei fianchi, percorre l’addome di Sharon come un’infiorescenza violacea.
Il secondo arriva quando scopre fin dove si sono spinti i segni della violenza.



12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Il proiettile d’estasi liquida che gli affonda nel cervello dilata i raggi della lampada scialitica come lo zampillare di una fontana di luce. L’insofferenza si squaglia e i muscoli perdono la presa sulle ossa, diluendosi in una pace molle senza il bisogno di correre, di sfinirsi, di prendere a pugni le pareti per liberare la tensione spasmodica di carni plasmate nella rivolta.
Il piano rigido del lettino operatorio sembra ingoiarselo come fango caldo, quando si sdraia e lascia colare verso il pavimento le dita appesantite dall’hypospray, svuotandosi il cervello nel lampo abbacinante di piacere sintetico che lo trascina alla deriva, soffocando il martellare della coscienza.



29 Aprile 2505,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


Mitchell lo trova strafatto, seduto sulle assi di legno del salotto affettato dalle ombre lunghe dell’alba, che fissa il divano con l’aria vacua e assieme concentrata di chi stava cercando la forza di tirarsi in piedi quando ha perso il filo del discorso coi propri muscoli.

"’The hell have you been."

Abbandona il fucile al fondo delle scale e gli si accoscia davanti per ingoiarsene l’attenzione fragile, seduto sui talloni scalzi, coi jeans infilati di fretta e la tshirt sgualcita ancora impregnata di sonno. Nina dorme da qualche parte, al piano di sopra, stremata dalle lacrime. Marshall tira su dal naso rumorosamente, strizzando un occhio nella contrazione sfastidiata, incerta, dello zigomo affilato; come se la faccia di suo fratello mandasse barbagli di una luce insostenibile.

“Marsh. Hey.“

Mitchell digrigna i denti e gli molla uno schiaffo ruvido, che lo costringe a sbattere le ciglia e sgranare le palpebre per rimetterne a fuoco l’apprensione nervosa. Scolla una mano da terra e se ne strofina il dorso contro il muso ispido: nei suoi vestiti è intessuto un odore rancido di bile che strozza le budella di Mitchell e gli spinge su per la gola il contenuto nullo del proprio stomaco. Lo tiene giù a fatica, arpionando la mandibola lenta del fratello con cinque dita spesse. Marshall scrolla confusamente la testa, sfuggendo alla morsa dei polpastrelli callosi per accennare a rimettersi in piedi; i muscoli intorpiditi gli si tendono nella carne come corde, ma cedono rovinosamente nell’arco di un sussulto scomposto.
"I think I just did s'mthin’."
Mitchell scivola sulle ginocchia con un tonfo pesante di ossa e legno, allungando le mani per serrare le tempie del fratello nel palmo spazioso e raccogliere lo smarrimento dei suoi occhi vuoti, la consistenza sporca e umidiccia dei capelli bruni stravolti.
"Everythin’ he did to her … Every. Fucking. Thing."
Marshall si confessa lentamente, accalcando un mormorio sconnesso dietro l’altro.
"… I did it back to him."

– quello che sente infila sotto la pelle d’oca di Mitchell una disperazione fonda, inchiodandogli la nausea sotto lo sterno e, nelle nocche, il desiderio di colpire la smorfia disorientata di Marshall fino a spappolargliela.

"I told you to fucken’ leave it. I- …“
"… I know."
Mitchell lo rimette in piedi, infilandogli la testa sotto un braccio per trascinarlo verso il corridoio.
"Ti devi fare una doccia."


… Domare un essere umano è un’esperienza enorme.

lunedì, settembre 29

And driving down the road I get a feeling that I should have been home yesterday ...

28 Settembre 2516,
Safeport (Baraccata Est).
Esterno notte.


Il garage brucia, il cortile allagato di sangue brucia.
In piedi sul tetto di una palazzina di cemento, Marshall guarda il covo dell’ennesima banda di Sunset Tower andare a fuoco.
Buon Exodus Day, brucia le cose che non vuoi portare con te nel nuovo anno.
Al fumo acre della sigaretta si mischiano l’odore della polvere da sparo e dei detriti fusi, del metallo squagliato dalla fame dei missili. Il flak jacket gli comprime fastidiosamente il torace, e quando slaccia le cinghie le strattona con l’urgenza brutale di una bestia chiusa in gabbia.
Si spoglia degli strati di kevlar, ma non riesce a scollarsi di dosso la sensazione di essere nel posto sbagliato.
Di rischiare la vita per il pianeta sbagliato.
Nemmeno se chiude gli occhi riesce a immaginare di essere immerso nel profumo fresco e pungente dei larici e dei faggi, dei pioppi balsamici arroccati sul dorso delle St Louis Mountains.

"… Che il marcio si è mangiato Sunset Tower fino alle fondamenta già decine di anni fa, che ci consumiamo e ci spacchiamo le ossa a spremere sangue dalle rocce per rimettere in sesto un pianeta che non è il mio e non è neanche il tuo, e invece che fare la guerra agli alleati la facciamo ai criminali in casa nostra …
Solo che quella non è casa nostra."

Scivola a sedere sui calcagni accanto al flak jacket, accanto al lanciagranate ancora tiepido. Strozza il filtro della sigaretta fra due dita spesse e se lo preme fra le labbra, ingoiando colate di catrame e insofferenza.

"Ti scoraggia sapere che stai lottando per un pianeta che non cambieremo mai o hai paura che sprecherai la tua vita e quelle dei tuoi figli su Safeport."

Cosa getteresti nel fuoco?

"Prova solo a prendere in considerazione l’idea che il fronte di questa guerra è immenso e forse stiamo perdendo tempo a combatterla nel posto sbagliato; forse per liberare un pianeta alla volta dovremmo partire dal pianeta su cui vogliamo vivere e far crescere quei ragazzini."

Sputa via il mozzicone e si tira in piedi, recuperando l’equipaggiamento per portarselo dietro quando ripiega verso le scale antincendio, lasciandosi alle spalle il cortile pieno di morti e di feriti che agonizzano dal lato sbagliato della rete.

"Se fra un paio d’anni le cose non saranno cambiate io tornerò su Bullfinch per fare quello che sto facendo adesso, vivere e lottare, nel posto in cui lo voglio fare.
… In cui avrei sempre voluto farlo."


Cosa getteresti nel fuoco?

Safeport.

venerdì, agosto 29

Love is a doing word.

29 Agosto 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Esterno notte.


Dodò non fiata da quando si sono lasciati l’Hydra alle spalle.
A labbra chiuse si chiede come sarà Bullfinch, e come saranno e il fratello e la sorella di White Daddy, se la porteranno veramente a fare il bagno nel lago e le lasceranno leggere i libri a voce alta per Hope Red, e se la cugina bionda che si chiama Justice sarà carina con lei o se dovrà darle un pugno in faccia o morderle un orecchio.
Cammina dritta come un soldatino, con i timori stretti dentro al petto magro e nei pugni chiusi lungo i fianchi, precedendo di due passi Marshall e il bambinetto biondo che, con una mano aggrappata ai suoi jens, un po’ tiene il passo e un po’ si lascia trascinare.
Fa un sacco di domande, Hope.

"Perché ci mandi via? Dobbiamo starci tanto tempo? Tu perché non vieni? Vai in prigione di nuovo? Ti porti anche mamma? Perché mamma ha fatto così quando le ho detto ciao?"

Marshall non abbassa lo sguardo, solcando le balaustre e i ponteggi dello spazioporto mentre distribuisce occhiate, come raffiche di mauler, allo sciame di uomini e donne armati che brulicano su e giù rendendo la torre un enorme termitaio.
L’hound di Moloko corre avanti, resta indietro, ma anche senza guinzaglio e senza disciplina non perde mai il passo, e bracca i bambini come un lupo a caccia di daini.

"Così come."

Hope si stringe nelle spalle senza rispondere, incespicando per stare dietro alle falcate brusche di suo padre con aria confusa, fiutando tensioni a cui non sa dare un nome.

"… E tu perché fai così?"

Marshall lo zittisce piazzandogli una manata in testa e se lo scrolla di dosso, inchiodando al cospetto dell’enorme ventre metallico di una nave che non è l’Almost Home: il Leprechaun, classe brigade, aspetta i suoi passeggeri a motori caldi.
L’uomo che si fa incontro a Lee per battergli una pacca sulla spalla e una testata sulla fronte è Paddy Jackson, un browncoat di Tauron che ha ancora qualche ciuffo di capelli fulvi dove l’esplosione di una granata su Spartaca non gli ha ustionato la cute.

"Non ci devi stare troppo dietro. – gli spiega il medico di Bullfinch che gli ha salvato un occhio e quasi tutto l’orecchio sinistro; – Basta che gli dai uno sguardo durante il viaggio e me li scarichi a Timisoara, mio fratello se li viene a prendere."

Né a Hope, né a Dodò la faccia bruciata di Paddy fa paura. Sono cresciuti in mezzo ai reduci, alle bande di Maracay, sotto il cielo ardente di Sunset Tower. Sono Marshall e Moloko a dire loro quali mostri sono mostri, e quali invece sono amici.
Dodò sta già sgambettando dietro a Mezza-faccia Jackson quando Marshall la richiama con un fischio, le dà una pacca sulla spalla che la fa traballare e un buffetto non tanto più tenero sulla guancia.

"Stai attenta a tuo fratello. – le dice, – … E stai attenta pure a te stessa, ricordati che nessuno c’ha il diritto di dirti quanto vali, perché sei figlia di tua madre e sei pure figlia mia."

Hope, quando il padre lo strattona per un braccio, si scuote e si ritrae con una smorfia riottosa.

"Non ci voglio andare a Bullfinch, pa’."

"Perché no?"

Hope non sa rispondere, solleva una mano per strofinarsi una guancia e scrolla la testa bionda con la rabbia scritta in faccia come un temporale.

"Hey, kiddo."

Marshall si piega sui calcagni e gli prende le spalle fra le mani enormi, tenendogli alto il muso con la pressione di un pollice.

"L’hai visto quel segno che ha tua madre in faccia, right? – piega la testa verso il basso, specchiando lo sguardo nelle pozze umide e confuse degli occhi del bambino; – … Il taglio gliel’ho ricucito io mentre il mondo ci cadeva a pezzi tutto intorno. Il suo viso e quello del mio pianeta hanno la stessa cicatrice, e sono bellissimi tutti e due."

Lo stesso pollice glielo sfila da sotto il mento per lisciargli l’attaccatura del naso, spianando il cipiglio contratto fra le sopracciglia chiare.

"Quando ci arrivi lo vedrai." – gli dice, spingendolo via.

Se ne rimane accosciato sul pontile a guardarli, una bambina nera e un bambino biondo che spariscono ingoiati dal metallo.

giovedì, luglio 24

You don’t judge the ones you love.

24 Luglio 2516,
Safeport (Almost Home).
Interno giorno.


L’odore di Moloko gli si è fuso nel cervello come un blocco di cemento pesante, le dita delle sue mani fervide hanno sciolto tutti i nodi dei capelli brunastri e mal tagliati, asciugati sul cuscino e contro la sua pelle.
Marshall riemerge dal sonno che è solo, impastato fra le lenzuola della branda e nel pantano di un colossale doposbronza. In testa gli ronza l’eco della voce di Cortes, un mantra di cui non riesce a ricostruire il senso fra i brandelli di coscienza pesante affiorata nei sogni allucinati della nottata.
Trascina un braccio davanti agli occhi, strofinando il muso ispido contro l’incavo del gomito prima di cucire lo sguardo sulle tacche nere allineate lungo l’interno dell’avambraccio. Tira su dal naso adunco e strizza le palpebre, sollevandosi sui gomiti per rovesciare un’occhiata sul torace nudo, aspro di muscoli e arrossato lungo le linee d’inchiostro scavate sotto il cuore da una mano ferma.

"Hope Red." – legge, ghignando confuso, con un gorgoglio di voce arrochita.

Gli fanno male gli occhi quando li rivolta contro la porta della cabina, intercettando con uno spasmo di muscoli intorpiditi la cascata di trecce nere e gli occhi da lince di Dodò, un lampo nero che gli invade il letto per sbattergli le labbra a schiocco sulle guance e sul naso, e una tazza di caffé nero ancora tiepido contro lo sterno coperto soltanto dalle piastrine militari.
La bambina si raggomitola sulla coperta, appoggiandogli di prepotenza il braccio su una spalla e sporgendo il muso bruno sul foglio firmato dalla maestra che gli sbatte sotto agli occhi. Legge la comunicazione al suo posto, con la pazienza e il piglio serio di un adulto, perché sa riconoscere al volo i postumi di una sbronza, e poi gli bisbiglia piano dentro un orecchio, con la bocca tratteggiata da un sorriso incerto.

"Domani è la giornata dei papà, e io il papà noncelotengo, puoi venirci tu? Non so a chi altro chiedere …"

Marshall affoga il residuo rancido che gli raschia la gola nel primo sorso di caffé, spingendo cinque dita spesse fra i capelli lisciati da Moloko per tutta la notte.

"Jeez … Còrtes non va bene?"

Dodò scuote le treccine con l’aria rassegnata di chi ci ha già provato.

"Nà, è la giornata dei papà. La mamma non vale."



25 Luglio 2516,
Safeport (Jackmark).
Esterno giorno.


La scuola elementare di Jackmark è un edificio fatiscente che cade a pezzi. Lo stanzone in cui si svolge la ‘giornata dei papà‘ è affacciato su un cortile di cemento sporco nel quale torme di ragazzini corrono e strillano inseguendo una lattina ammaccata.
Marshall fuma seduto sul davanzale della finestra aperta, sbirciando ora il cielo chimico di Safeport, ora le facce degli uomini sparpagliati nella stanza: lo fissano tutti, a sprazzi d’interesse alterni, perché è bianco e ha gli occhi azzurri ed è venuto ad accompagnare una bimbetta nera come il carbone delle miniere di Nedmore Town.
I padri si scambiano chiacchiere spente, sono quattro gatti. Nelle scuole di Sunset Tower sono pochi gli studenti che hanno un padre abbastanza sobrio ed abbastanza interessato da tirarsi in piedi una mattina all’anno per accompagnarli a scuola. Alcuni hanno infilati alla cintura revolver più grossi della testa dei loro figli.

"… White Daddy, lui è Jonas."

Dodò sgattaiola sotto la finestra bassa, dal lato del cortile; ha uno zigomo gonfio e un ginocchio sbucciato sotto i jeans tagliati a mezza coscia, strattona per un braccio un moccioso biondo e slavaticcio che avrà più o meno la sua stessa età e non spiccica mezza parola, scaricando in faccia a Marshall un’occhiata densa di soggezione e tirando su dal naso il filo di sangue grondato giù dalla narice sinistra.

"Jonas dice che non sei mio papà e che abbiamo barato. – la bambina parla in fretta e scrolla il braccio del compagno, che deglutisce e stropiccia una smorfia scontrosa. – Allora ci siamo picchiati per la su- pre- mazia."

Il sorriso bianco di Dodò scintilla sulla sua faccia scura come un ghigno da furetto allegro.
Jonas si libera con uno strattone della spalla.

"Il mio papà ti spara in testa, brutta negra, e questo qua non è tuo padre. – si fa spavaldo, addita l’uomo appollaiato sul davanzale con il mento magro. – Non vi prendete manco un po’."

Marshall rivolta la cicca fra le dita, valutando la scena dall’alto con uno spesso strato di fastidio annoiato a rendergli un’aria da cane rognoso. Sfoga la frustrazione nella torsione di muscoli agile, leggera, con cui le gambe scavalcano la finestra per sbattere la suola degli scarponi sull’asfalto rotto del cortile.
Torreggia sui due bambini che si spintonano, butta via il mozzicone ed allunga una mano enorme sopra la testa di Dodò per spingerla da parte, senza grazia, prima che possa tirare al bambino un altro pugno: Jonas forse l’avrebbe preferito, un altro pugno, perché la negra si scosta con una piroetta e si appende alla gamba dell’uomo che, fissando lui dall’alto, curva le spalle larghe e tira su dal naso adunco come per strappargli via di dosso la pelle assieme all’odore che la ricopre.

"C’hai ragione, kiddo. – l’accento cantilenante dell’uomo non è del posto; Jonas l’ha sentito strascicare in bocca, qualche volta, a qualche amico di suo padre. – Mia figlia è negra e io sono bianco, ma indovina un po’ …"

Il ghigno che torce gli angoli della bocca di Marshall Lee spinge giù per la spina dorsale di Jonas un brivido e la sensazione netta, schiacciante, che l’uomo lo prenderà a schiaffi se prova sul serio a indovinare prima che abbia finito di parlargli.

"… Tuo padre è uno stronzo, quindi vedi un po’ tu che devi fare per non assomigliargli troppo."

Sulla pelle di Jonas arriva solo una pacca ruvida, pesante come un ceffone, che scava sulla faccia di Dodò una smorfia di delusione vispa mentre l’uomo si raddrizza, si stiracchia, allunga una mano sola per permettere alla bambina di avvinghiarsi attorno al suo braccio.
La solleva di peso e se la carica in spalla.

"Andiamoci a scommettere qualche dollaro sui galli giù al Caravan …"

Le dice.

"… Mi sembra una stronzata questa giornata dei papà."

lunedì, luglio 21

F.E.A.R.

--


"Sometimes it lasts all night. I lie here and I listen to the shovels and the picks against that wall there. And I pray the sun will come up at the curtains before they break through. No, I don’t pray - I hope. And sometimes, it happens. The sun beats them. 

But, mostly … The shovels beat the sun."

giovedì, luglio 3

Rosebud.

4 Ottobre 2515,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


Il monsone ha srotolato una tregua sulla giungla e sui campi di Bullfinch, asciugando la terra e restituendo al tramonto il palcoscenico rovente di un orizzonte terso. Bobby Noon ha abbracciato sua madre e baciato sua sorella sulla fronte. Mentre assicura la sella sul dorso di Brownie annusa il profumo schietto del terriccio, l’afrore del pelo della cavalla e quello del suo sterco rotolato a imbrattare il cortile.
Non gli importa, ogni odore raccolto prima della partenza è un odore di casa.
Accanto allo steccato ha addossato una bisaccia piena di vestiti, al cinturone di cuoio ha assicurato il revolver; alla sella il fucile da caccia di suo padre. Rivolta le mani grandi per guardarsi le dita lunghe, callose, strofinando i polpastrelli e sbirciando gli ultimi barbagli del giorno attraverso le palpebre schiuse.
Il battito d’ali confuso e lo starnazzare delle galline sono l’avvisaglia che precede il tonfo impetuoso di zoccoli gonfiatosi nel silenzio. Bobby torce il collo per fronteggiare, con un fremito irrequieto delle spalle larghe, il muso di Comanche e, più in alto, la faccia scura e impolverata che lo fissa da sotto la falda di uno Stetson consumato.

"Fuck you, Bobby Noon."

Nina Lee si sbroglia dal dorso del roano con una torsione svelta, schiaffeggiando il terreno con la suola degli stivali ed il viso sconcertato di Bobby col verdazzurro brutale degli occhi. La lunga treccia le si è sfilacciata, durante la corsa, appendendole intorno al viso rivoli biondi come spighe di grano.

"Non stai davvero partendo per il fronte senza salutare."

Nina gli concede una scappatoia ruvida, generosa, che Bobby non è svelto abbastanza da cogliere. Apre la bocca, la richiude, si stringe nelle spalle.

"La seconda linea è a poche centinaia di miglia da qui."

"… E il cimitero proprio dietro l’angolo."

Nina fissa le briglie di Comanche allo steccato, sfila il cappello e lo appende al pomolo della sella. Passa una mano sulla fronte sudata e incollata di polvere, poi fra i capelli tirati contro il cranio dall’ordito a spina di pesce. 
Brucia l’ultimo paio di falcate e un mezzo sospiro, adocchiando la sacca di Bobby come potesse farla esplodere con uno sguardo.

"Dun' get me wrong, Bobby. – risolleva gli occhi dentro ai suoi con una smorfia mesta, troppo asciutta per sconfinare nel dispiacere; – Sono fiera che vai al fronte, anche se c’è bisogno di gente che tenga al sicuro la tua casa non meno del Morgan River …"

Bobby solleva una mano ruvida in cerca del suo viso, ma Nina se lo scrolla di dosso, appendendogli al polso largo dita altrettanto callose.

"… Ma?" – le domanda, lui, liberandosi con uno strattone arreso.

"Ma ci potresti morire."

Nina lo lascia andare, ma sulla pelle gli lascia l’impronta incandescente di un cattivo presagio. Bobby si tasta il polso e lo massaggia, come per cancellare la traccia delle sue dita, scavando un solco profondo tra le sopracciglia scure. Il bollore aranciato del tramonto gli mangia la testa come un incendio, stingendo nell’ambra il castano leggero dei suoi capelli.
Se li stropiccia con una mano.

"Fuck, non dirlo neanche."

"Ma è vero. – Nina si stringe nelle spalle senza pietà; raccoglie la treccia sospesa dietro la schiena per scostarsela sopra la spalla sinistra, svelando la piccola rondine tatuata dietro l’orecchio destro e tutti i baci invisibili che Bobby ci ha lasciato sopra. – Mi devi lasciare qualcosa se- …"

… Il palmo di Bobby le schiocca contro la guancia e la costringe a voltare la testa di lato, barcollando con gli occhi stretti e poi sgranati.
Si lecca le labbra, raspando l’angolo della bocca inciso lungo la guancia tumefatta. Stropiccia un sorriso, spreme un sospiro profondo alle narici.
Poi stampa le nocche del pugno destro contro la mandibola di Bobby, che è dura come il granito e le fa esplodere sotto pelle un grappolo di dolore acuto – meno del lampo rosso che fa barcollare il ragazzone biondastro fino ad urtare il fianco di Brownie con la schiena larga.

"Mi devi lasciare qualcosa se muori."

Nina si tasta la guancia bollente, arrossata lungo l’impronta della mano altrui. Bobby smuove la mandibola, scrolla la testa.

"Proprio tutti stronzi, i Lee." – non è il pulsare doloroso del viso ad avergli riempito d’acqua il castano brillante degli occhi.

Nina accartoccia un sorriso dentro la guancia sana, scivolando sulle punte dei piedi per posargli un bacio sopra la bocca.

"Il tuo libro degli uccelli." – mormora, dolcemente, baciandogli uno zigomo e poi l’altro.

Bobby non piange; ricaccia indietro le lacrime e trascina sulle guance un sorriso spavaldo. Scrolla la testa, inasprisce la smorfia sulla china di un ghigno dolciastro. Allunga le braccia per stringersi addosso i fianchi stretti e tenaci di Nina, appoggiandole in faccia la fronte ed il naso per arrivare a stropicciarle la voce sulla bocca.

"Jeez, dovrai passare sul mio cadavere."

Se ne parte per il fronte con un livido in faccia e un disegno dei monti di Bullfinch in tasca.



28 Giugno 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno notte.


"Il pettirosso, Erithacus rubecula, è un piccolo uccello cantore molto comune. Pur avendo dimensioni ridotte è conosciuto per il suo comportamento spavaldo. È di aspetto paffuto e senza collo. Gli adulti hanno il petto e la fronte colorati di arancio."

La veranda sul retro è stretta, quasi incastonata nel bosco. Nina siede in bilico sulla ringhiera di legno, una gamba raccolta al petto e l’Enciclopedia degli Uccelli di Bobby Noon aperta fra le mani. 
Seduti sulle assi del pavimento, Justice e Hope la guardano dal basso in alto. Moloko Cortes, in piedi sulla soglia di casa, ascolta con estasi diffidente. L’unica lanterna aggrappata al muro le fa piovere sulla fronte e sul petto una leccata di luce arancione.
Nina la guarda di sfuggita, strizzando le rughe d’espressione sottili agli angoli degli occhi in un sorriso caldo e asciutto. Chiude le pagine con un tonfo brusco e si tira in piedi.

"… Si è fatto tardi, Jay-Lee, porta tuo cugino a letto."

"Ma zia- …" – la protesta di Justice le muore in gola per l’occhiata solida piovuta dall’alto.

Mentre la bambina sospira e solleva Hope sotto le ascelle per caricarselo in braccio, assicurandogli che ogni tirata di capelli gli varrà un tratto d’intestino masticato dai gufi, Nina passa le mani ruvide contro il viso, sistema dietro le orecchie le ciocche scappate alla lunga treccia stretta. Si allunga per raccogliere il cinturone arrotolato sul tavolo, lo allaccia e si assicura di avere il coltello da caccia bene infilato nel fodero. Sfila la torcia, ne proietta il fascio tra la boscaglia che fruscia, si agita e rigurgita l’eco distante di un ululato.

"Vieni con me, Cortès." – è più brava di Marshall con gli accenti stranieri, ma non si è sognata di chiamare Moloko per nome da quando è arrivata lì.

La ‘Leafer pulisce sui jeans il palmo delle mani con cui ha strofinato i capelli e le guance di Hope, srotolando un sorriso feroce e spaesato.

"Mi porti nel bosco per ammazzarmi e darmi in pasto ai cinghiali?"

Nina si specchia nel verde liquido e tremolante dei suoi occhi con uno spasmo breve, indolente, delle sopracciglia bionde. Poi tende le labbra a ridosso della stessa, identica curva tesa.

"Una volta, ti spiego, mio fratello ha spaccato il naso del mio ragazzo."

Moloko tira su dal naso e aspetta, i sensi tesi e la trepidanza nervosa di un cane che ancora non sa se leccare o sbranare la mano che gli viene allungata sotto il muso.

"… Quella stessa sera si è rotto anche il suo. – Nina scuote a mezz’aria le nocche di una mano, come ce l’avesse ancora indolenzita, scorrendo pigramente la lingua contro l’angolo della bocca; – … Da allora in questa famiglia nessuno ficca più il naso nel cuore degli altri."

Nasconde il libro sotto le assi della panca, al sicuro, prima di buttare in spalla il fucile per avviarsi incontro alle fauci umide della foresta a controllare, una per una, le trappole preparate per gli scoiattoli e per i giovani cinghiali di montagna.

"Dove sta il tuo ragazzo?"

"He’s gone."

… Mai per gli uccelli.




It always seems
You can’t be turnin’ round once you choose to ride…
That’s how it seems.

giovedì, giugno 19

What if reality is nothing but some disease?

19 Giugno 2516,
Horyzon / Bullfinch.


Mitchell ha trascinato a letto Justice, l’ha inchiodata sotto le coperte e l’ha ascoltata raccontare degli uomini-ragno che Marshall ha dovuto affrontare, nelle segrete scure e maleodoranti di Capital City, per sopravvivere un altro giorno e poter tornare a casa, quando finalmente avrà trovato le chiavi di Shangri-La e sarà libero di uscire dalla pancia di pietra del Grande Serpente del Core.
Mentre le accarezza i capelli biondi e si assicura che dorma, Mitchell si dice che va bene, qualsiasi storia sua figlia abbia inventato per accettare la condanna di suo zio va bene, qualsiasi cosa le permetta di aspettarlo senza piangere va bene; ma si chiede anche, come gli capita di fare più spesso e più inquietamente ogni anno che passa, se la fantasia di Justice non finirà per ingoiarsi ogni contatto con la realtà.
Nina scrolla le spalle, dice che è ancora piccola, che ogni bambino ha i suoi tempi, e gli confessa che lei, a dieci anni, credeva ancora che un lupo abitasse nell’oscurità sotto il suo letto.
Mitchell ci ride su, le dice che se lo ricorda bene, che lui e Marshall dovevano sempre prenderla in braccio per portarla in bagno durante la notte, perché non toccasse mai il pavimento nei pressi della tana del mostro. Le dice che la giornata giù al ranch degli Hawkins è stata pesante, che ha tutte le ossa rotte e, se non si butta sul letto anche lui, finirà per addormentarsi in piedi.

Il tuo compagno di cella cerca di buttartelo nel culo il terzo giorno. Gli fai saltare due molari e gli prometti solennemente che se ci prova ancora sarai tu a svuotarti le palle nelle sue budella. Lui non ti crede, non sulla parola, e quando ti mette di nuovo le mani addosso l’unica pasticca di Nootropam che sei riuscito a farti dare dalla ragazzina stinta della Blue Sun il tuo cervello se l’è già digerita, per cui lo vedi schiumare e digrignare i denti come un malato di rabbia che vuole strapparti la gola a morsi.
I secondini ti sciolgono i muscoli col manganello elettrificato prima che tu possa misericordiosamente spaccargli a calci la testa, evitandogli che la malattia che non ha se lo finisca fra atroci sofferenze.

Ti spostano in isolamento, e questo è un problema: quando sei a mensa, o nel cortile interno, puoi cercare di indovinare la natura inconsistente delle allucinazioni setacciando le facce degli altri detenuti. Se lo vedono esiste, se non si accorgono di niente, per quanto reale sembri, dev'essere solo dentro la tua testa.
Ma se nella cella sei solo, allora ci siete solamente tu e te stesso a giocare la partita.
E hai scoperto che sei uno che gioca sporco.


Mitchell si rivolta sul materasso come se fosse fatto di chiodi. Il sole è quasi alto oltre le finestre velate di nebbia, e lui non riesce a dormire. Conta le assi del soffitto, poi conta i muscoli indolenziti che gli pulsano sotto la pelle. Si chiede quanto gli costerebbe un viaggio fino a Horyzon, se può permetterselo, se Marshall sarebbe sollevato di vederlo o se gli sputerebbe in faccia. Si dice che Cortes avrà bisogno di aiuto con il bambino. Che forse Cortes avrà bisogno di aiuto anche con se stessa.

Fra le pagine del libro di poesie che ti hanno mandato a volte trovi frasi scarabocchiate a penna da una mano che conosci. Certe volte è la calligrafia esitante di Justice, altre la stessa che ti ha inciso parole d’amore per Bullfinch dietro la schiena. Più spesso, sei convinto che a seminare inchiostro fra i paragrafi stampati sia stata la penna ubriaca di Cortes.
"Il giorno che morirò sarà perché tu eri girato a guardare da un’altra parte, zio."
"Tuo figlio l’ho annegato nel cesso dell’Almost Home, Marshall Lee, perché tu non ci sei e siamo soldati, la guerra non fa prigionieri."
"Guardati le mani, lil’one."
Ti guardi le mani e i polsi lividi, annusando la cancrena che ti sta facendo marcire lentamente dalla punta dei polpastrelli e che va e viene con gli squilibri chimici del tuo cervello, come gli scarabocchi fra le pagine, come i fantasmi dei vivi e dei morti che affollano la tua cella: Sharon viene a trovarti il quarto mese, e le tue preghiere ("ti prego no, ti prego, vattene") non valgono a niente contro il suo fantasma collerico e dolce.
Una notte ti svegli di soprassalto e c’è Volkov, nero come la pelle di un toro, chino sopra di te. Ti respira sulla faccia l’odore acre del semtex esploso, inchiodandoti per le spalle con mani enormi e occhi cupi come due buchi neri incastonati nella carne. Ghigna lentamente, appoggiandoti un panno sul naso e sulle labbra prima di versarti in gola e nei polmoni l’acqua sporca di Safeport, facendoti domande a cui non puoi rispondere in una lingua scivolosa e incomprensibile che è quanto di più simile, nella tua testa, al russo di Koroleva.
Ti contorci e boccheggi, soffocando, finché Volkov ti bacia al centro della fronte madida e strappa via il panno umido dalla tua faccia per dirti: "Respira adesso, ti ho perdonato", e alla sua voce si sovrappone lentamente quella di Elian Chernenko. 


Mitchell, seduto sul bordo del letto, appoggia gli avambracci contro le cosce e sbircia il sole inondare le finestre rigate dai rimasugli di bruma. Tra le dita spesse rivolta nervosamente il cortex pad, cercando da qualche parte, fra le cime degli alberi neri stagliati attraverso il vetro, le parole giuste.



[…]

A partire da un paio di settimane dopo l'esito del processo, Marshall riceverà (dopo un severo controllo dei secondini) un tomo cartaceo decisamente voluminoso. E' una raccolta di poesie degli autori più svariati, che va dai celebri poeti Corer ai più misconosciuti poeti del Rim. Dopo aver ricevuto quel pacco, settimana dopo settimana (molto puntualmente) riceverà una lettera cartacea ogni domenica. Le lettere non sono firmate e non riportano il mittente, e contengono soltanto un bigliettino con sopra scritta una pagina (ogni pagina, una poesia da trovare sul libro). La cosa sembra voler andare avanti per tutta la permanenza di Marshall in prigione. 

 

La prima lettera rimanderà alla pagina della seguente poesia, firmata da una celebre poetessa del Core della seconda metà del (duemila)Quattrocento:


 

The art of losing isn't hard to master; 

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster,

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn't hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother's watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn't hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn't a disaster.

 

- Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan't have lied. It's evident

the art of losing's not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster.