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lunedì, ottobre 13

I can’t drown my demons, they know how to swim.

12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Non dentro il braccio, pensa Marshall Lee.
La porta della sickbay è sigillata dall’interno, le brande vuote, il tavolo operatorio illuminato dall’alone bianco della lampada scialitica rivoltata contro l’acciaio del soffitto. Immersa in un silenzio irreale, l’infermeria è un sistema isolato: ogni rumore ingoiato dalla fame che gli vibra fra le tempie.
Non dentro il braccio.
Solleva l’orlo della canotta lisa, accartocciando le pieghe del tessuto fra le dita, e spinge quello dei jeans sbottonati verso il basso per snudare la linea di giunzione fra il bacino e la coscia destra. Tiene le dita ferme, respira, liscia la carne tesa col pollice per aiutarsi a trovare il tracciato azzurrino della vena.



27 Aprile 2505,
Bullfinch (Providence).
Esterno notte.


Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo, Dorian Beckett lo sa.
Il cielo nero di Providence gli vortica sopra la testa, stonato dal pieno di whiskey che si è versato in gola. Trascina le dita di una mano fra i riccioli fulvi, li stira e li rivolta nel tentativo di dipanare il filo aggrovigliato del proprio orientamento.
Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo.
Sua madre si schiantava contro le nocche di suo padre come la risacca sugli scogli. Ancora e ancora e ancora. Più lui si avvelenava di gelosia, più la batteva forte, più lei sgusciava fuori di casa durante la notte, dentro ai letti dei suoi amici, dei suoi nemici, di tutto il branco d’uomini che le avrebbero messo le mani addosso nonostante i lividi.
Il vecchio Beckett la picchiava e beveva, beveva e la picchiava. Beveva per avere il coraggio di picchiarla, per dimenticarsi l’amore sotto i calli delle mani ruvide con cui le rivoltava la faccia. Beveva per farsi consumare dall’alcol prima che dalla guerra furiosa fra l’odio mai sazio e il senso di colpa.
Se ci pensa adesso che è ubriaco (e fa in modo di non doverci mai pensare da sobrio) gli sembra che, dopotutto, suo padre non avesse scelta. Doveva ammazzare sua madre prima che fossero i suoi tradimenti ad ammazzare lui. Conquistarsi con ogni grammo di violenza l’agonia solitaria della cirrosi che l’avrebbe stroncato, in gloria, dieci anni dopo.
Appoggiato contro la porta chiusa dell’officina, Dorian vacilla sulle gambe e cerca per la quarta volta di accendersi la sigaretta con un fiammifero carbonizzato.
Per qualche ragione non si sorprende quando qualcuno, attraverso il buio, gli allunga sotto il naso la fiamma di un accendino.



24 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Interno giorno.


Persino i morti parlano, per chi è capace di ascoltarli, ma non hanno mai niente di allegro da dire.
Spogliare sua sorella gli ha spinto sotto la pelle una nausea tanto più simile alla disperazione che al disgusto, ma Marshall ha tirato avanti con l’urgenza brusca della necessità, accantonando un tentennamento dopo l’altro, ricacciando indietro con ostinazione la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in ogni gesto che compie come in una corsa verso l’irrimediabile.
Si ricorda di quando facevano il bagno nel torrente, nudi nel gelo frizzante di Marzo, intirizziti e leggeri come le rondini addensate contro il cielo in stormi geometrici.
Il corpo che scopre un palmo alla volta non assomiglia a niente che abiti la sua memoria. È freddo e rigido, gommoso e incolore.
Marshall sfiora le costole disallineate, spezzate dagli zoccoli di Hooligan come rami secchi e rimesse faticosamente insieme sotto i lembi di carne ricucita, lavata, bianca come una guaina di lattice.
Un’autopsia non è mai un lavoro piacevole.
Marshall deve fermarsi a vomitare due volte prima di lasciare la camera mortuaria: il primo conato lo travolge che non ha nemmeno cominciato a inseguire il tracciato dei lividi e dei morsi che, dall’ansa generosa dei fianchi, percorre l’addome di Sharon come un’infiorescenza violacea.
Il secondo arriva quando scopre fin dove si sono spinti i segni della violenza.



12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Il proiettile d’estasi liquida che gli affonda nel cervello dilata i raggi della lampada scialitica come lo zampillare di una fontana di luce. L’insofferenza si squaglia e i muscoli perdono la presa sulle ossa, diluendosi in una pace molle senza il bisogno di correre, di sfinirsi, di prendere a pugni le pareti per liberare la tensione spasmodica di carni plasmate nella rivolta.
Il piano rigido del lettino operatorio sembra ingoiarselo come fango caldo, quando si sdraia e lascia colare verso il pavimento le dita appesantite dall’hypospray, svuotandosi il cervello nel lampo abbacinante di piacere sintetico che lo trascina alla deriva, soffocando il martellare della coscienza.



29 Aprile 2505,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


Mitchell lo trova strafatto, seduto sulle assi di legno del salotto affettato dalle ombre lunghe dell’alba, che fissa il divano con l’aria vacua e assieme concentrata di chi stava cercando la forza di tirarsi in piedi quando ha perso il filo del discorso coi propri muscoli.

"’The hell have you been."

Abbandona il fucile al fondo delle scale e gli si accoscia davanti per ingoiarsene l’attenzione fragile, seduto sui talloni scalzi, coi jeans infilati di fretta e la tshirt sgualcita ancora impregnata di sonno. Nina dorme da qualche parte, al piano di sopra, stremata dalle lacrime. Marshall tira su dal naso rumorosamente, strizzando un occhio nella contrazione sfastidiata, incerta, dello zigomo affilato; come se la faccia di suo fratello mandasse barbagli di una luce insostenibile.

“Marsh. Hey.“

Mitchell digrigna i denti e gli molla uno schiaffo ruvido, che lo costringe a sbattere le ciglia e sgranare le palpebre per rimetterne a fuoco l’apprensione nervosa. Scolla una mano da terra e se ne strofina il dorso contro il muso ispido: nei suoi vestiti è intessuto un odore rancido di bile che strozza le budella di Mitchell e gli spinge su per la gola il contenuto nullo del proprio stomaco. Lo tiene giù a fatica, arpionando la mandibola lenta del fratello con cinque dita spesse. Marshall scrolla confusamente la testa, sfuggendo alla morsa dei polpastrelli callosi per accennare a rimettersi in piedi; i muscoli intorpiditi gli si tendono nella carne come corde, ma cedono rovinosamente nell’arco di un sussulto scomposto.
"I think I just did s'mthin’."
Mitchell scivola sulle ginocchia con un tonfo pesante di ossa e legno, allungando le mani per serrare le tempie del fratello nel palmo spazioso e raccogliere lo smarrimento dei suoi occhi vuoti, la consistenza sporca e umidiccia dei capelli bruni stravolti.
"Everythin’ he did to her … Every. Fucking. Thing."
Marshall si confessa lentamente, accalcando un mormorio sconnesso dietro l’altro.
"… I did it back to him."

– quello che sente infila sotto la pelle d’oca di Mitchell una disperazione fonda, inchiodandogli la nausea sotto lo sterno e, nelle nocche, il desiderio di colpire la smorfia disorientata di Marshall fino a spappolargliela.

"I told you to fucken’ leave it. I- …“
"… I know."
Mitchell lo rimette in piedi, infilandogli la testa sotto un braccio per trascinarlo verso il corridoio.
"Ti devi fare una doccia."


… Domare un essere umano è un’esperienza enorme.

domenica, settembre 21

Pitch-black.

20 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Esterno giorno.


'Maryanna.'

Il sole è alto, buca le nuvole spazzate da un vento rabbioso, che solleva la polvere dell’arena dove la luce e le ombre si rincorrono come gli zoccoli dei cavalli e del bestiame.
Maryanna scivola tra la folla, fra l’odore di sudore e di fieno, di escrementi e di tabacco masticato, per appendersi al braccio solido di Mitchell e tendersi in punta di piedi a baciarlo sul collo.

"She’s superready, big bro’."

Il maggiore dei Lee torce il muso ispido, offrendo alle dita sottili della nipote del pastore Bowen la zazzera corta e bionda che l’afa ha reso umida all’attaccatura: non è mai tranquillo, quando Sharon si lancia sul palcoscenico di polvere rossa in sella a un cavallo come Hooligan, e Maryanna gli sente sfrigolare la tensione nervosa sopra la pelle mentre si tira indietro, stropicciando un sorriso eccitato con una mano appesa alle pieghe della sua camicia, fra le scapole robuste, e l’altra aperta sul legno spesso della staccionata.
Hooligan è lo stallone più grosso che si sia mai visto nelle stalle del Red Hooves, un diavolo nero e instabile che schizza fuori come un lampo attraverso il varco aperto nel recinto dell’arena. Si torce e si ribalta, e Sharon gli resta inchiodata in groppa con la grazia tenace e disadorna di muscoli asciutti, tesi come corde, plasmati da una vita passata a sognare il rodeo.
Gli speroni brillano al sole, lo Stetson volteggia in aria liberando una cascata di capelli bruni come uno schiocco di frusta.
Maryanna si sente mancare il fiato quando l’arco della schiena di Sharon si ribalta improvvisamente, atterrando nella polvere con uno schianto. Grida forte, con tutto il fiato che ha in gola, quando il cavallo s’impenna e travolge il corpo disarcionato in un tumulto di zoccoli e terra rossa.
La forza per urlare ancora le si spegne in corpo, assieme al sostegno delle ginocchia, quando sente Mitchell strapparsi alla stretta convulsa delle sue dita per scavalcare la staccionata: le lascia in mano solo un lembo di camicia.


'Susan.'

Suzie trascina una mano fra i capelli scuri e stropiccia una smorfia nervosa.

"Dove cazzo sta? Sua sorella è già uscita …"

Butch le prende il polso fra le dita ruvide prima che possa spostare le proprie dalla nuca alla bocca, salvando le unghie corte dalla tortura dei suoi denti piccoli e allineati come perle.

"Adesso la troviamo." – le assicura, pacato, con quella fede pacifica e incrollabile nella riuscita di ogni cosa che lo rende, ai suoi occhi, luminoso come un secondo sole.

… Ma sente la morsa gentile inasprirsi bruscamente quando un singulto di fiato sospeso investe la folla tutto intorno, e il viso che Butch aveva voltato in cerca di Sharon s’indurisce nel calco rigido della paura.
Suzie gira la testa e vacilla, a bocca schiusa, annaspando per metabolizzare l’incubo di sagome scure che i suoi occhi travedono al di là della nube di polvere che si è levata fra gli zoccoli dello stallone.
Alla periferia dello sguardo vede un proiettile, che ha la forma di Marshall Lee, schizzare verso il cuore dell’arena, e le sue gambe si muovono di slancio per trascinarla nella stessa direzione.
Lo strattone che la presa di Butch le scarica in corpo, trattenendola, è doloroso come se le avesse spezzato il braccio.

"Non saresti d’aiuto."

Sono le unice parole che si scuce, domandola come un puledro riottoso per trascinarsela contro il petto largo, nella stretta delle braccia solide, e lei lo manda al diavolo.
Lo manda al diavolo e si lascia stringere, perché ha ragione lui e non c’è niente da fare.

 
'Mitchell.'

Mitchell deglutisce il cuore schizzato in gola ed inchioda nella polvere per raccogliere le briglie dello stallone impazzito: le strattona forte, ci si appende per vincere i muscoli titanici di Hooligan con tutto il proprio peso, spazzando l’arena con un’occhiata meccanica e nervosa. Trova il primo ranchero a cui mollare confusamente in mano l’animale, ma quando raggiunge il corpo rovesciato a terra avverte come l’improvvisa mancanza del collo d’acciaio del cavallo cui aggrapparsi.
Il viso di Sharon è impolverato e pallido, i suoi occhi chiusi, e c’è qualcosa di orribilmente sbagliato nella maniera in cui il torace le si è ammaccato sotto la camicia impastata di sangue.
Mitchell respira forte, paralizzato, fissando la schiena larga di Marshall che si tende e si curva sul corpo esanime di sua sorella; le sue mani affondate fra gli avanzi delle costole spezzate, i lineamenti aspri contratti nell’angoscia disperata di una corsa contro l’inevitabile.
I minuti passano in fretta, la barella sta arrivando.
Mitchell è come ipnotizzato dagli spasmi dei muscoli abbarbicati lungo le braccia che strappano e allargano la stoffa. Marshall che spinge le dita dentro il costato di Sharon, Marshall che trema e ruggisce un latrato di frustrazione.
La barella sta arrivando.
Deve trascinarsi una mano in faccia, a un certo punto, e tastare gli zigomi e la fronte per accertare che ci siano ancora, perché non si sente più la pelle e le ossa del viso. Ha la testa piena del battito bollente del cuore che scalpita fra le tempie, otturandogli le orecchie come un batuffolo d’ovatta.
Si riscuote bruscamente quando vede, finalmente, la barella con i due uomini che la portano, e si avvicina a Marshall per scuotergli le spalle e dirgli che è arrivata.
Marshall si tende come dovesse saltargli al collo, rivoltandosi come un cane rabbioso, ma solleva una mano insaguinata per cercare un polso al quale aggrapparsi e si tira in piedi.

"Ci sei? Mettiamola su."

Mitchell si muove verso Sharon, ma trova l’ostacolo delle dita viscide e calde appese al proprio braccio.

"Ce la mettono loro."

La voce di Marshall è spenta, proviene da un luogo buio e freddo che non può essere nel corpo di suo fratello.
Mitchell scrolla la testa, libera il polso con uno strattone.

"Che cazzo vuol dire che ce la mettono loro, sei tu il medico, sei tu- …" – la voce gli si contorce in gola come il guaito di un cane, e Mitchell cerca un appiglio sul viso di Marshall, pallido e lucente di sudore, cupo come se non ci fosse sole in cielo.

"… Non ti puoi fermare."

Mitchell lo scuote per le braccia, e mentre i due sconosciuti venuti con la barella sollevano Sharon per caricarcela ha come la sensazione di doverli fermare subito, l’impressione che se gliela lascia prendere adesso sua sorella sarà andata, persa per sempre.

"Non ti puoi fermare. – insiste; – Com’è che si fa quella cosa …"

Allunga le mani verso il petto di Sharon, ma Marshall lo afferra per una spalla e lo trascina indietro con una violenza che basta a schiaffeggiargli l’equilibrio.
La zuffa è esplosiva e disordinata, volano un paio di pugni prima che il minore dei Lee riesca a sradicarsi dalla gola un boato di collera disperata da sputare in faccia al più grande.

"She’s fuckin’ gone, Mitch."

La barella si allontana, Mitchell si appende al braccio teso di Marshall e la insegue con gli occhi che gli vanno a fuoco, annaspando senza più voce, aprendo una mano in cerca della faccia di suo fratello per trovargli le guance umide, rigate dallo stesso male di cui si sente traboccare le ciglia.


'Nina.'

Nina se l’è filata dietro i box a bere Gran Riserva e a fumare con un ranchero qualche anno più grande di lei.
Si chiama Billy Dean e non le piace granché, malgrado abbia gli occhi più blu di tutta New Dallas e muscoli da far girare la testa a qualsiasi ragazza del paese.
Nina lo trova poco affascinante, poco interessante, addirittura vagamente noioso. È convinta che sia per questo che lui le ronza intorno: non è abituato a non sentirsi all’altezza, e per un ragazzo così ci dev’essere qualcosa di nuovo e di diverso, addirittura di eccitante, nel sentirsi inadeguato per la prima volta.
Non hanno niente da dirsi e non si parlano, passandosi la sigaretta imbottita di Bloom con cadenza oziosa, lui appoggiato a una trave di legno e lei seduta sul bordo di una staccionata che un tempo serviva a tenerci i vitelli, ma adesso è da anni che rimane vuota. Immersi nell’odore di paglia e circondati dal nitrito delle bestie, le grida e il panico scivolati dentro e intorno all’arena hanno sfiorato a stento la dimensione ovattata in cui si guardano senza decidersi a bruciare la distanza elettrica fra occhi e bocche.

"… Nina."

La voce di Susan la fa sussultare forte prim’ancora che possa rendersi conto dell’umidità di pianto che gliel’ha resa rauca.
Billy Dean si gira, confuso, scostandosi di lato con aria un po’ colpevole, un po’ incerta, quando vede l’uomo biondo alle spalle della ragazza in lacrime e lo scambia, forse, per il padre di Nina.
Lei batte le palpebre, mette a fuoco l’acqua che riga la pelle di Suzie senza riuscire a distinguerne la faccia. Stropiccia una smorfia perplessa, in bilico fra la noia e la contrarietà (forse è la Bloom, ma nello stomaco le si annoda lentamente un groviglio d’ansia nervosa).
Si aspetta una sgridata, ma Suzie le caracolla addosso per investirla con un abbraccio tremante.
La sigaretta le brucia le dita e cade a terra.

"Mi dispiace, kiddo, mi dispiace tanto …" – Suzie le mormora piano sui capelli, contro la fronte, appiccicandole impronte d’acqua salata sulla pelle.

Nina ne cerca le braccia con dita ruvide, la spinge indietro per cercare un appiglio oltre la sua spalla, sul viso di Billy Dean: ne ricava solo un’occhiata stordita e un’impennata dell’agitazione che le ha stretto il respiro in un cappio d’inquietudine.

"… Suz?" – è tutto quello che riesce a dire, seppellendo l’incomprensione nella china interrogativa della voce.

Susan scorre cinque dita magre fra i capelli, altre cinque sotto l’occhio destro.
Butch Fogerty si conquista lentamente il suo fianco, schiudendo la bocca per cavarne un filo di fiato asciutto, inaridito dall’incertezza e troncato dal gesto risoluto con cui Suzie lo interrompe per sputare fuori un grumo di voce come un dente marcio.

"Sharon è caduta, Nì."

Nina schizza in piedi come se il legno della staccionata avesse cacciato le spine, a occhi spalancati dentro quelli rossi e bagnati di Susan che le raccontano il resto senza parole. Cerca una conferma sulla faccia di Butch, trovandoci un dolore saldo come la roccia.
Ha appena il tempo di realizzare che le stanno tremando i polsi, prima che un conato di vomito la costringa a piegarsi in due.
Le mani magre e gentili che le tirano via i capelli, mentre tossisce birra e succhi gastrici sul pavimento di paglia, sono le stesse che cerca disperatamente quando nel petto le si apre un pianto così forte da spaccarla in due.


'Dorian.'

L’officina è immersa nella penombra, le persiane asserragliate contro il sole e un solo spicchio di luce rovesciato di traverso sulle assi del pavimento.
Dorian siede sopra una cassetta degli attrezzi e rigira un cacciavite fra le dita robuste, un po’ tozze, tenendo le altre cinque appese al collo di una bottiglia di whiskey già agli sgoccioli.
Sa che Sharon dev’essere già montata in sella, a quest’ora. Se chiude gli occhi riesce quasi a vederla cavalcare nel centro dell’arena, sul dorso scalpitante e nero dello stallone, sotto gli occhi di tutti.
Sotto gli occhi di tutti.
Riesce a vederla cavalcare sull’addome piatto di Jamie Allen, fra le lenzuola fradice di sudore. Riesce a vederla contorcersi mentre lui la guarda e la bacia e la tocca e la guarda e la rivolta sul materasso per scoparsela ancora e ancora.
Nuda al centro dell’arena.
Nuda sotto gli occhi e nella fantasia di tutti gli uomini che sognano di scoparsela come Jamie Allen che, quando la guarda, è come se se la scopasse con gli occhi.
Si sente prudere le mani e la gola mentre la gelosia gli rivolta i muscoli.
… Per primo finisce a terra il cacciavite, poi la bottiglia. Poi la griglia di ferro appesa al muro, e una cascata di chiavi inglesi che tintinnano sui cocci di vetro. 
Dorian si sbuccia le nocche sul legno nella smania di abbattere un paio di scaffali, cercando a tentoni un martello da schiantare sulla carrozzeria della jeep a cui lavora da giorni, per ammaccare impronte di fiori nel cofano fino a farsi pulsare di dolore i muscoli e la testa.
Sfonda il parabrezza incrinato con un pugno, prima di colare a sedere fra la portiera e il pavimento.

Si trascina le mani insanguinate in faccia e scoppia a piangere come un bambino.



Ho chiuso la finestra
perché non voglio sentire il pianto,
ma al di là dei muri
non si sente che il pianto.

Ci sono pochi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini stanno sulla palma della mia mano.

Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime mordono il vento
e non si sente altro che il pianto.


martedì, agosto 12

Sad-eyed lady of the lowlands.

15 Agosto 2516,
Bullfinch (Timisoara).
Interno giorno.


Seduto sul bordo del letto Marshall pinza fra le dita la radice del naso, massaggiando l’angolo interno degli occhi.

"… Da quant’è che ti scopi mio fratello?"

Susan conosce i fratelli Lee da sempre.
È nata ad Amarillo e ci è cresciuta proprio come loro. Suo padre Adam andava a caccia con Conner e fu tra i primi a fargli le condoglianze quando la moglie morì per dare alla luce l’ultima dei loro quattro figli.
Adam Butler e sua moglie Deanna, di figlie, ne hanno fatta una sola. La perla degli occhi di suo padre (con sua madre, per qualche ragione, non ci ha mai legato molto).
C’era una scuola sola, ad Amarillo. Ci insegnava Rita Lee, prima di morire, poi il pastore Bowen si era messo una mano rugosa sul cuore e aveva preso le redini dell’insegnamento, come gli piaceva dire a tutti. Era severo cinque volte la madre dei Lee, e tutti quanti invidiavano Maryanna Bowen perché il vecchio pastore era suo nonno e a tutti sembrava sempre che la trattasse con un riguardo tutto speciale.
A undici anni, Marshall Lee le ruba il fermacapelli di perline e si arrampica sull’albero più alto del cortile per lasciarlo appeso tra le foglie. Suo fratello Mitchell lo minaccia, ridendo, di spaccargli la faccia se non lo riporta indietro, ma Marshall non ne vuole sapere e Mitchell non gli spacca niente, e nemmeno ci sale lui, sull’albero, a recuperarle il fermaglio. Così quel fermaglio rimane lì per giorni, scintillando al sole come un fiore di luce incastonato tra il fogliame, e si riesce a vederlo dal basso e dalla finestra dell’aula, finché una mattina sparisce e tutti quanti pensano che se lo sia portato via una gazza ladra. Soltanto a quel punto a Susan viene da piangere.
A tredici Marshall, che di anni ne ha uno più di lei, lo trova che si lava la testa sotto la fontana dietro la chiesa. È sera, e il ragazzo di Conner ha il naso rotto perché, dice, suo padre ha picchiato sia lui che il fratello per il torello degli Hawkins che hanno cercato di rubare per cavalcarlo. Mitchell ci è montato sopra, dice, ci è rimasto sei secondi prima di finire sbattuto per terra. Dice che lui ci sarebbe rimasto sopra almeno otto secondi, se solo avesse avuto il tempo di salirci. Susan gli dice che a lei, suo padre, non le ha mai dato più che un paio di ceffoni quando si comportava proprio male, e Marshall le risponde che il vecchio Lee ha sempre messo le mani addosso un po’ a tutti, tranne che a Nina, ma che così è molto peggio perché Nina non la tocca mai, neanche per farle una carezza, come se ne avesse una paura fottuta. Poi se ne sta lì in silenzio a grondare acqua dai capelli per un po’, Marshall, tutto assorto; finché all’improvviso gli balena negli occhi quella luce là, la stessa del giorno che le ha rubato il fermaglio, e le stampa sulla bocca un bacio fresco e umido. Susan gli lascia il tempo che le ci vuole a spingere giù nello stomaco la vertigine che le è salita alla testa, poi gli molla uno schiaffo e se ne corre a casa.
Le piacevano, i fratelli Lee. Il modo in cui si guardavano le spalle a vicenda le faceva pensare ai lupi di montagna e le aggrovigliava in testa e nello stomaco un filo d’invidia.
Ha quattordici anni quando suo padre torna da una battuta di caccia coperto di sangue e senza più respiro nei polmoni.
Conner Lee riporta il suo corpo a casa e propone alla vedova disperata di sgravarle il peso della figlia, almeno per il tempo di organizzare il funerale e tutto il resto, prendendosela in casa coi suoi ragazzi. Susan sente sbocciare un fiore di sollievo nel petto schiacciato dalle lacrime quando sua madre accetta e la spedisce nella baita di legno fra i boschi. Dalla prima notte prende l’abitudine di sgusciare fuori dal suo letto, in camera di Nina, per scivolare in quello di Marshall e addormentarsi piangendo sopra la sua spalla, ma è solo dopo il terzo giorno che lui le bacia la bocca per non sentirla più piangere, dice, e al mattino sono nudi e stretti l’uno all’altra come i fili di una corda intrecciata.
Susan ritorna a casa e il tempo passa. Passano le prime sbronze, i primi tiri di Bloom; passano le nottate nel capannone di Bill Thornton. Ha diciott’anni quando sua madre decide di lasciare le montagne per trasferirsi a Camrose, a sud del Morgan River, e Susan le dice non ci vengo, ma’, buona fortuna, e si salutano con un abbraccio.
Intanto Mitchell Lee e Maryanna Bowen si fidanzano, lui mette la testa a posto per lei e smette di correre dietro alle altre, mentre con Marshall è tutto un tira e molla e lui le dice siamo giovani, Sue, è troppo presto per pensare a queste cose, e all’inizio è solo per farlo ingelosire che comincia a frequentare Butch.
Butch Fogerty è nato a Timisoara, lavora col rodeo e viene spesso ad Amarillo per trattare con gli Hawkins e i Miller la compravendita dei tori. È un anno più grande del maggiore dei Lee e non pensa che lui e Susan siano troppo giovani, ma non è il motivo per cui lei se ne innamora. Butch ha l’anima fresca e il cuore d’oro. All’improvviso Susan non ha più voglia di fare ingelosire Marshall; ha paura di spezzargli il cuore quando gli dice hey, Chino, dolcezza, ti devo parlare. E lui le chiede è per quel tizio del rodeo, Butch, ti ci hanno vista in giro e lo sai che in questo buco di paese le voci corrono. Però non è geloso, Marshall. Le dice che Butch lo conosce, coi tori ci lavorano insieme e a Sharon piace anche se non in quel modo lì, e che se piace a Sharon piace anche a lui e che per Susan lui ha sempre voluto solo il meglio, solo che il meglio per lei non era lui.
Per un anno va tutto bene.
Il giorno che Sharon Lee cade da cavallo e ci resta schiacciata sotto il mondo va in pezzi, e mentre Butch le stringe la mano Susan ci si aggrappa come se dovesse impedire che la voragine che si è aperta sotto ai piedi dei Lee s’ingoi anche lei.
Stretti nel dolore, Mitchell e Maryanna si sostengono a vicenda. Nina versa tutte le sue lacrime, le lascia seccare al sole finché il cuore inaridisce e Susan la vede crescere in fretta, trincerata nella convinzione che tutto il bene che hai ti può essere portato via e devi stare attenta a non farci mai troppo affidamento.
Marshall lo guarda colare a picco torcendosi le mani nell’impotenza. Certe volte si sente in colpa per averlo abbandonato, perché lei e Butch sono felici e hanno saputo scavalcare i cocci della tragedia mentre lui ci si ferisce ogni giorno, e una volta che lo trova non troppo fatto glielo dice, gli dice mi dispiace, e lui le dice lasciami perdere, lasciami perdere Suzie, e lei lo lascia perdere perché la vede, nei suoi occhi, la stessa vorgine alla quale è sfuggita aggrappandosi alla mano di Butch, e Butch è un brav’uomo, ma lei non può addossargli sulle spalle il peso di due disperazioni.
Ancora non lo sapeva, allora, che la guerra avrebbe sventrato il suo mondo come né la morte di suo padre né quella di Sharon Lee erano riuscite.
La guerra se li prende tutti.
Partono i due fratelli Lee e parte anche Butch, parte Tim Miller e partono gli Hawkins, padre e figlio. Mitchell fa in tempo a sposare Maryanna prima d’imbarcarsi per Spartaca, riesce a tornare su Bullfinch due volte, dislocato e poi in licenza, e la seconda riparte lasciando sua moglie incinta.
Butch non torna mai.
Muore in trincea che è il 2508, quasi quattro mesi prima che la notizia arrivi alla donna che l’ha amato e non ha fatto in tempo a sposarlo. Non in una chiesa. Non davanti a un pastore. Ma Susan Fogerty un altro marito non lo vorrà mai, e quando la guerra finisce e Maryanna è morta e Nina le ha cavato fuori la bambina dal ventre con un coltello sporco, dopo che i Lee sono tornati insieme, ancora vivi, ed è tornato Tom Hawkins senza suo padre, e dopo che la moglie di Samuel Noon è rimasta vedova con due figli, dopo che la guerra si è presa il bello e il buono della sua vita Susan si trasferisce al Golden Steer di Timisoara e si mette a fare la puttana, 'ché le servono i soldi e non la vuole più, una vita, non le vuole delle prospettive.
Scopre che regalare il suo corpo ai reduci la fa stare meglio, che le piace raccogliere il loro dolore nel proprio ventre, il modo in cui le si aggrappano addosso, il modo in cui riesce ad annullare se stessa nel bisogno che hanno di sfuggire ai propri demoni fra le braccia di una donna che li accolga senza nome, senza pretese, per qualche ora. Marshall Lee, che dalla guerra è tornato sobrio e concreto come non era più stato da anni, qualche volta la va a trovare. Scopare con Marshall le piace, ma in modo diverso. È come ritrovare una vecchia abitudine un po’ dolce, un po’ amara.
La seconda guerra che squassa e rivolta la pelle di Bullfinch non riesce a farla soffrire quanto la prima. Malgrado le bombe. Malgrado la paura per gli affetti che le sono rimasti, per la bambina dei Lee e per le ragazze del Golden Steer.
Lei e Nina si danno da fare come possono, come durante la prima guerra, e quando Bobby Noon si spegne sul campo Susan è lì per aiutarla a raccogliere i pezzi, per mentirle dicendole che il dolore passa, sparisce. Nina non ci crede, ma non piange mai. Non piange più da quando si sono scritte a vicenda sulla pelle, a filo d’inchiostro, una rondine libera come le anime care volate verso il cielo e come la promessa di non lasciarsi ancorare a terra dal dolore.
Marshall parte, torna di rado. A trovarla al Golden Steer ci viene prima meno spesso, poi non ci viene più, finché non le porta suo figlio per farglielo vedere come se fosse il bambino più bello del ’Verse ed è vero, lo è. È il bambino più bello del ’Verse e guardarlo la fa felice e insieme le spezza il cuore.
E adesso Marshall Lee è seduto sul bordo del suo letto, nella soffitta del Golden Steer, e le chiede da quant’è che ti scopi mio fratello.

Susan si accende una sigaretta, ritta in piedi sulle gambe magre, un fascio di carne sottile e muscoli tenaci stoicamente piantati di fronte a lui.

"Non sei mai stato geloso, adesso non mi verrai a dire che lo sei di tuo fratello."

Marshall spazza i capelli sfatti con una manata nervosa, piena di disagio.

"Non è che sono geloso, non sono un cazzo geloso. Ma cazzo Sue, dài, tu fai la puttana."

"Allora? – Susan appende al filtro un sorriso sornione; – Non è mai stato un problema, per te."

"Io non sono Mitchell."

Susan sospira, si stringe nelle spalle.

"Sa il Signore quanto è vero."

Poi alza gli occhi al soffitto e passa una mano fra i capelli neri, scorciati sopra le spalle in fili morbidi e lucenti.

"Di', te l’è venuto a raccontare Nina?"

Marshall rivolta un ghigno crudo sulle guance ispide.

"Me l’ha detto Mitch, chi vuoi che me lo abbia detto."

Susan scrolla la testa, raccoglie il labbro inferiore sotto ai denti e lo schiaccia fino a sbiancare la carne.

"Dovevo immaginarmelo."

Il minore dei Lee si tira in piedi, allunga una mano callosa per farsi cedere la sigaretta.
Mentre trascina il fumo nei polmoni Susan gli appoggia una mano sopra la spalla, sfogliando col pollice i tendini tesi e le vene che gli palpitano sul lato del collo.

"Ascoltami, Chino. Io e tuo fratello cerchiamo la stessa cosa, una pezza per il buco che abbiamo dentro … Senza impegno, senza progetti. Justice mi conosce, mi vuole bene, e Mitchell non si deve preoccupare di infilare una nuova donna nella sua vita, e- …"

Viene interrotta dallo scrollone di muscoli aspri col quale Marshall l’allontana da sé, allungando le dita ruvide in cerca del suo polso.

"È una cosa seria?" – le fissa il palmo della mano come a trovarci la risposta scritta dentro i solchi della pelle.

"Non lo so, dolcezza."

Susan ritrae la mano lentamente, torcendo il polso stretto per divincolarsi fra le sue dita.
Lui la lascia andare.

"Magari ti serve un po’ di tempo per abituarti all’idea."

Il sorriso triste e dolce che le falcia la faccia bruna gli fa stringere le ciglia come un fascio di luce. Vorrebbe tapparglielo con un bacio, ma stropiccia una smorfia da canaglia e scrolla le spalle larghe.

"Che stronzo. – grugnisce, restituendole la sigaretta. – Me l’aveva detto che prima o poi mi avrebbe fregato la ragazza."

Quando la sente ridere forte, come uno schiaffo di corrente arrampicata lungo i muscoli, si ricorda che per Susan ha sempre voluto solo il meglio.

Solo che il meglio per lei non è mai stato lui.

giovedì, agosto 7

Summer of ’04.

6 Agosto 2504,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


Il lenzuolo steso sull’erba è sgualcito dal rivoltarsi indolente dei loro corpi sdraiati all’ombra. Il sole lampeggia, tra le fronde larghe, come le cento facce di un diamante, e i capelli di Maryanna sono sparpagliati fra le pieghe della stoffa come raggi di luce caduti a terra.
Si gira lentamente su di un fianco snello, affondando il mento contro la spalla del ragazzone alto, solido, che la supera in altezza di tutte le spalle.

"Ieri ho incontrato Chino dietro al ferramenta, mi ha offerto della bloom."

Mitchell le stropiccia sul palmo della mano odorosa d’erba un sorriso dalla piega sardonica.

"Mi stupisce che non ti abbia offerto dell’altro."

Le biascica contro la pelle un 'ponyboy' sghignazzato, annusandole le dita ad occhi chiusi.
Li riapre, rivoltandogliene in faccia il verdazzurro terso e luminoso.

"… L’hai accettata?"

Lei si stringe nelle spalle con un sorriso teso, mezzo sfrontato e mezzo sfilacciato nell’apprensione. Prende un respiro e scrolla un assenso pigro con la testa, soffiando via qualche ciocca lunga con aria pretenziosamente svagata; sbirciando il maggiore dei Lee con la coda degli occhi verdi.

"Then he grabbed my face and kiss’d me. Deeply."


[…]

Marshall è seduto sul divano con un libro aperto fra le mani, talmente immerso nella lettura da non fare caso alla porta che si apre, poi sbatte; ai passi pesanti sulle assi del pavimento.
Solleva il muso appena in tempo per intercettare, con un’occhiata impreparata, le cinque dita robuste che gli strappano il libro di mano per scaraventarlo a terra. Nei muscoli gli è esplosa la torsione necessaria ad alzarsi quando la mano aperta di Mitchell lo risbatte a sedere, inchiodandogli le scapole contro lo schienale.

"Brutta faccia da culo."

Marshall rovescia occhi disorientati e fervidi a nello sguardo crepitante, brillante di un’irritazione fonda e brutale, del fratello maggiore.

"Oh, che cazzo ti ho fatto?"

Grugnisce, informandosi con la leggerezza cruda di chi ha la coscienza troppo sporca per cadere dalle nuvole, aprendo le mani all’altezza delle spalle percorse da un fremito irrequieto.
Mitchell rivolta sulle guance un ghigno scalpitante di fastidio.

"Ti devi imparare a tenere la lingua in bocca e la bocca al posto suo, Chino."

Nelle pupille di Marshall si torce un lampo di comprensione sfottente, che sbroglia lungo i muscoli un filo d’allerta.

"So wut. – arriccia un sorriso da lupo sul muso angoloso; – … Mi hai detto che c’ha le labbra più fottutamente morbide del pianeta, ti aspettavi pure che non ci andassi a mettere la bocca per provarle?"

Mitchell ride, tenendolo per il bavero. Ride forte.
Poi gli scarica un pugno in faccia.

Sharon passa la serata, dopo averli separati a calci, a imbustare ghiaccio per i lividi.




[Maryanna Bowen, 2504, Bullfinch]

lunedì, luglio 21

F.E.A.R.

--


"Sometimes it lasts all night. I lie here and I listen to the shovels and the picks against that wall there. And I pray the sun will come up at the curtains before they break through. No, I don’t pray - I hope. And sometimes, it happens. The sun beats them. 

But, mostly … The shovels beat the sun."

sabato, maggio 24

The blind spot.

27 Aprile 2505,
Bullfinch (Timisoara).
Interno notte.


L’angolo cieco è buio. È cieco perché non vuoi guardarci. È uno spicchio di te che ti sfugge e non puoi controllare. L’angolo in cui sei solo e indifeso in balia di te stesso. È l’angolo in cui non vuoi entrare.






lunedì, marzo 10

Can you teach me how to dance real slow?

8 Dicembre 2503,
Bullfinch (Amarillo).
Interno notte.


Il lento che riempie l’unico saloon di Amarillo sbroglia le sue note in grappoli dolciastri di pianoforte e banjo, striscia sulle assi di legno rovinate e appiccicaticce di liquore versato. Non è rimasto quasi nessuno ad aspettare l’orario di chiusura. Samuel, dietro il bancone, lava piatti e bicchieri usati con l’aria un po’ malferma di chi abbia aiutato a svuotarne molti; Tom Hawkins smaltisce la sbronza dormendo sul pavimento e Logan Johnson accartocciato su una sedia con la testa appesa sopra lo schienale. Nina, sdraiata a pancia in sotto su un letto di tavoli accostati, guarda il pianista con aria incantata ed il mento appoggiato sull’incrocio delle braccia nude. Mitchell e Maryanna si sono dileguati da un pezzo.

"Dovresti imparare a ballare, Chino, o non ti troverai mai una donna."

Sharon dondola aggrappata al collo spesso di Marshall con le spalle gettate indietro ed il viso rovesciato in alto, gli occhi socchiusi ed un sorriso rapito a sollevarle gli zigomi arrossati. Gli occhi chiari, stretti fra le ciglia brune, hanno quel lucore magico e sospeso fra la lucidità e l’ebbrezza. Non è una ragazza minuta, solida di muscoli bene aderenti alle ossa, ma il minore dei Lee non fa granché fatica a sostenerla per i fianchi, le braccia allacciate dietro la sua schiena e ondate di equilibrio incerto a farli traballare entrambi fra una gamba e l’altra.

"Non sapevo di avere problemi a trovarmi le donne."

Sharon strizza le palpebre per sbirciare con un solo occhio aperto il ghigno di suo fratello, sospirando un fiotto d’aria calda attraverso le narici ed appendendo sulle labbra morbide un sorriso indulgente.

"Una che resti e che si prenda cura di te."

"Jeez … Non me ne serve una, ho già te."

Il grumo d’ironia spalmato, come burro, nella voce e sulla curva del sorriso di Marshall non è abbastanza da impedire a Sharon di raddrizzare la nuca per guardarlo dritto in faccia, spingendo nei suoi occhi un bagliore colpevole delle pupille dilatate dall’alcol e dall’illuminazione fioca del saloon. Nel sorriso dolciastro, nella piega dolente delle sopracciglia brune, suo fratello le trova fra i lineamenti gentili l’impronta angosciata dell’animale in gabbia. Se la ingoia insieme a un mattone di saliva, aprendole una mano ruvida al centro delle scapole.

"… Dovresti insegnarmi."

Sharon allarga gli argini del sorriso e si stringe nelle spalle, piegando il viso nell’incavo della sua gola.

"I will."



26 Gennaio 2505,
Bullfinch (Timisoara).
Interno notte.


"Fuck. Non posso credere che mi racconti queste stronzate." – Marshall molla il braccio nudo di Sharon con uno strattone che la fa barcollare, aggiungendo il segno rosso di cinque dita spesse al livido che già le ha scurito un buon tratto di pelle abbronzata.

"Sono solo caduta durante l’allenamento."

"È stato quel testa di cazzo con cui te la fai adesso?"

"Dorian non mi ha toccata, sono solo- …"

"Bullshit."

Sharon deglutisce, appoggiata alla parete di legno, mentre suo fratello misura il pavimento sterrato della stalla senza una meta, rincorrendo la propria rabbia come un cane si rincorre la coda. I cavalli stipati nei box, come fiutandone la tensione, raspano la paglia con gli zoccoli e sbrodolano qualche nitrito nervoso. Marshall le gira le spalle larghe, frementi di muscoli increspati sotto pelle, e poi torna a voltarsi bruscamente per rivoltarle incontro un sorriso reso ripido dall’insofferenza.

"Pensi che quello stronzo ti porterà via da qui, kiddo? Pensi veramente che rimetterà mai a posto quella nave, e ve ne andrete veleggiando nello spazio come se tu fossi l’eroina di un romanzo da due soldi."

"Ti darebbe così fastidio, Marsh?"

Sharon si scolla dal muro con uno spasmo brutale di frustrazione, innescando il dondolio molle di un paio di selle appese al chiodo.

Marshall le sbatte in faccia uno sguardo disorientato.

"… Perché mi vorresti qui, per sempre, inchiodata alla sella di qualche stallone nell’arena di New Dallas o di Providence, a portata di mano, a- …"

"Cristosanto, Shaz, a te piace il rodeo!"

"Certo che mi piace! È il modo in cui Jacob Thornton e Tim Miller e tutti gli altri mi tengono gli occhi addosso, come se fossi anche io una bella puledra da ingravidare, a non piacermi. Il modo in cui tu mi tieni gli occhi addosso per controllare che quella stupida femmina di tua sorella non si faccia male cadendo! – lo trapassa con occhi spalancati, così simili ai suoi, in cui la rabbia sfuma lentamente nella contrizione ferita. – … Non guardi mai, mai Mitchell nello stesso modo."

"E pensi- … Tu pensi veramente che questo Beckett sia diverso. – Marshall affonda cinque dita fra i capelli sfatti e se li rivolta sul cranio nervosamente, raspandosi la testa come se il bruciore della cute potesse essere la chiave per decifrare lo sguardo sconosciuto di sua sorella. – Uno stronzo che ti riempie di lividi."

"Ti ho detto che sono caduta."

"Christ, caduta. Dovrei spezzargli le ossa."

"Don’t. You. Dare. Marshall Lee."

L’inflessione secca, categorica, nella voce di Sharon gli schiocca sulla pelle come un colpo di frusta e dilata gli occhi affilati di Marshall con un guizzo di smarrimento attonito. Incassa la testa fra le spalle, deglutisce; sfoga il terremoto collerico dei muscoli sputando a terra un bolo di saliva.

"Yeah, fuck you. Fuck him. Fuck everybodey."

Le strappa gli occhi di dosso e si volta per imboccare la porta.



10 Marzo 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Interno notte.


Nei bagni dell’infermeria di Sunset Tower non trovi un quarto dell’igiene che ti aspetteresti in un ospedale, ma a Marshall della pulizia non importa granché mentre fronteggia la tazza del cesso a spalle curve, la schiena larga inclinata perché la fronte raggiunga il sostegno gelido delle piastrelle crepate alle spalle del gabinetto. Inspira ed espira lentamente, ingoiandosi l’aria maleodorante a boccate ingorde. Dalla tasca del camice spiegazzato e fradicio di sangue, infilato aperto e con poca cura su vestiti altrettanto malridotti, cava fuori i cinque grammi di bloom che ha chiesto all’ultimo paziente per avergli ricucito lo stomaco. La bustina di plastica sigillata è morbida fra le dita, l’erba essiccata che contiene sembra di qualità. Strizzando le palpebre, respira a fondo il tanfo di fogna per liberarsi il cervello dal ricordo allettante del fumo dolciastro che gli ha frustato le narici e aperto una voragine sotto lo sterno. In tasca, da qualche parte, ha tabacco sintetico e cartine per girarsi una sigaretta. Sarebbe questione di un attimo. Due tiri e poi giù dentro lo scarico. Due tiri soltanto. A occhi chiusi, galleggia nel buio custodito sul retro delle proprie palpebre coi muscoli tesi e frementi di desiderio inquieto. Scolla la fronte dalla parete solo per tornare a sbattercela; piano, poi più forte. Il dolore che gli rimbomba nella scatola cranica strappa alle narici lo sbuffo di una risata frustrata. Ha così voglia di farsi che gli sembra di essersi infilato l’ultimo ago in vena due giorni fa. Due ore fa. Due tiri. Solo due tiri. Un buco solo per ricordarsi dei vecchi tempi.

"…"

Gli scorre lungo la schiena un brivido di turbamento e sgrana gli occhi nella gola vuota e spalancata del cesso, ansimando fuori lo strano grumo di languore e disperazione che gli è germogliato in petto. Sputa nella tazza e poi ci lascia cadere la bustina di bloom. Un vortice d’acqua sporca trascina via la tentazione, e in bocca gli resta solo la voglia di piangere.

Invece ghigna masticando una bestemmia.

venerdì, febbraio 14

"This beast that you’re after will eat you alive."

29 Aprile 2505,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


Mitchell scende le scale cautamente, col fucile a pesargli fra le dita per il rumore di mobilia rivoltata che l’ha trascinato giù dal letto. C’è un’umidità penetrante a far scricchiolare i gradini di legno, come ogni mattino di primavera sul dorso delle St Louis Mountains, e i primi raggi bianchi filtrati tra le fronde, nella risalita del sole dagli abissi della notte, ingoiano con pazienza inesorabile la facciata della baita incastonata nei boschi, stendendo leccate di luce ridosso al pavimento del salotto. Per arrivare al divano, Marshall ha rovesciato due sedie e ruotato l’asse del largo tavolo da pranzo. Seduto scompostamente sul parquet di assi larghe, fissa la meta come se potesse convincerla a farglisi incontro spontaneamente. Sulle mani spianate contro il pavimento ha del sangue, le nocche lacerate e contuse, ma non è una novità più di quanto lo sia la smorfia di disorientamento perso che Mitchell gli scova sul muso.

"Fuck …"

La prima volta che ha beccato Marshall a stonarsi con il tranquillante per cavalli si è fatto una risata. L’ha chiamato “Ponyboy“ per una settimana. Una decina di giorni fa neanche la maniera offuscata in cui torce il collo e lo mette faticosamente a fuoco, quasi senza riconoscerlo, l’avrebbe allarmato granché; ma non avrebbe visto i buchi lungo le sue braccia, né riconosciuto il marchio della switch nel fondale torbido dei suoi occhi annacquati.

"’The hell have you been."

Abbandona il fucile al fondo delle scale e gli si accoscia davanti per ingoiarsene l’attenzione fragile, seduto sui talloni scalzi, coi jeans infilati di fretta e la tshirt sgualcita ancora impregnata di sonno. Nina dorme da qualche parte, al piano di sopra, stremata dalle lacrime. Marshall tira su dal naso rumorosamente, strizzando un occhio nella contrazione sfastidiata, incerta, dello zigomo affilato; come se la faccia di suo fratello mandasse barbagli di una luce insostenibile.

"Marsh. Hey."

Mitchell digrigna i denti e gli molla uno schiaffo ruvido, che lo costringe a sbattere le ciglia e sgranare le palpebre per rimetterne a fuoco l’apprensione nervosa. Scolla una mano da terra e se ne strofina il dorso contro il muso ispido: nei suoi vestiti è intessuto un odore rancido di bile che strozza le budella di Mitchell e gli spinge su per la gola il contenuto nullo del proprio stomaco. Lo tiene giù a fatica, arpionando la mandibola lenta del fratello con cinque dita spesse. Marshall scrolla confusamente la testa, sfuggendo alla morsa dei polpastrelli callosi per accennare a rimettersi in piedi; i muscoli intorpiditi gli si tendono nella carne come corde, ma cedono rovinosamente nell’arco di un sussulto scomposto.

"I think I just-…" – il soffio che gli cola di bocca è un filo aggrovigliato di voce bassa.

Mitchell scivola sulle ginocchia con un tonfo pesante di ossa e legno, allungando le mani per serrare le tempie del fratello nel palmo spazioso e raccogliere lo smarrimento dei suoi occhi vuoti, la consistenza sporca e umidiccia dei capelli bruni stravolti. Marshall si confessa lentamente, accalcando un mormorio sconnesso dietro l’altro – quello che sente infila sotto la pelle d’oca di Mitchell una disperazione fonda, inchiodandogli la nausea sotto lo sterno e, nelle nocche, il desiderio di colpire la smorfia disorientata di Marshall fino a spappolargliela.

"I told you to fucking leave it. I- …"

"… I know."

"Shit. – gli molla la testa di getto, allungando le dita contro la nuca soffice e bionda per rasparsi la cute fino a graffiarla, – Cristosantissimo, spiegami. Pensi- … Fuck, pensi che questo sia quello che vorrebbe, quello che dovevi fare, quello che- … Pensi che questo la farebbe stare meglio, è questa la merda che hai in testa?"

Mitchell parla troppo velocemente, chiudendo in gola a fatica la tendenza della voce ad incrinarsi. Non sa nemmeno se la pressione che gli si è gonfiata nel petto, comprimendogli dolorosamente i polmoni, sia l’urgenza di piangere oppure una risata. Marshall appende un’occhiata sfocata alle sue labbra, vincendo a stento la nausea e le nerbate di sconforto che gli occhi e la voce di suo fratello gli calcano nei muscoli sfatti. Scrolla la testa e deglutisce un mattone di saliva, senza frenare l’arricciata brutale delle labbra lungo il muso scosceso.

"Fa stare meglio me."

… Ma l’occhiata pregna di scetticismo limpido che Mitchell gli sbatte in faccia lo spoglia di vestiti e carne, rendendogli un brivido di freddo e l’impressione di avere ancora dieci anni. Si lascia afferrare e rimettere in piedi col salotto che vortica, squagliando l’alternanza di ombre e luce in un caleidoscopio nauseante, mentre il fratello maggiore ne raccoglie i cocci, infilandogli la testa sotto il braccio per trascinarselo verso il corridoio.

"Ti devi fare una doccia."

È solo che a dieci anni non conosceva un terrore così fondo.





martedì, gennaio 14

Lost causes.

18 Marzo 2496,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


FIGLI ALLEVATI PER LA MORTE, CASE EDIFICATE PER LA DECADENZA:
TUTTO CIÒ A CUI VI DEDICATE È DESTINATO ALL’ANNIENTAMENTO.

Dice il cartello di legno scheggiato, la vernice vecchia tenacemente intrisa nelle venature porose e imbarcate d’acqua; è storto e sbilenco, appeso malamente in cima a un palo confitto nel terriccio. Marshall ha tredici anni e lo prende a sassate coi grumi di pietra e terra raccolti sul ciglio della strada. Mitchell, quindici, fuma una sigaretta col culo piazzato sulla staccionata.

"Non lo tiri mica giù così."

"Fottiti."

Marshall raccoglie un altro sasso; lo manda a rimbalzare contro il legno che trema e si scheggia. Il ‘se‘ di ‘case‘ schizza via e il minore dei Lee si torce su se stesso, schiaffando sulle labbra un ghigno ripido mentre s’inchina al cospetto del fratello maggiore. Mitchell batte le mani, per nulla impressionato, con la cicca stretta in mezzo ai denti.

"Tanto ne piantano un altro, lo sai? – alza le spalle, spingendosi in gola una leccata di fumo; – … I pezzi di merda."

Marshall raddrizza la linea guizzante della schiena, sollevando un dito medio sporco di terra e occhi limpidi come sorgenti d'alta montagna; almeno altrettanto freddi.

"Jeez, Mitch, fuck off. Tu sei peggio di loro, e i figli non li fai proprio … Tanto poi muoiono." – storce le labbra e ispessisce la voce, facendo il verso al primo della covata con una leccata di fiato cavernosa e nasale.

Mitchell gli sbatte addosso una spruzzata di terriccio in punta di stivale, digrignando un sorriso obliquo e vagamente sornione. Piega di lato la testa bionda, appendendosi l'orecchio sulla spalla, e rigira il mozzicone fra le dita lunghe e spesse, già piuttosto callose per la sua età. Setaccia il fratello minore da cima a fondo, mentre Marshall si scrolla di dosso la polvere e grugnisce un paio di bestemmie con leggerezza cruda; scrolla la testa e schicchera via il filtro consumato della cicca.

"Prima di venire a farmi la morale tagliati quei capelli da ragazzina."

L’ennesimo sasso destinato all'insegna di legno lo colpisce un paio di dita più su del sopracciglio destro. Mitchell allarga le palpebre, tastandosi la pelle umida di sangue a labbra schiuse di stupore incerto, e non sa se ridere o gridare. Sputa per terra un bolo denso di saliva prima d’investire Marshall a pugni stretti.

Un’ora più tardi sono tappezzati di lividi, sdraiati sotto il palo di legno, mezza sigaretta a testa in bocca (cercare di accaparrarsi la metà senza filtro è costato, al fratello minore, un ulteriore labbro rotto) ed occhi stretti contro i riflessi sanguigni del tramonto. Marshall ha gli scarponi incrociati sopra i resti del cartello abbattuto.

"Allora che, li vuoi tirare giù tutti?" – Mitchell piega un braccio dietro la testa, raspandosi lo zigomo gonfio coi polpastrelli sporchi.

"Perché no."

"… Saranno sparsi sulla pelle di tutto il pianeta, Christ. I neo-luddisti stanno dappertutto."

"C’ho un sacco di tempo da buttarci dietro, mi pare." – Marshall si spalma una mano fra i capelli brunastri, trascinando gli angoli della bocca tumefatta a ridosso delle guance lisce da ragazzino.

Mitchell lo conosce, quel sorriso da lupo. Si tira a sedere con un guizzo energico di muscoli già formati, affondando le nocche contro il plesso solare del fratello minore – che impreca e si contorce come un serpente sotto a un sasso.

"Fuck, sei un caso perso."



 [Marshall Lee, 13 y.o.]