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domenica, settembre 21

Pitch-black.

20 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Esterno giorno.


'Maryanna.'

Il sole è alto, buca le nuvole spazzate da un vento rabbioso, che solleva la polvere dell’arena dove la luce e le ombre si rincorrono come gli zoccoli dei cavalli e del bestiame.
Maryanna scivola tra la folla, fra l’odore di sudore e di fieno, di escrementi e di tabacco masticato, per appendersi al braccio solido di Mitchell e tendersi in punta di piedi a baciarlo sul collo.

"She’s superready, big bro’."

Il maggiore dei Lee torce il muso ispido, offrendo alle dita sottili della nipote del pastore Bowen la zazzera corta e bionda che l’afa ha reso umida all’attaccatura: non è mai tranquillo, quando Sharon si lancia sul palcoscenico di polvere rossa in sella a un cavallo come Hooligan, e Maryanna gli sente sfrigolare la tensione nervosa sopra la pelle mentre si tira indietro, stropicciando un sorriso eccitato con una mano appesa alle pieghe della sua camicia, fra le scapole robuste, e l’altra aperta sul legno spesso della staccionata.
Hooligan è lo stallone più grosso che si sia mai visto nelle stalle del Red Hooves, un diavolo nero e instabile che schizza fuori come un lampo attraverso il varco aperto nel recinto dell’arena. Si torce e si ribalta, e Sharon gli resta inchiodata in groppa con la grazia tenace e disadorna di muscoli asciutti, tesi come corde, plasmati da una vita passata a sognare il rodeo.
Gli speroni brillano al sole, lo Stetson volteggia in aria liberando una cascata di capelli bruni come uno schiocco di frusta.
Maryanna si sente mancare il fiato quando l’arco della schiena di Sharon si ribalta improvvisamente, atterrando nella polvere con uno schianto. Grida forte, con tutto il fiato che ha in gola, quando il cavallo s’impenna e travolge il corpo disarcionato in un tumulto di zoccoli e terra rossa.
La forza per urlare ancora le si spegne in corpo, assieme al sostegno delle ginocchia, quando sente Mitchell strapparsi alla stretta convulsa delle sue dita per scavalcare la staccionata: le lascia in mano solo un lembo di camicia.


'Susan.'

Suzie trascina una mano fra i capelli scuri e stropiccia una smorfia nervosa.

"Dove cazzo sta? Sua sorella è già uscita …"

Butch le prende il polso fra le dita ruvide prima che possa spostare le proprie dalla nuca alla bocca, salvando le unghie corte dalla tortura dei suoi denti piccoli e allineati come perle.

"Adesso la troviamo." – le assicura, pacato, con quella fede pacifica e incrollabile nella riuscita di ogni cosa che lo rende, ai suoi occhi, luminoso come un secondo sole.

… Ma sente la morsa gentile inasprirsi bruscamente quando un singulto di fiato sospeso investe la folla tutto intorno, e il viso che Butch aveva voltato in cerca di Sharon s’indurisce nel calco rigido della paura.
Suzie gira la testa e vacilla, a bocca schiusa, annaspando per metabolizzare l’incubo di sagome scure che i suoi occhi travedono al di là della nube di polvere che si è levata fra gli zoccoli dello stallone.
Alla periferia dello sguardo vede un proiettile, che ha la forma di Marshall Lee, schizzare verso il cuore dell’arena, e le sue gambe si muovono di slancio per trascinarla nella stessa direzione.
Lo strattone che la presa di Butch le scarica in corpo, trattenendola, è doloroso come se le avesse spezzato il braccio.

"Non saresti d’aiuto."

Sono le unice parole che si scuce, domandola come un puledro riottoso per trascinarsela contro il petto largo, nella stretta delle braccia solide, e lei lo manda al diavolo.
Lo manda al diavolo e si lascia stringere, perché ha ragione lui e non c’è niente da fare.

 
'Mitchell.'

Mitchell deglutisce il cuore schizzato in gola ed inchioda nella polvere per raccogliere le briglie dello stallone impazzito: le strattona forte, ci si appende per vincere i muscoli titanici di Hooligan con tutto il proprio peso, spazzando l’arena con un’occhiata meccanica e nervosa. Trova il primo ranchero a cui mollare confusamente in mano l’animale, ma quando raggiunge il corpo rovesciato a terra avverte come l’improvvisa mancanza del collo d’acciaio del cavallo cui aggrapparsi.
Il viso di Sharon è impolverato e pallido, i suoi occhi chiusi, e c’è qualcosa di orribilmente sbagliato nella maniera in cui il torace le si è ammaccato sotto la camicia impastata di sangue.
Mitchell respira forte, paralizzato, fissando la schiena larga di Marshall che si tende e si curva sul corpo esanime di sua sorella; le sue mani affondate fra gli avanzi delle costole spezzate, i lineamenti aspri contratti nell’angoscia disperata di una corsa contro l’inevitabile.
I minuti passano in fretta, la barella sta arrivando.
Mitchell è come ipnotizzato dagli spasmi dei muscoli abbarbicati lungo le braccia che strappano e allargano la stoffa. Marshall che spinge le dita dentro il costato di Sharon, Marshall che trema e ruggisce un latrato di frustrazione.
La barella sta arrivando.
Deve trascinarsi una mano in faccia, a un certo punto, e tastare gli zigomi e la fronte per accertare che ci siano ancora, perché non si sente più la pelle e le ossa del viso. Ha la testa piena del battito bollente del cuore che scalpita fra le tempie, otturandogli le orecchie come un batuffolo d’ovatta.
Si riscuote bruscamente quando vede, finalmente, la barella con i due uomini che la portano, e si avvicina a Marshall per scuotergli le spalle e dirgli che è arrivata.
Marshall si tende come dovesse saltargli al collo, rivoltandosi come un cane rabbioso, ma solleva una mano insaguinata per cercare un polso al quale aggrapparsi e si tira in piedi.

"Ci sei? Mettiamola su."

Mitchell si muove verso Sharon, ma trova l’ostacolo delle dita viscide e calde appese al proprio braccio.

"Ce la mettono loro."

La voce di Marshall è spenta, proviene da un luogo buio e freddo che non può essere nel corpo di suo fratello.
Mitchell scrolla la testa, libera il polso con uno strattone.

"Che cazzo vuol dire che ce la mettono loro, sei tu il medico, sei tu- …" – la voce gli si contorce in gola come il guaito di un cane, e Mitchell cerca un appiglio sul viso di Marshall, pallido e lucente di sudore, cupo come se non ci fosse sole in cielo.

"… Non ti puoi fermare."

Mitchell lo scuote per le braccia, e mentre i due sconosciuti venuti con la barella sollevano Sharon per caricarcela ha come la sensazione di doverli fermare subito, l’impressione che se gliela lascia prendere adesso sua sorella sarà andata, persa per sempre.

"Non ti puoi fermare. – insiste; – Com’è che si fa quella cosa …"

Allunga le mani verso il petto di Sharon, ma Marshall lo afferra per una spalla e lo trascina indietro con una violenza che basta a schiaffeggiargli l’equilibrio.
La zuffa è esplosiva e disordinata, volano un paio di pugni prima che il minore dei Lee riesca a sradicarsi dalla gola un boato di collera disperata da sputare in faccia al più grande.

"She’s fuckin’ gone, Mitch."

La barella si allontana, Mitchell si appende al braccio teso di Marshall e la insegue con gli occhi che gli vanno a fuoco, annaspando senza più voce, aprendo una mano in cerca della faccia di suo fratello per trovargli le guance umide, rigate dallo stesso male di cui si sente traboccare le ciglia.


'Nina.'

Nina se l’è filata dietro i box a bere Gran Riserva e a fumare con un ranchero qualche anno più grande di lei.
Si chiama Billy Dean e non le piace granché, malgrado abbia gli occhi più blu di tutta New Dallas e muscoli da far girare la testa a qualsiasi ragazza del paese.
Nina lo trova poco affascinante, poco interessante, addirittura vagamente noioso. È convinta che sia per questo che lui le ronza intorno: non è abituato a non sentirsi all’altezza, e per un ragazzo così ci dev’essere qualcosa di nuovo e di diverso, addirittura di eccitante, nel sentirsi inadeguato per la prima volta.
Non hanno niente da dirsi e non si parlano, passandosi la sigaretta imbottita di Bloom con cadenza oziosa, lui appoggiato a una trave di legno e lei seduta sul bordo di una staccionata che un tempo serviva a tenerci i vitelli, ma adesso è da anni che rimane vuota. Immersi nell’odore di paglia e circondati dal nitrito delle bestie, le grida e il panico scivolati dentro e intorno all’arena hanno sfiorato a stento la dimensione ovattata in cui si guardano senza decidersi a bruciare la distanza elettrica fra occhi e bocche.

"… Nina."

La voce di Susan la fa sussultare forte prim’ancora che possa rendersi conto dell’umidità di pianto che gliel’ha resa rauca.
Billy Dean si gira, confuso, scostandosi di lato con aria un po’ colpevole, un po’ incerta, quando vede l’uomo biondo alle spalle della ragazza in lacrime e lo scambia, forse, per il padre di Nina.
Lei batte le palpebre, mette a fuoco l’acqua che riga la pelle di Suzie senza riuscire a distinguerne la faccia. Stropiccia una smorfia perplessa, in bilico fra la noia e la contrarietà (forse è la Bloom, ma nello stomaco le si annoda lentamente un groviglio d’ansia nervosa).
Si aspetta una sgridata, ma Suzie le caracolla addosso per investirla con un abbraccio tremante.
La sigaretta le brucia le dita e cade a terra.

"Mi dispiace, kiddo, mi dispiace tanto …" – Suzie le mormora piano sui capelli, contro la fronte, appiccicandole impronte d’acqua salata sulla pelle.

Nina ne cerca le braccia con dita ruvide, la spinge indietro per cercare un appiglio oltre la sua spalla, sul viso di Billy Dean: ne ricava solo un’occhiata stordita e un’impennata dell’agitazione che le ha stretto il respiro in un cappio d’inquietudine.

"… Suz?" – è tutto quello che riesce a dire, seppellendo l’incomprensione nella china interrogativa della voce.

Susan scorre cinque dita magre fra i capelli, altre cinque sotto l’occhio destro.
Butch Fogerty si conquista lentamente il suo fianco, schiudendo la bocca per cavarne un filo di fiato asciutto, inaridito dall’incertezza e troncato dal gesto risoluto con cui Suzie lo interrompe per sputare fuori un grumo di voce come un dente marcio.

"Sharon è caduta, Nì."

Nina schizza in piedi come se il legno della staccionata avesse cacciato le spine, a occhi spalancati dentro quelli rossi e bagnati di Susan che le raccontano il resto senza parole. Cerca una conferma sulla faccia di Butch, trovandoci un dolore saldo come la roccia.
Ha appena il tempo di realizzare che le stanno tremando i polsi, prima che un conato di vomito la costringa a piegarsi in due.
Le mani magre e gentili che le tirano via i capelli, mentre tossisce birra e succhi gastrici sul pavimento di paglia, sono le stesse che cerca disperatamente quando nel petto le si apre un pianto così forte da spaccarla in due.


'Dorian.'

L’officina è immersa nella penombra, le persiane asserragliate contro il sole e un solo spicchio di luce rovesciato di traverso sulle assi del pavimento.
Dorian siede sopra una cassetta degli attrezzi e rigira un cacciavite fra le dita robuste, un po’ tozze, tenendo le altre cinque appese al collo di una bottiglia di whiskey già agli sgoccioli.
Sa che Sharon dev’essere già montata in sella, a quest’ora. Se chiude gli occhi riesce quasi a vederla cavalcare nel centro dell’arena, sul dorso scalpitante e nero dello stallone, sotto gli occhi di tutti.
Sotto gli occhi di tutti.
Riesce a vederla cavalcare sull’addome piatto di Jamie Allen, fra le lenzuola fradice di sudore. Riesce a vederla contorcersi mentre lui la guarda e la bacia e la tocca e la guarda e la rivolta sul materasso per scoparsela ancora e ancora.
Nuda al centro dell’arena.
Nuda sotto gli occhi e nella fantasia di tutti gli uomini che sognano di scoparsela come Jamie Allen che, quando la guarda, è come se se la scopasse con gli occhi.
Si sente prudere le mani e la gola mentre la gelosia gli rivolta i muscoli.
… Per primo finisce a terra il cacciavite, poi la bottiglia. Poi la griglia di ferro appesa al muro, e una cascata di chiavi inglesi che tintinnano sui cocci di vetro. 
Dorian si sbuccia le nocche sul legno nella smania di abbattere un paio di scaffali, cercando a tentoni un martello da schiantare sulla carrozzeria della jeep a cui lavora da giorni, per ammaccare impronte di fiori nel cofano fino a farsi pulsare di dolore i muscoli e la testa.
Sfonda il parabrezza incrinato con un pugno, prima di colare a sedere fra la portiera e il pavimento.

Si trascina le mani insanguinate in faccia e scoppia a piangere come un bambino.



Ho chiuso la finestra
perché non voglio sentire il pianto,
ma al di là dei muri
non si sente che il pianto.

Ci sono pochi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini stanno sulla palma della mia mano.

Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime mordono il vento
e non si sente altro che il pianto.


martedì, agosto 12

Sad-eyed lady of the lowlands.

15 Agosto 2516,
Bullfinch (Timisoara).
Interno giorno.


Seduto sul bordo del letto Marshall pinza fra le dita la radice del naso, massaggiando l’angolo interno degli occhi.

"… Da quant’è che ti scopi mio fratello?"

Susan conosce i fratelli Lee da sempre.
È nata ad Amarillo e ci è cresciuta proprio come loro. Suo padre Adam andava a caccia con Conner e fu tra i primi a fargli le condoglianze quando la moglie morì per dare alla luce l’ultima dei loro quattro figli.
Adam Butler e sua moglie Deanna, di figlie, ne hanno fatta una sola. La perla degli occhi di suo padre (con sua madre, per qualche ragione, non ci ha mai legato molto).
C’era una scuola sola, ad Amarillo. Ci insegnava Rita Lee, prima di morire, poi il pastore Bowen si era messo una mano rugosa sul cuore e aveva preso le redini dell’insegnamento, come gli piaceva dire a tutti. Era severo cinque volte la madre dei Lee, e tutti quanti invidiavano Maryanna Bowen perché il vecchio pastore era suo nonno e a tutti sembrava sempre che la trattasse con un riguardo tutto speciale.
A undici anni, Marshall Lee le ruba il fermacapelli di perline e si arrampica sull’albero più alto del cortile per lasciarlo appeso tra le foglie. Suo fratello Mitchell lo minaccia, ridendo, di spaccargli la faccia se non lo riporta indietro, ma Marshall non ne vuole sapere e Mitchell non gli spacca niente, e nemmeno ci sale lui, sull’albero, a recuperarle il fermaglio. Così quel fermaglio rimane lì per giorni, scintillando al sole come un fiore di luce incastonato tra il fogliame, e si riesce a vederlo dal basso e dalla finestra dell’aula, finché una mattina sparisce e tutti quanti pensano che se lo sia portato via una gazza ladra. Soltanto a quel punto a Susan viene da piangere.
A tredici Marshall, che di anni ne ha uno più di lei, lo trova che si lava la testa sotto la fontana dietro la chiesa. È sera, e il ragazzo di Conner ha il naso rotto perché, dice, suo padre ha picchiato sia lui che il fratello per il torello degli Hawkins che hanno cercato di rubare per cavalcarlo. Mitchell ci è montato sopra, dice, ci è rimasto sei secondi prima di finire sbattuto per terra. Dice che lui ci sarebbe rimasto sopra almeno otto secondi, se solo avesse avuto il tempo di salirci. Susan gli dice che a lei, suo padre, non le ha mai dato più che un paio di ceffoni quando si comportava proprio male, e Marshall le risponde che il vecchio Lee ha sempre messo le mani addosso un po’ a tutti, tranne che a Nina, ma che così è molto peggio perché Nina non la tocca mai, neanche per farle una carezza, come se ne avesse una paura fottuta. Poi se ne sta lì in silenzio a grondare acqua dai capelli per un po’, Marshall, tutto assorto; finché all’improvviso gli balena negli occhi quella luce là, la stessa del giorno che le ha rubato il fermaglio, e le stampa sulla bocca un bacio fresco e umido. Susan gli lascia il tempo che le ci vuole a spingere giù nello stomaco la vertigine che le è salita alla testa, poi gli molla uno schiaffo e se ne corre a casa.
Le piacevano, i fratelli Lee. Il modo in cui si guardavano le spalle a vicenda le faceva pensare ai lupi di montagna e le aggrovigliava in testa e nello stomaco un filo d’invidia.
Ha quattordici anni quando suo padre torna da una battuta di caccia coperto di sangue e senza più respiro nei polmoni.
Conner Lee riporta il suo corpo a casa e propone alla vedova disperata di sgravarle il peso della figlia, almeno per il tempo di organizzare il funerale e tutto il resto, prendendosela in casa coi suoi ragazzi. Susan sente sbocciare un fiore di sollievo nel petto schiacciato dalle lacrime quando sua madre accetta e la spedisce nella baita di legno fra i boschi. Dalla prima notte prende l’abitudine di sgusciare fuori dal suo letto, in camera di Nina, per scivolare in quello di Marshall e addormentarsi piangendo sopra la sua spalla, ma è solo dopo il terzo giorno che lui le bacia la bocca per non sentirla più piangere, dice, e al mattino sono nudi e stretti l’uno all’altra come i fili di una corda intrecciata.
Susan ritorna a casa e il tempo passa. Passano le prime sbronze, i primi tiri di Bloom; passano le nottate nel capannone di Bill Thornton. Ha diciott’anni quando sua madre decide di lasciare le montagne per trasferirsi a Camrose, a sud del Morgan River, e Susan le dice non ci vengo, ma’, buona fortuna, e si salutano con un abbraccio.
Intanto Mitchell Lee e Maryanna Bowen si fidanzano, lui mette la testa a posto per lei e smette di correre dietro alle altre, mentre con Marshall è tutto un tira e molla e lui le dice siamo giovani, Sue, è troppo presto per pensare a queste cose, e all’inizio è solo per farlo ingelosire che comincia a frequentare Butch.
Butch Fogerty è nato a Timisoara, lavora col rodeo e viene spesso ad Amarillo per trattare con gli Hawkins e i Miller la compravendita dei tori. È un anno più grande del maggiore dei Lee e non pensa che lui e Susan siano troppo giovani, ma non è il motivo per cui lei se ne innamora. Butch ha l’anima fresca e il cuore d’oro. All’improvviso Susan non ha più voglia di fare ingelosire Marshall; ha paura di spezzargli il cuore quando gli dice hey, Chino, dolcezza, ti devo parlare. E lui le chiede è per quel tizio del rodeo, Butch, ti ci hanno vista in giro e lo sai che in questo buco di paese le voci corrono. Però non è geloso, Marshall. Le dice che Butch lo conosce, coi tori ci lavorano insieme e a Sharon piace anche se non in quel modo lì, e che se piace a Sharon piace anche a lui e che per Susan lui ha sempre voluto solo il meglio, solo che il meglio per lei non era lui.
Per un anno va tutto bene.
Il giorno che Sharon Lee cade da cavallo e ci resta schiacciata sotto il mondo va in pezzi, e mentre Butch le stringe la mano Susan ci si aggrappa come se dovesse impedire che la voragine che si è aperta sotto ai piedi dei Lee s’ingoi anche lei.
Stretti nel dolore, Mitchell e Maryanna si sostengono a vicenda. Nina versa tutte le sue lacrime, le lascia seccare al sole finché il cuore inaridisce e Susan la vede crescere in fretta, trincerata nella convinzione che tutto il bene che hai ti può essere portato via e devi stare attenta a non farci mai troppo affidamento.
Marshall lo guarda colare a picco torcendosi le mani nell’impotenza. Certe volte si sente in colpa per averlo abbandonato, perché lei e Butch sono felici e hanno saputo scavalcare i cocci della tragedia mentre lui ci si ferisce ogni giorno, e una volta che lo trova non troppo fatto glielo dice, gli dice mi dispiace, e lui le dice lasciami perdere, lasciami perdere Suzie, e lei lo lascia perdere perché la vede, nei suoi occhi, la stessa vorgine alla quale è sfuggita aggrappandosi alla mano di Butch, e Butch è un brav’uomo, ma lei non può addossargli sulle spalle il peso di due disperazioni.
Ancora non lo sapeva, allora, che la guerra avrebbe sventrato il suo mondo come né la morte di suo padre né quella di Sharon Lee erano riuscite.
La guerra se li prende tutti.
Partono i due fratelli Lee e parte anche Butch, parte Tim Miller e partono gli Hawkins, padre e figlio. Mitchell fa in tempo a sposare Maryanna prima d’imbarcarsi per Spartaca, riesce a tornare su Bullfinch due volte, dislocato e poi in licenza, e la seconda riparte lasciando sua moglie incinta.
Butch non torna mai.
Muore in trincea che è il 2508, quasi quattro mesi prima che la notizia arrivi alla donna che l’ha amato e non ha fatto in tempo a sposarlo. Non in una chiesa. Non davanti a un pastore. Ma Susan Fogerty un altro marito non lo vorrà mai, e quando la guerra finisce e Maryanna è morta e Nina le ha cavato fuori la bambina dal ventre con un coltello sporco, dopo che i Lee sono tornati insieme, ancora vivi, ed è tornato Tom Hawkins senza suo padre, e dopo che la moglie di Samuel Noon è rimasta vedova con due figli, dopo che la guerra si è presa il bello e il buono della sua vita Susan si trasferisce al Golden Steer di Timisoara e si mette a fare la puttana, 'ché le servono i soldi e non la vuole più, una vita, non le vuole delle prospettive.
Scopre che regalare il suo corpo ai reduci la fa stare meglio, che le piace raccogliere il loro dolore nel proprio ventre, il modo in cui le si aggrappano addosso, il modo in cui riesce ad annullare se stessa nel bisogno che hanno di sfuggire ai propri demoni fra le braccia di una donna che li accolga senza nome, senza pretese, per qualche ora. Marshall Lee, che dalla guerra è tornato sobrio e concreto come non era più stato da anni, qualche volta la va a trovare. Scopare con Marshall le piace, ma in modo diverso. È come ritrovare una vecchia abitudine un po’ dolce, un po’ amara.
La seconda guerra che squassa e rivolta la pelle di Bullfinch non riesce a farla soffrire quanto la prima. Malgrado le bombe. Malgrado la paura per gli affetti che le sono rimasti, per la bambina dei Lee e per le ragazze del Golden Steer.
Lei e Nina si danno da fare come possono, come durante la prima guerra, e quando Bobby Noon si spegne sul campo Susan è lì per aiutarla a raccogliere i pezzi, per mentirle dicendole che il dolore passa, sparisce. Nina non ci crede, ma non piange mai. Non piange più da quando si sono scritte a vicenda sulla pelle, a filo d’inchiostro, una rondine libera come le anime care volate verso il cielo e come la promessa di non lasciarsi ancorare a terra dal dolore.
Marshall parte, torna di rado. A trovarla al Golden Steer ci viene prima meno spesso, poi non ci viene più, finché non le porta suo figlio per farglielo vedere come se fosse il bambino più bello del ’Verse ed è vero, lo è. È il bambino più bello del ’Verse e guardarlo la fa felice e insieme le spezza il cuore.
E adesso Marshall Lee è seduto sul bordo del suo letto, nella soffitta del Golden Steer, e le chiede da quant’è che ti scopi mio fratello.

Susan si accende una sigaretta, ritta in piedi sulle gambe magre, un fascio di carne sottile e muscoli tenaci stoicamente piantati di fronte a lui.

"Non sei mai stato geloso, adesso non mi verrai a dire che lo sei di tuo fratello."

Marshall spazza i capelli sfatti con una manata nervosa, piena di disagio.

"Non è che sono geloso, non sono un cazzo geloso. Ma cazzo Sue, dài, tu fai la puttana."

"Allora? – Susan appende al filtro un sorriso sornione; – Non è mai stato un problema, per te."

"Io non sono Mitchell."

Susan sospira, si stringe nelle spalle.

"Sa il Signore quanto è vero."

Poi alza gli occhi al soffitto e passa una mano fra i capelli neri, scorciati sopra le spalle in fili morbidi e lucenti.

"Di', te l’è venuto a raccontare Nina?"

Marshall rivolta un ghigno crudo sulle guance ispide.

"Me l’ha detto Mitch, chi vuoi che me lo abbia detto."

Susan scrolla la testa, raccoglie il labbro inferiore sotto ai denti e lo schiaccia fino a sbiancare la carne.

"Dovevo immaginarmelo."

Il minore dei Lee si tira in piedi, allunga una mano callosa per farsi cedere la sigaretta.
Mentre trascina il fumo nei polmoni Susan gli appoggia una mano sopra la spalla, sfogliando col pollice i tendini tesi e le vene che gli palpitano sul lato del collo.

"Ascoltami, Chino. Io e tuo fratello cerchiamo la stessa cosa, una pezza per il buco che abbiamo dentro … Senza impegno, senza progetti. Justice mi conosce, mi vuole bene, e Mitchell non si deve preoccupare di infilare una nuova donna nella sua vita, e- …"

Viene interrotta dallo scrollone di muscoli aspri col quale Marshall l’allontana da sé, allungando le dita ruvide in cerca del suo polso.

"È una cosa seria?" – le fissa il palmo della mano come a trovarci la risposta scritta dentro i solchi della pelle.

"Non lo so, dolcezza."

Susan ritrae la mano lentamente, torcendo il polso stretto per divincolarsi fra le sue dita.
Lui la lascia andare.

"Magari ti serve un po’ di tempo per abituarti all’idea."

Il sorriso triste e dolce che le falcia la faccia bruna gli fa stringere le ciglia come un fascio di luce. Vorrebbe tapparglielo con un bacio, ma stropiccia una smorfia da canaglia e scrolla le spalle larghe.

"Che stronzo. – grugnisce, restituendole la sigaretta. – Me l’aveva detto che prima o poi mi avrebbe fregato la ragazza."

Quando la sente ridere forte, come uno schiaffo di corrente arrampicata lungo i muscoli, si ricorda che per Susan ha sempre voluto solo il meglio.

Solo che il meglio per lei non è mai stato lui.

giovedì, agosto 7

Summer of ’04.

6 Agosto 2504,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


Il lenzuolo steso sull’erba è sgualcito dal rivoltarsi indolente dei loro corpi sdraiati all’ombra. Il sole lampeggia, tra le fronde larghe, come le cento facce di un diamante, e i capelli di Maryanna sono sparpagliati fra le pieghe della stoffa come raggi di luce caduti a terra.
Si gira lentamente su di un fianco snello, affondando il mento contro la spalla del ragazzone alto, solido, che la supera in altezza di tutte le spalle.

"Ieri ho incontrato Chino dietro al ferramenta, mi ha offerto della bloom."

Mitchell le stropiccia sul palmo della mano odorosa d’erba un sorriso dalla piega sardonica.

"Mi stupisce che non ti abbia offerto dell’altro."

Le biascica contro la pelle un 'ponyboy' sghignazzato, annusandole le dita ad occhi chiusi.
Li riapre, rivoltandogliene in faccia il verdazzurro terso e luminoso.

"… L’hai accettata?"

Lei si stringe nelle spalle con un sorriso teso, mezzo sfrontato e mezzo sfilacciato nell’apprensione. Prende un respiro e scrolla un assenso pigro con la testa, soffiando via qualche ciocca lunga con aria pretenziosamente svagata; sbirciando il maggiore dei Lee con la coda degli occhi verdi.

"Then he grabbed my face and kiss’d me. Deeply."


[…]

Marshall è seduto sul divano con un libro aperto fra le mani, talmente immerso nella lettura da non fare caso alla porta che si apre, poi sbatte; ai passi pesanti sulle assi del pavimento.
Solleva il muso appena in tempo per intercettare, con un’occhiata impreparata, le cinque dita robuste che gli strappano il libro di mano per scaraventarlo a terra. Nei muscoli gli è esplosa la torsione necessaria ad alzarsi quando la mano aperta di Mitchell lo risbatte a sedere, inchiodandogli le scapole contro lo schienale.

"Brutta faccia da culo."

Marshall rovescia occhi disorientati e fervidi a nello sguardo crepitante, brillante di un’irritazione fonda e brutale, del fratello maggiore.

"Oh, che cazzo ti ho fatto?"

Grugnisce, informandosi con la leggerezza cruda di chi ha la coscienza troppo sporca per cadere dalle nuvole, aprendo le mani all’altezza delle spalle percorse da un fremito irrequieto.
Mitchell rivolta sulle guance un ghigno scalpitante di fastidio.

"Ti devi imparare a tenere la lingua in bocca e la bocca al posto suo, Chino."

Nelle pupille di Marshall si torce un lampo di comprensione sfottente, che sbroglia lungo i muscoli un filo d’allerta.

"So wut. – arriccia un sorriso da lupo sul muso angoloso; – … Mi hai detto che c’ha le labbra più fottutamente morbide del pianeta, ti aspettavi pure che non ci andassi a mettere la bocca per provarle?"

Mitchell ride, tenendolo per il bavero. Ride forte.
Poi gli scarica un pugno in faccia.

Sharon passa la serata, dopo averli separati a calci, a imbustare ghiaccio per i lividi.




[Maryanna Bowen, 2504, Bullfinch]

giovedì, aprile 17

Welcome home.

Giugno 2511,
Bullfinch (Timisoara).
Esterno giorno.


A piedi dal campo d’atterraggio su cui li hanno sbattuti è lunga, ma l’impressione di non sentirsi più i muscoli è familiare, sedimentata come il fischio del mortaio nelle orecchie e il rimbombo di ogni detonazione in fondo al cranio. Timisoara sembra una città fantasma, isolati interi abbandonati e quartieri sfollati per paura delle bombe. La nebbia si è mangiata le pareti delle case, ha reso il legno marcio e la terra umida. Bullfinch accoglie i suoi sopravvissuti nella cornice spenta di un’estate spettrale, e la periferia della capitale non sembra più affollata della vetta delle St. Louis Mountains.

A venire fuori dalla porta del vecchio saloon è una sagoma sola, smagrita e fragile come i fili secchi dei capelli biondi, sporchi e annodati che ha appesi lungo le spalle. Si muove come se lo sterrato le dovesse cadere a pezzi sotto ai piedi, barcollando con le braccia strette al petto per tenerci inchiodato un fagotto di stracci laceri quanto la sua faccia rigata di polvere. Nina è sciupata dall’insonnia e dalle privazioni, ha la pelle sporca incollata alle ossa come una guaina pallida. La sensazione che il vuoto al suo fianco sia il risultato di una mutilazione non colpisce Marshall tanto in fretta quanto suo fratello. Nina è costretta a ingoiarsene lo sguardo disorientato come un macigno. Vacilla ed accomoda fra le braccia le pieghe irrequiete del groviglio di stracci.

"Lei non ce l’ha fatta."

Le gambe di Mitchell si spezzano come due rami secchi. Marshall non riesce ad afferrarlo prima che le ginocchia gli si schiantino nel fango e boccheggia, travolto dall'impotenza, raspando la desolazione opaca degli occhi di Nina che oscillano disperatamente fra i suoi e l’orrore umido, senza appigli, che ha reso lo sguardo del maggiore dei Lee profondo come una voragine.

"Fuck. – Marshall spazza i capelli sfatti con una manata urgente, arpionandoli per conficcarsi manciate di spilli dentro la cute, – … Che aspetti? Dagli il cazzo di bambino."

Nina si scuote, annuisce, si accoscia sui calcagni per ficcare il fagotto tra le braccia di Mitchell. Il peso insignificante di suo figlio gli restituisce il respiro, sfilando fuori piano la disperazione insinuata tra pelle e ossa ad impedirgli di avvertire il proprio corpo. Ricorda, poco a poco, dell’umidità affondata dolorosamente nel buco delle ferite rimarginate di fresco, dell’aderenza molle della fanghiglia sotto le ginocchia, del bruciore delle lacrime lungo le guance fattesi spigolose in trincea. Ricorda tutti i piccoli fastidi di un corpo malridotto e vivo. Si ricorda che ha fame, realizza che anche il bambino avrà fame, e quando finalmente, quasi senza pensarci, abbassa lo sguardo sui suoi lineamenti minuscoli, si accorge che il bambino è una femmina. E che è fregato. Deve rimettere insieme i pezzi in fretta e meglio che può, perché sua moglie se n’è andata scaricandogli il futuro tra le braccia.



Aprile 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


La bambina bionda siede a gambe incrociate sul terriccio bruciato dagli aghi di pino e fissa la lapide bianca, incrostata di muschio, su cui l’uomo imponente alle sue spalle proietta di taglio la propria ombra immensa. La bambina ha occhi seri e limpidi, mani piccole a cui gli strascichi della guerra hanno teso la pelle sulle nocche spigolose. Deposita tre fiori dalla testa gialla davanti alla punta di cuoio dei propri scarponi.

"Anche se quest’anno la primavera è venuta nuda e un po’ malata, il Re Cervo me li ha fatti trovare per te. Vedi, questa sono io, questo è Hope. E questo è Bobby François."

L’uomo sfiata un grumo d’aria attraverso il naso, strofinandosi la nuca bionda con una mano larga e ancora indurita dai geloni invernali.

"Kiddo, Bobby François- …"

"… Riposa nella terra, lo so. Ma può avere un fiore anche lui?"

La bambina torce il collo sottile come lo stelo dei ranuncoli allineati in terra, rovesciando la testa per sbirciare l’uomo dal basso, di sottecchi, con un occhio semichiuso incontro al sole.

"Certo. Certo che può."

Justice Lee abbozza un sorriso furbo, soddisfatto, e si allunga di getto per schioccare un bacio sulla pietra fredda della lapide. Poi si appende alla mano di Mitchell per tornare in piedi, lasciandosi raccogliere fra le sue braccia come un fiore colto nel prato.

"Sono pesante?"

"Come un bue grasso."

"… Allora portami a casa in braccio."

Il sole bacia la terra ferita di Bullfinch che guarisce lentamente, seppellendo le cicatrici delle bombe fra le radici degli alberi.



Here, beneath my lungs, I feel your thumbs press into my skin again.