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lunedì, dicembre 15

We don’t need to be forgiven.

28 Maggio --,
Bullfinch (Acres Green).
Esterno giorno.


"… So watcha think, sweez?"

Hope Red Lee è biondo come la luce, ha le spalle larghe di suo padre e muscoli vivaci da adolescente. Con una mano aperta contro il muro bianco di calce del silo, il braccio teso è l’unica misura della distanza fra il suo viso abbronzato e quello, più scuro, della figlia del fattore incastrata fra il proprio corpo e la parete.

"Se mio padre sa che sono andata al lago con un ragazzo …" – il rossore le tinge le guance anche attraverso l’incarnato mulatto.

Billie Cotton gli piace perché è una brava ragazza dagli occhi ingenui, profondi e blu come il pelo dello Spring Lake.
Hope scrolla la testa, scostando la frangia pallida e disordinata per rivoltare sulle guance un sorriso da canaglia e due fossette dolci.

"C’mon, Bee, è un 'se' molto grosso."

Bracca la ragazza, un paio d’anni meno dei suoi sedici, come un animale che stringe la preda nell’angolo prima di saltarle al collo, ma con una limpidezza spensierata da debosciato a renderlo tutt’altro che minaccioso. Solleva la mano libera, e la bottiglia stretta fra le dita snelle, per ingoiare un sorso disinvolto di liquore prima di allungarla incontro alle labbra carnose e indecise di Billie.
Ignora il tumulto degli zoccoli sullo sterrato finché il fischio acuto della ragazza a cavallo lo colpisce come una scudisciata.

"Hope!, è un’ora sana che ti cerco."

Justice ha appena superato la ventina, è sottile come la lama di un coltello e cavalca all’amazzone con le gambe sepolte fra i fiori giganti e colorati di una gonna lunga fino agli stivali. Tra le scapole aguzze le dondola, come la coda di un serpente, una lunga treccia di sole. Gli occhi slavati e luminosi oscillano con indifferenza quieta fra il profilo di Hope, girato a sbirciarla di tre quarti, e lo stupore imbarazzato di Billie Cotton.
Non sorride, ma non sembra davvero spazientita.

"Hai finito di saccheggiare di straforo la riserva di rum di zia Cortès? – oscilla vagamente con la testa da una parte, come per decifrare l’etichetta della bottiglia sospesa a mezz'aria; – … Se ti scopre Chino ti rivolta la faccia, e siamo in ritardo."

In ritardo.
Hope sgrana gli occhi e s’irrigidisce con un fremito allertato di muscoli, premendo il palmo aperto contro il muro per darsi la spinta e strattonare indietro le spalle. Barcolla a ritroso un paio di passi, stropicciando addosso a Billie un’occhiata impenitente e una smorfia di scuse imbarazzata.

"Poi ne ... riparliamo."

La congeda senza fare caso al disorientamento un po’ irritato, reso maldestro dalla vergogna, con cui la ragazza batte in ritirata verso la veranda della casa coloniale.
Si torce su se stesso per fronteggiare la cugina dal basso.

"Punto primo, non siamo in ritardo. – sancisce, scollando l’indice dal collo della bottiglia; – … Tuo padre e zia Suze vengono da Chattanooga, it’s a fuckin’ long way to New Dallas."

"Infatti si sono mossi per arrivare ieri, scemo."

Justice si stringe nelle spalle, saldamente in bilico sulla sella di Mojave. Il buckskin scalpita a tratti, annoiato, battendo gli zoccoli sullo sterrato con qualche nitrito nervoso, ma senza mai cercare di disarcionarla.
Hope preme le sopracciglia all’attaccatura del naso, interdetto.

"Dodò?"

"Bloccata su un cargo in avaria fra Albany e Pound."

"Che cazzo ci sarebbe, poi, su Pound?"

Justice sbuffa un filo d’ilarità attraverso il naso, srotolando fra le labbra un sorrisino astuto.

"Guess it’s what she’s gonna find out."

Hope si incupisce vagamente, spostando l’ingombro della bottiglia mezza piena fra una mano e l’altra prima di spingere cinque dita in mezzo ai fili di fosforo che ha per capelli.

"Parti con lei quest’altr’anno?"

Dondola sui talloni, sbirciando sua cugina dal basso con aria corrucciata, sentendosi un groviglio d’impotenza annodato nello stomaco quando la vede scrollare le spalle minute con tre quarti di un sorriso indulgente arrampicati in faccia.

"Nessuno troverà mai Shangri-La se nessuno la cerca."

Red conosce la storia perché Justice gliene parla da quando è nato.
C’è una leggenda metropolitana che suo padre ha sentito da Lee Chernenko; sostiene che una settantina d’anni prima un’azienda di tecno-genetica iniziò il progetto di un parco a tema abitato da animali dell’immaginario collettivo portati alla vita dalle tecnologie di ricombinazione genica. La compagnia comprò e terraformò una luna, da qualche parte, e quando fallì le coordinate andarono disperse e nessuno andò a riprendersi gli animali. Secondo la leggenda dovrebbe trovarsi in qualche porzione di spazio tra il sistema Central e Dào. Tra il nono e il decimo quadrante.
Hope appende le labbra alla bottiglia e, stavolta, il sorso di rum che gli brucia l’esofago riesce anche a fargli girare la testa.

"Mommy’n’dad, fuck’s sake. – cerca la smorfia dubbiosa di Justice con occhi scintillanti d’ispirazione luminosa; – Think ’bout it, Jay-Lee, Moloko non è mai stata puntuale in tutta la sua vita, e Marshall non è entrato in chiesa nemmeno per sposarsi."

Allarga le braccia come un pugile vittorioso, spiando il guizzo di comprensione che prende forma lentamente sul viso tutto spigoli e dolcezza della figlia di Mitchell, che scuote la testa con un sospiro.

"Jeez, zia Nina gli spacca il naso un’altra volta se quello stronzo si perde il battesimo di suo figlio."

Justice contempla l’ipotesi con una risata leggera, curvando la schiena sottile per sporgersi verso il cugino con le braccia incrociate sul collo del cavallo.

"Allora? – il singhiozzo sfottente delle sopracciglia chiare corona la dolcezza accomodante del sorriso; – … Sali o no?"

Due teste bionde brillano sotto il sole alto, sopra il cuore verde di Bullfinch, mentre Mojave schizza al galoppo lungo la prateria.




Out here in the fields,
I fight for my meals,
I get my back into my living.
I don’t need to fight,
to prove I’m right,
I don't need to be forgiven.







27 Novembre 2515, Bullfinch (Prima linea).



16:54 Marshall [giungla]   « ... Stura fuori un grumo d'aria un po' asmatico, un po' ridereccio, risollevando il cranio con un sussulto brusco dei ciuffi fradici e affastellati » Vuoi imparare a tagliuzzare la gente o a ricucirla? « sbircia Moloko solo in tralice, favorito dall'occupazione che li vede affiancati, curvi in avanti come bestie da soma. L'inverno di Bullfinch non è mite; il fiato di Lee sfiotta tra le labbra in grumi di fumo biancastro, tanto è caldo il respiro custodito nel torace largo, tutto appiccicaticcio di pieghe della canotta sgualcita e grondante » Avevo capito, sweez. « scrolla il mento su e giù, spiegazzando un sorriso ripido ridosso alle guance magre, incastonate sotto zigomi aspri » ... Sennò ti avrei dato un pugno.


17:03 Moloko [giungla]  «  Continua a toccarsi il naso, la bocca e la fronte, con scatti infastiditi delle mani spiegazzate come fogli di carte, ricamate da cicatrici poco precise e molto frettolose. » dobbiamo prendere un cadavere, lo apriamo e mi spieghi che cazzo abbiamo nel corpo. Tipo polmoni, reni. « Spiega in modo maldestro e impacciato con gli occhi pulsanti, resi opachi da un sentimento fondo di disagio. »Per ora so solo che il cuore è come un tempio e dobbiamo proteggerlo col fucile e con i denti.« Non è una nozione medica, ma la getta fuori d'impeto strofinando il palmo della mano contro la cinghia che si frega fastidiosamente il collo. » you are my family « L'appunto è mormorato con malumore e una scossa burbera. Gli avesse dato un calcio nel culo, sarebbe stata sicuramente più delicata. » 


17:16 Marshall [giungla]   « fiotta un sibilo fra i denti stretti, quando il palmo largo della mano bendata perde la presa sulla cinghia e slitta in basso, riattizzando sul cuoio il bruciore dei tagli sparpagliati nella carne. Avviene in concomitanza con l'appunto delicatissimo di Moloko, che sbaraglia il resto delle sue considerazioni per coagulare sul volto sciupato e impervio di Lee, affilato come un profilo di roccia, una smorfia di crudo smarrimento. Inchioda barcollando nel fango, scaricando tra la melma lo slancio del passo smorzato per raddrizzare le spalle con una trazione brusca; gira il collo per sbatterle in faccia un'occhiata vorace e animalesca, intrisa di diffidenza limpida » Non ci sono spic nella mia famiglia. « l'obiezione cruda falcia ogni legame sul nascere, spezza le ossa allo spirito di corpo. Marshall allunga la mano fasciata per cercare la mandibola di Cortes con le dita spesse, indurite da calli mai visti sulle mani di un medico; c'è anche qualche taglio non rimarginato, spugnato dalla pioggia » ... Un tempio in cui non viene a pregare nessuno è come un tempio senza Dio, no? « la smorfia arricciata all’angolo della bocca tira su il neo incastonato nel profilo sinistro, traballando tra una sferzata di disorientamento sfastidiato e un sorriso arrogante. »


17:22 Moloko [giungla]  « Fiuta il buio che si fa largo tra le gambe, rende gli alberi poltiglie scure, lasciandola smarrita per una manciata di secondi. Inghiotte con violenza, due tre volte. La divisa non sembra pesarle addosso, la indossa con una spensieratezza indomita. Si raddrizza invano, il peso le schiaccia gli spasmi dei muscoli, si arrotola la stoffa della cinghia intorno alle nocche sbiancate. Bofonchia una risata sguaiata, protestando sull'onda dell'entusiasmo che si schianta con noncuranza sulla diffidenza altrui » non si sceglie la famiglia, mi fai schifo uguale. Le cose non cambiano.« Lo spiega con pazienza, come se l'altro fosse totalmente cieco. Il sudore non riesce ad asciugarsi, continua a rigarle la schiena sciolto nella pioggia. » adoro le macerie incontaminate «  argina la parola Dio, schivando la mano come se fosse un tizzone ardente. »


17:32 Marshall [giungla]   « mano a mano che il buio cala le torce si accendono, spazzando l'intrico nero della vegetazione con fasci di luce impietosa, che investe la pioggia rivelandone gli spilli fitti. Marshall serra solo il vuoto nello spasmo delle dita, braccando Moloko con uno strattone della testa e spingendole lo sguardo negli occhi attraverso l'ombra liquida, che quasi si ritrae attorno al chiarore torrido incastonato fra le palpebre del medico » Hhnrite. « la contrazione dell'angolo delle labbra potrebbe essere un sorriso come un guizzo di nervi tirati » ... Dio neanche esiste, dopotutto. « passa la lingua sulle labbra lucidate d'acqua, come ogni tratto di pelle non irruvidito dalla spazzola di barba incolta, contaminata di sprazzi biondastri. Appende le dita inerti a mezz'aria, poi torna ad allungarle in cerca del viso altrui; meno brutalmente, per quanto i suoi gesti siano l'antitesi della delicatezza » You're not my family. « la voce si piega lungo il corso scrosciante della pioggia, scivolando in un soffio basso; ha il tono di un'assicurazione schietta, ripulita dall’ostilità. Il lembo di labbra sollevato si arriccia fino a spingere lo zigomo in alto, schiacciando l'occhio corrispondente - come se Moloko fosse una creatura di luce che lo abbaglia senza riuscire a deviarne lo sguardo ostinato. »


17:43 Moloko [giungla]  « Deve combattere con degli ostacoli invisibili che la separano dal medico, cedendogli, tuttavia, una fiducia pulita e troppo vasta. Non riesce a immagazzinare l'ondata di agitazione che le scuote inconsapevolmente gli occhi, puntati sulla mano di Marshall. Stavolta non si scansa, ma i muscoli del collo, della mascella, si induriscono seguendo uno spasmo feroce dei muscoli. sente arrivarle addosso le parole, tutte, le mozzano il fiato facendole perdere un battito. C'è qualcosa di più caldo che gli si accende negli occhi. Ha il respiro gonfio che si solleva sull'ultima considerazione come un uragano. Istintivamente allunga una mano verso gli abiti del medico, all'altezza del collo, tenta di arraffargli con urgenza, perdendo il ritmo della marcia. » ascoltami coglione, finchè porterai questa divisa allora farò in modo che la tua faccia di merda non venga sfiorata da quei porci maiali dei corer, right?« la voce le esce animata e frammentaria, sbalzata dai respiri. » Non sono la tua famiglia, ma non puoi costringermi a pensarla come te.


17:51 Marshall [giungla]   « lo spasmo di muscoli che irrigidisce la mandibola altrui, sotto le dita, gli trasmette una scossa che sguscia sotto pelle come un brivido, torcendo una vampa di brutalità negli occhi. Se prima le premeva addosso il filo acuminato dello sguardo, adesso è il volto di Moloko a risucchiarlo fra i lineamenti induriti e i segnali lampanti della contrazione. Deglutisce, inerpicandosi fino ai suoi occhi con avidità indocile e affascinata. Viene strattonato per la canotta lisa da una mano che non ha nemmeno visto arrivare; il tessuto sibila e si strappa sotto le dita altrui, slabbrando lo scollo slargato ridosso le linee guizzanti del torace. Nell'alone mobile delle torce che fendono la notte tutto attorno, balena il riflesso metallico delle piastrine custodite nella conca dello sterno » You're no family. « rigurgita un soffio basso e irruvidito, scacciando attraverso le narici un fiotto di fiato caldo » But you are ... Sumthin'. « la concessione che gli sfila dalle labbra incontrollata, fra i battiti di cuore che rimbombano negli occhi da lupo. »


17:59 Moloko [giungla]   «  Marshall le ha scatenato una reazione a catena che trema sotto la pelle che lui stesso stringe, freme come una bestia in catene e quando riprende a parlare gli occhi sono fermi sul viso dell'altro come se fosse buco nero, magnetico. »Cortès è solo carne da macello, Lee è una merda di medico, Cortès vene rimpiazzata facilmente, Lee no.«  ragiona come se fossero una scacchiera »Tu ci servi dio solo sa quanto e il tuo unico compito... è ricucirmi e ributtarmi nel mattatoio ancora e ancora e ancora «  La mano scivolosa impatta contro lo sterno con debolezza, dal modo in cui tira la stoffa si direbbe che stia cercando un appiglio, spinge verso il basso come se avesse perso la forza e l'orientamento. » finché non mi dissanguano e non potrai più aggiustarmi. « Seppur riesca a sostenere lo sguardo dell'altro, nel suo inizia a comparire un getto di frustrazione bollente, che coincide con lo scintillio delle targhette. Per un attimo stringe lo sguardo verso il petto del medico, lasciando di scatto la presa, come se avesse bisogno di smaltire, fermarsi. » Sumthin' « Scimmiotta l'accento con una smorfia soddisfatta. »


18:04 Marshall [giungla]   « qualcosa tra "rimpiazzata" e "mattatoio" ne rivolta lo sguardo e i muscoli inaspettatamente, risucchia il freddo umido e le linee contorte della giungla in un lampo nero e fa scattare le nocche della mano libera di Marshall in cerca del viso altrui - tenta di schiantarcele d'impeto, in uno spasmo violento e impregnato di ferocia selvatica, strattonandole il mento serrato fra le dita per impedirle di sottrarsi in un guizzo di slealtà istintiva; astuta ma non ragionata. »


18:12 Moloko [giungla]  «  Probabilmente si aspettava qualcosa del genere, un'esplosione di qualche tipo. La penombra le getta contro il profilo un'espressione più cupa, sicuramente dolente, probabilmente è per via del rimorso che si annida nello stomaco assieme alla percussione del cazzotto di Marshall. Non riuscirebbe a schivarlo, ma qualcosa nella sua immobilità tradisce un desiderio, vile, di accusare una batosta fisica. Solleva appena il mento, con un fremito di inquietudine per la stretta che subisce. Questo fa si che la botta le si schianti all'angolo delle labbra, graffiando la bocca e riaprendo le ferite. le sente sanguinare d'immediato, in modo affatto preoccupato. Il viso guizza di lato, getta gli occhi a terra, da qualche parte, sputando un grumo rossastro » Torniamo a lavoro.


18:19 Marshall [giungla]   « nell'impatto di nocche e carne trova un sollievo crudo e viscerale, che ne alleggerisce istantaneamente il peso degli occhi. Ignora le ripercussioni accusate dai muscoli incordati della spalla, ritraendo le dita allentate, inerti, le cui nocche pulsano di fitte deboli e corroboranti. Allunga un sorriso ripido e solare - al punto da sfidare le nubi e il buio - sulle labbra, arricciando il superiore alla maniera delle bestie » ... Ntch. « l'assenso è più uno schiocco della lingua dietro ai denti; precede l'allentarsi della morsa sul mento altrui. Prima di ritrarre del tutto le dita, con le nocche ammaccate dallo scontro col suo viso le ripulisce dal sangue annacquato il taglio all'angolo delle labbra. È una sfregata di pelle indelicata, ma intrisa di premura assoluta. Le rimanda indietro la testa con uno strattone e arretra, voltandosi a cercare la cinghia del gatling abbandonata nel fango. »


18:27 Moloko [giungla]   «  Sente la bocca pulsare, come se la presenza asfissiante del compagno fosse ancora schianta sulla pelle. Non comprende del tutto la sensazione latente di insoddisfazione che le batte, come un tamburo, nel ventre e nelle ossa. Si passa la lingua sui denti mentre avverte il fastidio della pelle ruvida che si accanisce sulla ferita. Stringe il viso contraendo la fronte, gli sputa il fiotto di sangue e pioggia contro. Probabilmente lo colpirò di struscio, forse neanche. » s..-«  Ingoia a vuoto appigliandosi alla cinghia. »è la verità «  Vorrebbe dire altro ma non le riesce, cambia parola all'ultimo, virando bruscamente. » smettila di provocarmi «  Lo biascica nel buio, tirando su col naso. »


18:34 Marshall [giungla]   « risucchia il moto di sollecitudine in uno scossone indifferente delle spalle, assestando di traverso alla canotta strappata la bandoliera del Benson incastrato fra le scapole, scivolato scomodamente nel tumulto. Curvando la schiena, raspa la fanghiglia annerita dall'assenza di luce con le dita ruvide, ripescando la cinghia che impugna col palmo rivolto all'interno e il gomito flesso, senza passare dal sostegno della spalla » Hhnnà. « scrolla la testa, spazzando i ciuffi brunastri e impregnati d'acqua con la mano larga » ... It’s entertaining. « le rivolta addosso un'occhiata traversa, sghemba come il guizzo ripido delle labbra. Poi accenna col muso al fitto della vegetazione, facendole cenno di riprendere a trascinare. » (End.)


18:44 Moloko [giungla]  «  Il dorso della mano strofina con impellente bisogno, il mento, il taglio, tutti i punti sfiorati da Marshall, come se bastasse a scrollarsi di dosso l'impellente bisogno di sfracellarsi contro qualcosa. L'energia accumulata, le scariche represse, rendono la testa pesante.La limpidezza dello sguardo, ribaltato sul Medico, si trasforma in un focolaio infiammato da veleno. Biascia qualcosa di incompresibile, un dialetto spagnolo che viene sporcato da una mezza parola assolutamente comprensibile »..asshole«  si getta contro il freddo trainandosi dietro il gatling che le fa affondare gli stivali nel terreno, li sbatte un paio di volte. Scuote il capo, sbuffa, probabile che di li a poco cercherà invano -lanciando mille bestemmie - di accendersi una sigaretta. »/end

giovedì, luglio 3

Rosebud.

4 Ottobre 2515,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


Il monsone ha srotolato una tregua sulla giungla e sui campi di Bullfinch, asciugando la terra e restituendo al tramonto il palcoscenico rovente di un orizzonte terso. Bobby Noon ha abbracciato sua madre e baciato sua sorella sulla fronte. Mentre assicura la sella sul dorso di Brownie annusa il profumo schietto del terriccio, l’afrore del pelo della cavalla e quello del suo sterco rotolato a imbrattare il cortile.
Non gli importa, ogni odore raccolto prima della partenza è un odore di casa.
Accanto allo steccato ha addossato una bisaccia piena di vestiti, al cinturone di cuoio ha assicurato il revolver; alla sella il fucile da caccia di suo padre. Rivolta le mani grandi per guardarsi le dita lunghe, callose, strofinando i polpastrelli e sbirciando gli ultimi barbagli del giorno attraverso le palpebre schiuse.
Il battito d’ali confuso e lo starnazzare delle galline sono l’avvisaglia che precede il tonfo impetuoso di zoccoli gonfiatosi nel silenzio. Bobby torce il collo per fronteggiare, con un fremito irrequieto delle spalle larghe, il muso di Comanche e, più in alto, la faccia scura e impolverata che lo fissa da sotto la falda di uno Stetson consumato.

"Fuck you, Bobby Noon."

Nina Lee si sbroglia dal dorso del roano con una torsione svelta, schiaffeggiando il terreno con la suola degli stivali ed il viso sconcertato di Bobby col verdazzurro brutale degli occhi. La lunga treccia le si è sfilacciata, durante la corsa, appendendole intorno al viso rivoli biondi come spighe di grano.

"Non stai davvero partendo per il fronte senza salutare."

Nina gli concede una scappatoia ruvida, generosa, che Bobby non è svelto abbastanza da cogliere. Apre la bocca, la richiude, si stringe nelle spalle.

"La seconda linea è a poche centinaia di miglia da qui."

"… E il cimitero proprio dietro l’angolo."

Nina fissa le briglie di Comanche allo steccato, sfila il cappello e lo appende al pomolo della sella. Passa una mano sulla fronte sudata e incollata di polvere, poi fra i capelli tirati contro il cranio dall’ordito a spina di pesce. 
Brucia l’ultimo paio di falcate e un mezzo sospiro, adocchiando la sacca di Bobby come potesse farla esplodere con uno sguardo.

"Dun' get me wrong, Bobby. – risolleva gli occhi dentro ai suoi con una smorfia mesta, troppo asciutta per sconfinare nel dispiacere; – Sono fiera che vai al fronte, anche se c’è bisogno di gente che tenga al sicuro la tua casa non meno del Morgan River …"

Bobby solleva una mano ruvida in cerca del suo viso, ma Nina se lo scrolla di dosso, appendendogli al polso largo dita altrettanto callose.

"… Ma?" – le domanda, lui, liberandosi con uno strattone arreso.

"Ma ci potresti morire."

Nina lo lascia andare, ma sulla pelle gli lascia l’impronta incandescente di un cattivo presagio. Bobby si tasta il polso e lo massaggia, come per cancellare la traccia delle sue dita, scavando un solco profondo tra le sopracciglia scure. Il bollore aranciato del tramonto gli mangia la testa come un incendio, stingendo nell’ambra il castano leggero dei suoi capelli.
Se li stropiccia con una mano.

"Fuck, non dirlo neanche."

"Ma è vero. – Nina si stringe nelle spalle senza pietà; raccoglie la treccia sospesa dietro la schiena per scostarsela sopra la spalla sinistra, svelando la piccola rondine tatuata dietro l’orecchio destro e tutti i baci invisibili che Bobby ci ha lasciato sopra. – Mi devi lasciare qualcosa se- …"

… Il palmo di Bobby le schiocca contro la guancia e la costringe a voltare la testa di lato, barcollando con gli occhi stretti e poi sgranati.
Si lecca le labbra, raspando l’angolo della bocca inciso lungo la guancia tumefatta. Stropiccia un sorriso, spreme un sospiro profondo alle narici.
Poi stampa le nocche del pugno destro contro la mandibola di Bobby, che è dura come il granito e le fa esplodere sotto pelle un grappolo di dolore acuto – meno del lampo rosso che fa barcollare il ragazzone biondastro fino ad urtare il fianco di Brownie con la schiena larga.

"Mi devi lasciare qualcosa se muori."

Nina si tasta la guancia bollente, arrossata lungo l’impronta della mano altrui. Bobby smuove la mandibola, scrolla la testa.

"Proprio tutti stronzi, i Lee." – non è il pulsare doloroso del viso ad avergli riempito d’acqua il castano brillante degli occhi.

Nina accartoccia un sorriso dentro la guancia sana, scivolando sulle punte dei piedi per posargli un bacio sopra la bocca.

"Il tuo libro degli uccelli." – mormora, dolcemente, baciandogli uno zigomo e poi l’altro.

Bobby non piange; ricaccia indietro le lacrime e trascina sulle guance un sorriso spavaldo. Scrolla la testa, inasprisce la smorfia sulla china di un ghigno dolciastro. Allunga le braccia per stringersi addosso i fianchi stretti e tenaci di Nina, appoggiandole in faccia la fronte ed il naso per arrivare a stropicciarle la voce sulla bocca.

"Jeez, dovrai passare sul mio cadavere."

Se ne parte per il fronte con un livido in faccia e un disegno dei monti di Bullfinch in tasca.



28 Giugno 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno notte.


"Il pettirosso, Erithacus rubecula, è un piccolo uccello cantore molto comune. Pur avendo dimensioni ridotte è conosciuto per il suo comportamento spavaldo. È di aspetto paffuto e senza collo. Gli adulti hanno il petto e la fronte colorati di arancio."

La veranda sul retro è stretta, quasi incastonata nel bosco. Nina siede in bilico sulla ringhiera di legno, una gamba raccolta al petto e l’Enciclopedia degli Uccelli di Bobby Noon aperta fra le mani. 
Seduti sulle assi del pavimento, Justice e Hope la guardano dal basso in alto. Moloko Cortes, in piedi sulla soglia di casa, ascolta con estasi diffidente. L’unica lanterna aggrappata al muro le fa piovere sulla fronte e sul petto una leccata di luce arancione.
Nina la guarda di sfuggita, strizzando le rughe d’espressione sottili agli angoli degli occhi in un sorriso caldo e asciutto. Chiude le pagine con un tonfo brusco e si tira in piedi.

"… Si è fatto tardi, Jay-Lee, porta tuo cugino a letto."

"Ma zia- …" – la protesta di Justice le muore in gola per l’occhiata solida piovuta dall’alto.

Mentre la bambina sospira e solleva Hope sotto le ascelle per caricarselo in braccio, assicurandogli che ogni tirata di capelli gli varrà un tratto d’intestino masticato dai gufi, Nina passa le mani ruvide contro il viso, sistema dietro le orecchie le ciocche scappate alla lunga treccia stretta. Si allunga per raccogliere il cinturone arrotolato sul tavolo, lo allaccia e si assicura di avere il coltello da caccia bene infilato nel fodero. Sfila la torcia, ne proietta il fascio tra la boscaglia che fruscia, si agita e rigurgita l’eco distante di un ululato.

"Vieni con me, Cortès." – è più brava di Marshall con gli accenti stranieri, ma non si è sognata di chiamare Moloko per nome da quando è arrivata lì.

La ‘Leafer pulisce sui jeans il palmo delle mani con cui ha strofinato i capelli e le guance di Hope, srotolando un sorriso feroce e spaesato.

"Mi porti nel bosco per ammazzarmi e darmi in pasto ai cinghiali?"

Nina si specchia nel verde liquido e tremolante dei suoi occhi con uno spasmo breve, indolente, delle sopracciglia bionde. Poi tende le labbra a ridosso della stessa, identica curva tesa.

"Una volta, ti spiego, mio fratello ha spaccato il naso del mio ragazzo."

Moloko tira su dal naso e aspetta, i sensi tesi e la trepidanza nervosa di un cane che ancora non sa se leccare o sbranare la mano che gli viene allungata sotto il muso.

"… Quella stessa sera si è rotto anche il suo. – Nina scuote a mezz’aria le nocche di una mano, come ce l’avesse ancora indolenzita, scorrendo pigramente la lingua contro l’angolo della bocca; – … Da allora in questa famiglia nessuno ficca più il naso nel cuore degli altri."

Nasconde il libro sotto le assi della panca, al sicuro, prima di buttare in spalla il fucile per avviarsi incontro alle fauci umide della foresta a controllare, una per una, le trappole preparate per gli scoiattoli e per i giovani cinghiali di montagna.

"Dove sta il tuo ragazzo?"

"He’s gone."

… Mai per gli uccelli.




It always seems
You can’t be turnin’ round once you choose to ride…
That’s how it seems.

giovedì, giugno 19

What if reality is nothing but some disease?

19 Giugno 2516,
Horyzon / Bullfinch.


Mitchell ha trascinato a letto Justice, l’ha inchiodata sotto le coperte e l’ha ascoltata raccontare degli uomini-ragno che Marshall ha dovuto affrontare, nelle segrete scure e maleodoranti di Capital City, per sopravvivere un altro giorno e poter tornare a casa, quando finalmente avrà trovato le chiavi di Shangri-La e sarà libero di uscire dalla pancia di pietra del Grande Serpente del Core.
Mentre le accarezza i capelli biondi e si assicura che dorma, Mitchell si dice che va bene, qualsiasi storia sua figlia abbia inventato per accettare la condanna di suo zio va bene, qualsiasi cosa le permetta di aspettarlo senza piangere va bene; ma si chiede anche, come gli capita di fare più spesso e più inquietamente ogni anno che passa, se la fantasia di Justice non finirà per ingoiarsi ogni contatto con la realtà.
Nina scrolla le spalle, dice che è ancora piccola, che ogni bambino ha i suoi tempi, e gli confessa che lei, a dieci anni, credeva ancora che un lupo abitasse nell’oscurità sotto il suo letto.
Mitchell ci ride su, le dice che se lo ricorda bene, che lui e Marshall dovevano sempre prenderla in braccio per portarla in bagno durante la notte, perché non toccasse mai il pavimento nei pressi della tana del mostro. Le dice che la giornata giù al ranch degli Hawkins è stata pesante, che ha tutte le ossa rotte e, se non si butta sul letto anche lui, finirà per addormentarsi in piedi.

Il tuo compagno di cella cerca di buttartelo nel culo il terzo giorno. Gli fai saltare due molari e gli prometti solennemente che se ci prova ancora sarai tu a svuotarti le palle nelle sue budella. Lui non ti crede, non sulla parola, e quando ti mette di nuovo le mani addosso l’unica pasticca di Nootropam che sei riuscito a farti dare dalla ragazzina stinta della Blue Sun il tuo cervello se l’è già digerita, per cui lo vedi schiumare e digrignare i denti come un malato di rabbia che vuole strapparti la gola a morsi.
I secondini ti sciolgono i muscoli col manganello elettrificato prima che tu possa misericordiosamente spaccargli a calci la testa, evitandogli che la malattia che non ha se lo finisca fra atroci sofferenze.

Ti spostano in isolamento, e questo è un problema: quando sei a mensa, o nel cortile interno, puoi cercare di indovinare la natura inconsistente delle allucinazioni setacciando le facce degli altri detenuti. Se lo vedono esiste, se non si accorgono di niente, per quanto reale sembri, dev'essere solo dentro la tua testa.
Ma se nella cella sei solo, allora ci siete solamente tu e te stesso a giocare la partita.
E hai scoperto che sei uno che gioca sporco.


Mitchell si rivolta sul materasso come se fosse fatto di chiodi. Il sole è quasi alto oltre le finestre velate di nebbia, e lui non riesce a dormire. Conta le assi del soffitto, poi conta i muscoli indolenziti che gli pulsano sotto la pelle. Si chiede quanto gli costerebbe un viaggio fino a Horyzon, se può permetterselo, se Marshall sarebbe sollevato di vederlo o se gli sputerebbe in faccia. Si dice che Cortes avrà bisogno di aiuto con il bambino. Che forse Cortes avrà bisogno di aiuto anche con se stessa.

Fra le pagine del libro di poesie che ti hanno mandato a volte trovi frasi scarabocchiate a penna da una mano che conosci. Certe volte è la calligrafia esitante di Justice, altre la stessa che ti ha inciso parole d’amore per Bullfinch dietro la schiena. Più spesso, sei convinto che a seminare inchiostro fra i paragrafi stampati sia stata la penna ubriaca di Cortes.
"Il giorno che morirò sarà perché tu eri girato a guardare da un’altra parte, zio."
"Tuo figlio l’ho annegato nel cesso dell’Almost Home, Marshall Lee, perché tu non ci sei e siamo soldati, la guerra non fa prigionieri."
"Guardati le mani, lil’one."
Ti guardi le mani e i polsi lividi, annusando la cancrena che ti sta facendo marcire lentamente dalla punta dei polpastrelli e che va e viene con gli squilibri chimici del tuo cervello, come gli scarabocchi fra le pagine, come i fantasmi dei vivi e dei morti che affollano la tua cella: Sharon viene a trovarti il quarto mese, e le tue preghiere ("ti prego no, ti prego, vattene") non valgono a niente contro il suo fantasma collerico e dolce.
Una notte ti svegli di soprassalto e c’è Volkov, nero come la pelle di un toro, chino sopra di te. Ti respira sulla faccia l’odore acre del semtex esploso, inchiodandoti per le spalle con mani enormi e occhi cupi come due buchi neri incastonati nella carne. Ghigna lentamente, appoggiandoti un panno sul naso e sulle labbra prima di versarti in gola e nei polmoni l’acqua sporca di Safeport, facendoti domande a cui non puoi rispondere in una lingua scivolosa e incomprensibile che è quanto di più simile, nella tua testa, al russo di Koroleva.
Ti contorci e boccheggi, soffocando, finché Volkov ti bacia al centro della fronte madida e strappa via il panno umido dalla tua faccia per dirti: "Respira adesso, ti ho perdonato", e alla sua voce si sovrappone lentamente quella di Elian Chernenko. 


Mitchell, seduto sul bordo del letto, appoggia gli avambracci contro le cosce e sbircia il sole inondare le finestre rigate dai rimasugli di bruma. Tra le dita spesse rivolta nervosamente il cortex pad, cercando da qualche parte, fra le cime degli alberi neri stagliati attraverso il vetro, le parole giuste.



[…]

A partire da un paio di settimane dopo l'esito del processo, Marshall riceverà (dopo un severo controllo dei secondini) un tomo cartaceo decisamente voluminoso. E' una raccolta di poesie degli autori più svariati, che va dai celebri poeti Corer ai più misconosciuti poeti del Rim. Dopo aver ricevuto quel pacco, settimana dopo settimana (molto puntualmente) riceverà una lettera cartacea ogni domenica. Le lettere non sono firmate e non riportano il mittente, e contengono soltanto un bigliettino con sopra scritta una pagina (ogni pagina, una poesia da trovare sul libro). La cosa sembra voler andare avanti per tutta la permanenza di Marshall in prigione. 

 

La prima lettera rimanderà alla pagina della seguente poesia, firmata da una celebre poetessa del Core della seconda metà del (duemila)Quattrocento:


 

The art of losing isn't hard to master; 

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster,

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn't hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother's watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn't hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn't a disaster.

 

- Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan't have lied. It's evident

the art of losing's not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster. 

venerdì, giugno 13

Maybe everything that dies someday comes back.

12 Maggio 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


"Dagli adulti sentirai sempre dire che c’è un confine sottile fra l’odio e l’amore, ma non è vero per niente. Ascolta me. Il cuore è come un bastone della pioggia."

Justice siede davanti al largo tavolo da pranzo su cui è stato sistemato Hope, un anno, tre mesi, un sorriso sdentato da canaglia e la smania di mettere in bocca qualsiasi cosa placata, di certo solo temporaneamente, dall’attenzione vivida (ma assolutamente distante dalla comprensione) che preme addosso alla cugina. A schiena dritta e le spalle magre impettite, Justice tiene fra le dita un tronco di cactus essiccato, l’ultimo regalo di zia Nina dal mercato di Timisoara.

"… Vedi, se ami molto tutte le conchiglie scivolano da una parte, se odi molto invece se ne vanno tutte dall’altra. Per cui se sei innamorato non puoi odiare molto, e se odi troppo non lo so mica se ti puoi innamorare, right?"

Rivolta il bastone della pioggia in verticale, ascoltando a occhi chiusi lo scroscio cristallino di conchiglie levigate verso il fondo.

"Devi stare molto attento al verso in cui giri il tuo cuore, kiddo, perché l’odio è così pesante che a volte non si riesce più a rimetterlo dritto."

"Jeez, ma senti."

Justice sussulta e si volta mentre la sagoma aspra e affusolata di Marshall si affaccia dentro la cornice della porta inondata di sole.

"… Guarda che non funzioniamo mica tutti allo stesso modo, Jay-Lee."

La bambina spreca uno dei suoi rari sorrisi, alza le spalle.

"Ma tu sì, zio. No?"



14 Giugno 2516,
Horyzon (Dogtown).

Tutti quelli che hai odiato e che odi ti hanno tolto qualcuno che amavi, ed è per questo che adesso odi tanto Elian.

Ti ha portato via Elian.

giovedì, aprile 17

Welcome home.

Giugno 2511,
Bullfinch (Timisoara).
Esterno giorno.


A piedi dal campo d’atterraggio su cui li hanno sbattuti è lunga, ma l’impressione di non sentirsi più i muscoli è familiare, sedimentata come il fischio del mortaio nelle orecchie e il rimbombo di ogni detonazione in fondo al cranio. Timisoara sembra una città fantasma, isolati interi abbandonati e quartieri sfollati per paura delle bombe. La nebbia si è mangiata le pareti delle case, ha reso il legno marcio e la terra umida. Bullfinch accoglie i suoi sopravvissuti nella cornice spenta di un’estate spettrale, e la periferia della capitale non sembra più affollata della vetta delle St. Louis Mountains.

A venire fuori dalla porta del vecchio saloon è una sagoma sola, smagrita e fragile come i fili secchi dei capelli biondi, sporchi e annodati che ha appesi lungo le spalle. Si muove come se lo sterrato le dovesse cadere a pezzi sotto ai piedi, barcollando con le braccia strette al petto per tenerci inchiodato un fagotto di stracci laceri quanto la sua faccia rigata di polvere. Nina è sciupata dall’insonnia e dalle privazioni, ha la pelle sporca incollata alle ossa come una guaina pallida. La sensazione che il vuoto al suo fianco sia il risultato di una mutilazione non colpisce Marshall tanto in fretta quanto suo fratello. Nina è costretta a ingoiarsene lo sguardo disorientato come un macigno. Vacilla ed accomoda fra le braccia le pieghe irrequiete del groviglio di stracci.

"Lei non ce l’ha fatta."

Le gambe di Mitchell si spezzano come due rami secchi. Marshall non riesce ad afferrarlo prima che le ginocchia gli si schiantino nel fango e boccheggia, travolto dall'impotenza, raspando la desolazione opaca degli occhi di Nina che oscillano disperatamente fra i suoi e l’orrore umido, senza appigli, che ha reso lo sguardo del maggiore dei Lee profondo come una voragine.

"Fuck. – Marshall spazza i capelli sfatti con una manata urgente, arpionandoli per conficcarsi manciate di spilli dentro la cute, – … Che aspetti? Dagli il cazzo di bambino."

Nina si scuote, annuisce, si accoscia sui calcagni per ficcare il fagotto tra le braccia di Mitchell. Il peso insignificante di suo figlio gli restituisce il respiro, sfilando fuori piano la disperazione insinuata tra pelle e ossa ad impedirgli di avvertire il proprio corpo. Ricorda, poco a poco, dell’umidità affondata dolorosamente nel buco delle ferite rimarginate di fresco, dell’aderenza molle della fanghiglia sotto le ginocchia, del bruciore delle lacrime lungo le guance fattesi spigolose in trincea. Ricorda tutti i piccoli fastidi di un corpo malridotto e vivo. Si ricorda che ha fame, realizza che anche il bambino avrà fame, e quando finalmente, quasi senza pensarci, abbassa lo sguardo sui suoi lineamenti minuscoli, si accorge che il bambino è una femmina. E che è fregato. Deve rimettere insieme i pezzi in fretta e meglio che può, perché sua moglie se n’è andata scaricandogli il futuro tra le braccia.



Aprile 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


La bambina bionda siede a gambe incrociate sul terriccio bruciato dagli aghi di pino e fissa la lapide bianca, incrostata di muschio, su cui l’uomo imponente alle sue spalle proietta di taglio la propria ombra immensa. La bambina ha occhi seri e limpidi, mani piccole a cui gli strascichi della guerra hanno teso la pelle sulle nocche spigolose. Deposita tre fiori dalla testa gialla davanti alla punta di cuoio dei propri scarponi.

"Anche se quest’anno la primavera è venuta nuda e un po’ malata, il Re Cervo me li ha fatti trovare per te. Vedi, questa sono io, questo è Hope. E questo è Bobby François."

L’uomo sfiata un grumo d’aria attraverso il naso, strofinandosi la nuca bionda con una mano larga e ancora indurita dai geloni invernali.

"Kiddo, Bobby François- …"

"… Riposa nella terra, lo so. Ma può avere un fiore anche lui?"

La bambina torce il collo sottile come lo stelo dei ranuncoli allineati in terra, rovesciando la testa per sbirciare l’uomo dal basso, di sottecchi, con un occhio semichiuso incontro al sole.

"Certo. Certo che può."

Justice Lee abbozza un sorriso furbo, soddisfatto, e si allunga di getto per schioccare un bacio sulla pietra fredda della lapide. Poi si appende alla mano di Mitchell per tornare in piedi, lasciandosi raccogliere fra le sue braccia come un fiore colto nel prato.

"Sono pesante?"

"Come un bue grasso."

"… Allora portami a casa in braccio."

Il sole bacia la terra ferita di Bullfinch che guarisce lentamente, seppellendo le cicatrici delle bombe fra le radici degli alberi.



Here, beneath my lungs, I feel your thumbs press into my skin again.

martedì, aprile 1

You won’t fool the children of the revolution.

1 Aprile 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


"Non ci posso ancora credere che hai fatto questa cosa senza di noi."

Justice se ne sta con le spalle premute sul bordo del tavolo in salotto, le braccia intrecciate davanti al petto e due occhi da mastino sguinzagliati verso l’alto. Marshall non riesce quasi a credere che sia la stessa bambina che ha baciato in testa l’ultima volta, prima di lasciare Bullfinch e scoprire che nove mesi passano in un battito di ciglia. Arriccia sul muso ispido un ghigno crudo e disorientato, trascinando dallo stomaco alle labbra la sensazione di avere perso irrimediabilmente qualcosa.

"Mi dispiace, Jay-Lee, non potevo correre qui ogni volta che avrei voluto, ah? – gli occhi di Marshall scivolano di là dal tavolo, in cerca di una via di fuga, ma trovano solo il sorriso sfottente di suo fratello Mitchell a fare capolino dall’incrocio di braccia spalmate sul legno. – … Sono stato occupato."

Il minuscolo Generale Lee scrolla la testa bionda (quand’è che i capelli le sono arrivati alle spalle?) e spinge in faccia allo zio il singhiozzo scettico di un sopracciglio.

"I think you’ve been just dee-iu-em-bee."

Marshall tira indietro la nuca di scatto, come se una mano invisibile lo avesse preso e schiaffeggiato a tradimento, e spinge un grumo d’aria secco su per le narici contratte nella smorfia d’incomprensione feroce che gli ha arpionato la faccia.

"Me, dumb? Fuck. – gli occhi slavati spazzano il salotto, falciando la ghigna serafica di Mitchell e i denti di Nina, puntellata col gomito sulla spalla del maggiore dei Lee, che schiacciano il labbro inferiore fino a sbiancarlo. – … Why the hell is she talkin’ like this, anyway."

È sua sorella a venirgli in aiuto, impietosita dal raspare smarrito delle cinque dita spesse con cui lo guarda rivoltarsi sulla testa i capelli bruni e disordinati.

"Spelling. Sta imparando a scrivere. – rivela, raddrizzata la schiena per stringersi nelle spalle, già incamminata verso la porta con una virgola di sorriso stretta in bocca; – Tocca a me fare legna."

Mitchell, ancora spalmato sul tavolo come un gatto sornione, dondola la testa di lato e schianta in faccia al fratello minore un lampo comprensivo degli occhi ridenti. Marshall scrolla le spalle, tornando ad inghiottirsi il verdazzurro limpido e gravoso dello sguardo di sua nipote.

"Whatevs, kiddo. Lo vuoi vedere o no questo bambino."

Hope è rivoltato al centro letto di Nina, al piano di sopra, e quattro mesi di vita gli hanno asciugato le chiazze di petrolio degli occhi per rivelarne la trasparenza inconfondibile dei Lee; la testa tonda è un tappeto d’erba biondissima, le gengive nude impegnate a succhiare ogni lembo di pelle fradicia delle dita piccole come fiammiferi. Justice gli si avvicina con cautela riluttante, a naso sporto in avanti e mani intrecciate dietro la schiena, le spalle minute irrigidite come durante un’ispezione militare. Succhia l’interno di una guancia, affiancando il letto per valutare il cugino a testa reclinata sopra una spalla, poi verso l’altra.

"Ew." – l'esame si conclude con un versetto disgustato e un’arricciata di narici che squagliano una risata mal contenuta nel torace dei due fratelli rimasti a spintonarsi, come bambini troppo cresciuti, nella cornice della porta.

Justice guarda Hope, poi guarda Mitchell e Marshall.

"He’s snotty, and he’s ugly. – sentenzia, puntigliosa, recuperando il neonato con la coda dell'occhio e una scrollata di spalle. – … Not so bad, tho’."

Dondola il peso fra una gambetta e l’altra, scioglie il nodo delle dita dietro la schiena ed apre le braccia come un torero sotto la pioggia di fiori e baci del pubblico alla fine della corrida.

"Hope and Justice … – accartoccia un sorriso vispo dentro la guancia sinistra, – 

Sounds like a dream team, huh?"

sabato, febbraio 22

Talkin’ ’bout a revolution.

23 Febbraio 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


Justice fa ciondolare le gambe troppo magre dallo sgabello troppo alto, dondolando la testa bionda contro una mano aperta. Affonda l’indice minuto nel barattolo del miele e lo rigira a mezz’aria per vederne colare la ragnatela d’ambra liquida.

"… Perché non me lo ha detto lui?"

Sbircia di sottecchi suo padre, seduto sullo sgabello di fronte al proprio con le spalle enormi ripiegate e i gomiti nudi appoggiati contro le cosce. Lui le sorride, soffiando in alto per scostare dalla fronte qualche ciuffo della frangia biondiccia (ci prova anche lei, ma ottiene solo d’incrociare fastidiosamente gli occhi nel tentativo di sbirciarsi i capelli).

"Voleva parlarti di persona invece che via cortex."

Mitchell Lee si stringe nelle spalle; la bambina torna a far sgusciare gli occhi limpidi contro le bave di miele che le si srotolano attorno al polpastrello.

"Ah. – tira su dal naso come ha visto fare suo zio centinaia di volte; come potesse catturare sulla pelle di suo padre l’odore della menzogna. – … E allora perché me lo dici tu?"

Mitchell allunga una mano contro il bordo del barattolo e glielo sfila da sotto le dita, affondandoci il proprio indice spesso, grande sei volte quello di Justice, per spalmarselo tra le labbra fradicio di miele. Ne succhia via la patina dolce con un ghigno soddisfatto, schiaffeggiando lo sguardo sospettoso di sua figlia col bagliore vispo di occhi trasparenti.

"Per rovinargli la sorpresa."

Justice Lee, quasi sei anni, sospira e allunga un calcetto indolente contro il ginocchio dell’uomo, seppellendo un sorriso dietro la smorfia di sufficienza che ha imparato imitando zia Nina allo specchio.

"Jeez, pa’, sei proprio un bambino."

Dopotutto, pensa mentre s’infila in bocca l’indice coperto di miele, Hope Lee non è un brutto nome.

mercoledì, gennaio 8

Six cuts.

9 Gennaio 2516,
Hall Point.
Interno notte.


Marshall torna nella stanza da pochi dollari, male ammobiliata, del motel più economico di Hall Point trascinandosi addosso i postumi di un’insofferenza fonda. Atterrare sul letto, troppo morbido, è come accusare il rollio nauseante di una barca tormentata dalla risacca del porto, e anche il soffitto sembra ondeggiare nella strettoia fra le palpebre. Annaspa, masticando una smorfia, e si contorce sul materasso per sottrarre alla tasca il cortex pad e buttarlo sul comodino. Ci mette tanta irruenza da farlo rimbalzare sulla superficie lucida del mobile, rotolando senza suono sulla pelliccia soffice e stinta del pavimento in moquette – l’intruglio chimico con cui la lavano ha un odore orrendo che basta a rivoltargli lo stomaco. Passano forse venti secondi prima che la smania lo costringa a girarsi con uno spasmo nervoso di muscoli, appuntando i gomiti sulla coperta. Raspa l’avambraccio sinistro con i polpastrelli ruvidi, trovando con urgenza il cerotto bianco incollato alla pelle; lo strappa via per scoprire i contorni arrossati del segno nero che chiude la fila di sei tacche tatuate in bell’ordine, dalla più sbiadita sopra il polso a quella fresca, ancora umida, a metà dell’ulna. Ci passa su la lingua per raccogliere l'inchiostro e il sangue a occhi chiusi. Da qualche parte c'è un soldato chiuso in una cella, chiusa in un carcere federale, chiuso in una base alleata, chiusa dentro una città, un pianeta, un sistema solare. Da qualche parte c'è una ragazza di vent’anni chiusa in una bara, e una bambina che non l'ha mai vista ma le porta fiori freschi tutte le domeniche. Chissà se i fiori si trovano ancora, nei crateri delle bombe. Marshall sospira con le labbra affondate nella curva solida del gomito, ingoiando e sputando l’aria attraverso gli spasmi regolari delle narici.
Ci ghigna sopra.

"Buon anniversario e vaffanculo, stronzo."



mercoledì, dicembre 11

"You better run through the jungle."

10 Dicembre 2515,
Bullfinch.


"Marsh … ? Dove cazzo … Mi senti? Marsh?"
"Nina."
"Marsh, Cristosanto … È sangue quello? Sei coperto di- …"
"Non è mio, sta’ zitta e ascolta. Dov’è Mitchell?"
"Non lo so, è andato …"
"Dove."
"È uscito."
"Dove!"
"Non lo so! È uscito, cazzo. Non lo so dov’è andato. Che cazzo succede? Il cielo …"
"Ascoltami."
"… Il cielo sta andando a fuoco."
"Ascoltami!"
"…"
"Trova Mitch, prendete Justice e andatevene."
"Andarcene? Dove …"
"Lo sa lui."
"Che cazzo vuol dire lo sa lui? Fuck, Marsh- …"
"Now, Nina."
"Ok … Ok."
"Sbrigati."
"Vaffanculo. Ti voglio bene."
"Vaffanculo anche a te."


[…]

Le montagne, la pianura, le montagne. Justice tiene gli occhi chiusi, con la testa sulle gambe di sua zia, ma non dorme veramente. A tratti la sua coscienza si squaglia nel sonno, riempiendo il ronzio monotono del motore della jeep con il canto di una sirena, il volo radente di uno stormo di anatre d’oro. A momenti riaffiora, invece, portandole la tensione dei muscoli sottili e nervosi di zia Nina, il martellare della pioggia lungo i vetri e sul tettuccio. Il cielo cade a pezzi da mesi, come ogni anno, ma non c’era mai stato un tramonto così lungo nella vita di Justice. Da un finestrino schiuso le arriva l’odore della terra bagnata, mescolato a quello pungente e fastidioso della sigaretta di suo padre e a uno strano aroma metallico mai sentito prima. Se sbircia attraverso le ciglia riesce a vederne la nuca bionda, ingoiando con la coda dell’occhio il vuoto spaventoso che riempie il sedile accanto al suo. Il cuore le sbatte nel petto come una cavalcata di tuoni, stretto nella morsa angosciante di dita di strega. Le hanno detto che non deve avere paura, ma i bambini sono come ripetitori di carne, e lei sa che non è vero. Vorrebbe che zio Marshall fosse lì perché lui non le dice mai bugie. 

Non sa quanti cervi dalle corna rosse le abbiano sorriso quando la jeep si ferma, e un paio di braccia solide la prelevano dal sedile.



[…]

"Dio, ti prego, fa’ che quello stronzo fottuto se la cavi."

È l’unico, breve pensiero che Mitchell riesce a dedicare a suo fratello mentre, la figlia tra le braccia ed un borsone pesante calcato in spalla, affonda gli scarponi nel fango che scorre come lava gelida fra le asperità del fianco roccioso della montagna. Le fibre nervose e accaldate dei suoi muscoli continuano a pregare e a smaniare rivolte ad est, senza che la sua testa le segua, mentre il maggiore dei Lee concentra ogni lembo della propria razionalità nella complessa operazione di orientarsi sotto il diluvio e la cortina di fumo che ha affollato il cielo di nuvole rossastre. Justice si appende al suo collo e gli tossisce sulla spalla, tremandogli sullo sterno per le lacrime congelate che il vento freddo le fa bruciare sulle guance. Non si lascia scappare un suono, chiudendo i singhiozzi nella chiostra dei minuscoli denti stretti. Nina lo precede con la grazia irruente di uno stambecco, schiacciata sotto il peso dello zaino e del fucile, fermandosi ogni mezza dozzina di metri per voltarsi a cercarlo con gli occhi allargati. Mitchell deglutisce, spazza le rughe della montagna con gli occhi inumiditi dalle sferzate d’aria. Poi spinge il mento in avanti per indicarle la direzione, ma Nina non si muove. È rimasta pietrificata, la bocca schiusa in un verso d’orrore muto, trascinato via dalle raffiche di vento. Voltando la testa, in bilico su uno zigomo di roccia, Mitchell vede i soldati che marciano fuori dalla giungla, attraverso la patina sanguigna della notte sconvolta dai bombardamenti, come uno sciame di formiche blu dalle teste lucenti. Si riversano nei campi ai piedi della montagna, fiancheggiando l’avanzata dei mostri cingolati che mordono e calpestano la pelle di Bullfinch, infettando tutto quello che toccano. La distanza è troppa perché corrisponda un suono ai lampi di luce sulla bocca dei fucili, ma le retrovie dei Confederati vengono trucidate lungo la strada in un massacro di bestie ostinate, incapaci alla resa, che mordono la mano dell’invasore finché questi non apre loro il cranio. I muscoli di Mitchell si rivoltano, schioccando frustate di tensione sotto la pelle, ma il peso di Justice lo tiene ancorato al ciglio di pietra. Gira gli occhi verso l’alto, trova lo sguardo bagnato di Nina e stringe i denti, facendole segno di proseguire.
Sono quasi al sicuro.