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lunedì, dicembre 15

We don’t need to be forgiven.

28 Maggio --,
Bullfinch (Acres Green).
Esterno giorno.


"… So watcha think, sweez?"

Hope Red Lee è biondo come la luce, ha le spalle larghe di suo padre e muscoli vivaci da adolescente. Con una mano aperta contro il muro bianco di calce del silo, il braccio teso è l’unica misura della distanza fra il suo viso abbronzato e quello, più scuro, della figlia del fattore incastrata fra il proprio corpo e la parete.

"Se mio padre sa che sono andata al lago con un ragazzo …" – il rossore le tinge le guance anche attraverso l’incarnato mulatto.

Billie Cotton gli piace perché è una brava ragazza dagli occhi ingenui, profondi e blu come il pelo dello Spring Lake.
Hope scrolla la testa, scostando la frangia pallida e disordinata per rivoltare sulle guance un sorriso da canaglia e due fossette dolci.

"C’mon, Bee, è un 'se' molto grosso."

Bracca la ragazza, un paio d’anni meno dei suoi sedici, come un animale che stringe la preda nell’angolo prima di saltarle al collo, ma con una limpidezza spensierata da debosciato a renderlo tutt’altro che minaccioso. Solleva la mano libera, e la bottiglia stretta fra le dita snelle, per ingoiare un sorso disinvolto di liquore prima di allungarla incontro alle labbra carnose e indecise di Billie.
Ignora il tumulto degli zoccoli sullo sterrato finché il fischio acuto della ragazza a cavallo lo colpisce come una scudisciata.

"Hope!, è un’ora sana che ti cerco."

Justice ha appena superato la ventina, è sottile come la lama di un coltello e cavalca all’amazzone con le gambe sepolte fra i fiori giganti e colorati di una gonna lunga fino agli stivali. Tra le scapole aguzze le dondola, come la coda di un serpente, una lunga treccia di sole. Gli occhi slavati e luminosi oscillano con indifferenza quieta fra il profilo di Hope, girato a sbirciarla di tre quarti, e lo stupore imbarazzato di Billie Cotton.
Non sorride, ma non sembra davvero spazientita.

"Hai finito di saccheggiare di straforo la riserva di rum di zia Cortès? – oscilla vagamente con la testa da una parte, come per decifrare l’etichetta della bottiglia sospesa a mezz'aria; – … Se ti scopre Chino ti rivolta la faccia, e siamo in ritardo."

In ritardo.
Hope sgrana gli occhi e s’irrigidisce con un fremito allertato di muscoli, premendo il palmo aperto contro il muro per darsi la spinta e strattonare indietro le spalle. Barcolla a ritroso un paio di passi, stropicciando addosso a Billie un’occhiata impenitente e una smorfia di scuse imbarazzata.

"Poi ne ... riparliamo."

La congeda senza fare caso al disorientamento un po’ irritato, reso maldestro dalla vergogna, con cui la ragazza batte in ritirata verso la veranda della casa coloniale.
Si torce su se stesso per fronteggiare la cugina dal basso.

"Punto primo, non siamo in ritardo. – sancisce, scollando l’indice dal collo della bottiglia; – … Tuo padre e zia Suze vengono da Chattanooga, it’s a fuckin’ long way to New Dallas."

"Infatti si sono mossi per arrivare ieri, scemo."

Justice si stringe nelle spalle, saldamente in bilico sulla sella di Mojave. Il buckskin scalpita a tratti, annoiato, battendo gli zoccoli sullo sterrato con qualche nitrito nervoso, ma senza mai cercare di disarcionarla.
Hope preme le sopracciglia all’attaccatura del naso, interdetto.

"Dodò?"

"Bloccata su un cargo in avaria fra Albany e Pound."

"Che cazzo ci sarebbe, poi, su Pound?"

Justice sbuffa un filo d’ilarità attraverso il naso, srotolando fra le labbra un sorrisino astuto.

"Guess it’s what she’s gonna find out."

Hope si incupisce vagamente, spostando l’ingombro della bottiglia mezza piena fra una mano e l’altra prima di spingere cinque dita in mezzo ai fili di fosforo che ha per capelli.

"Parti con lei quest’altr’anno?"

Dondola sui talloni, sbirciando sua cugina dal basso con aria corrucciata, sentendosi un groviglio d’impotenza annodato nello stomaco quando la vede scrollare le spalle minute con tre quarti di un sorriso indulgente arrampicati in faccia.

"Nessuno troverà mai Shangri-La se nessuno la cerca."

Red conosce la storia perché Justice gliene parla da quando è nato.
C’è una leggenda metropolitana che suo padre ha sentito da Lee Chernenko; sostiene che una settantina d’anni prima un’azienda di tecno-genetica iniziò il progetto di un parco a tema abitato da animali dell’immaginario collettivo portati alla vita dalle tecnologie di ricombinazione genica. La compagnia comprò e terraformò una luna, da qualche parte, e quando fallì le coordinate andarono disperse e nessuno andò a riprendersi gli animali. Secondo la leggenda dovrebbe trovarsi in qualche porzione di spazio tra il sistema Central e Dào. Tra il nono e il decimo quadrante.
Hope appende le labbra alla bottiglia e, stavolta, il sorso di rum che gli brucia l’esofago riesce anche a fargli girare la testa.

"Mommy’n’dad, fuck’s sake. – cerca la smorfia dubbiosa di Justice con occhi scintillanti d’ispirazione luminosa; – Think ’bout it, Jay-Lee, Moloko non è mai stata puntuale in tutta la sua vita, e Marshall non è entrato in chiesa nemmeno per sposarsi."

Allarga le braccia come un pugile vittorioso, spiando il guizzo di comprensione che prende forma lentamente sul viso tutto spigoli e dolcezza della figlia di Mitchell, che scuote la testa con un sospiro.

"Jeez, zia Nina gli spacca il naso un’altra volta se quello stronzo si perde il battesimo di suo figlio."

Justice contempla l’ipotesi con una risata leggera, curvando la schiena sottile per sporgersi verso il cugino con le braccia incrociate sul collo del cavallo.

"Allora? – il singhiozzo sfottente delle sopracciglia chiare corona la dolcezza accomodante del sorriso; – … Sali o no?"

Due teste bionde brillano sotto il sole alto, sopra il cuore verde di Bullfinch, mentre Mojave schizza al galoppo lungo la prateria.




Out here in the fields,
I fight for my meals,
I get my back into my living.
I don’t need to fight,
to prove I’m right,
I don't need to be forgiven.







27 Novembre 2515, Bullfinch (Prima linea).



16:54 Marshall [giungla]   « ... Stura fuori un grumo d'aria un po' asmatico, un po' ridereccio, risollevando il cranio con un sussulto brusco dei ciuffi fradici e affastellati » Vuoi imparare a tagliuzzare la gente o a ricucirla? « sbircia Moloko solo in tralice, favorito dall'occupazione che li vede affiancati, curvi in avanti come bestie da soma. L'inverno di Bullfinch non è mite; il fiato di Lee sfiotta tra le labbra in grumi di fumo biancastro, tanto è caldo il respiro custodito nel torace largo, tutto appiccicaticcio di pieghe della canotta sgualcita e grondante » Avevo capito, sweez. « scrolla il mento su e giù, spiegazzando un sorriso ripido ridosso alle guance magre, incastonate sotto zigomi aspri » ... Sennò ti avrei dato un pugno.


17:03 Moloko [giungla]  «  Continua a toccarsi il naso, la bocca e la fronte, con scatti infastiditi delle mani spiegazzate come fogli di carte, ricamate da cicatrici poco precise e molto frettolose. » dobbiamo prendere un cadavere, lo apriamo e mi spieghi che cazzo abbiamo nel corpo. Tipo polmoni, reni. « Spiega in modo maldestro e impacciato con gli occhi pulsanti, resi opachi da un sentimento fondo di disagio. »Per ora so solo che il cuore è come un tempio e dobbiamo proteggerlo col fucile e con i denti.« Non è una nozione medica, ma la getta fuori d'impeto strofinando il palmo della mano contro la cinghia che si frega fastidiosamente il collo. » you are my family « L'appunto è mormorato con malumore e una scossa burbera. Gli avesse dato un calcio nel culo, sarebbe stata sicuramente più delicata. » 


17:16 Marshall [giungla]   « fiotta un sibilo fra i denti stretti, quando il palmo largo della mano bendata perde la presa sulla cinghia e slitta in basso, riattizzando sul cuoio il bruciore dei tagli sparpagliati nella carne. Avviene in concomitanza con l'appunto delicatissimo di Moloko, che sbaraglia il resto delle sue considerazioni per coagulare sul volto sciupato e impervio di Lee, affilato come un profilo di roccia, una smorfia di crudo smarrimento. Inchioda barcollando nel fango, scaricando tra la melma lo slancio del passo smorzato per raddrizzare le spalle con una trazione brusca; gira il collo per sbatterle in faccia un'occhiata vorace e animalesca, intrisa di diffidenza limpida » Non ci sono spic nella mia famiglia. « l'obiezione cruda falcia ogni legame sul nascere, spezza le ossa allo spirito di corpo. Marshall allunga la mano fasciata per cercare la mandibola di Cortes con le dita spesse, indurite da calli mai visti sulle mani di un medico; c'è anche qualche taglio non rimarginato, spugnato dalla pioggia » ... Un tempio in cui non viene a pregare nessuno è come un tempio senza Dio, no? « la smorfia arricciata all’angolo della bocca tira su il neo incastonato nel profilo sinistro, traballando tra una sferzata di disorientamento sfastidiato e un sorriso arrogante. »


17:22 Moloko [giungla]  « Fiuta il buio che si fa largo tra le gambe, rende gli alberi poltiglie scure, lasciandola smarrita per una manciata di secondi. Inghiotte con violenza, due tre volte. La divisa non sembra pesarle addosso, la indossa con una spensieratezza indomita. Si raddrizza invano, il peso le schiaccia gli spasmi dei muscoli, si arrotola la stoffa della cinghia intorno alle nocche sbiancate. Bofonchia una risata sguaiata, protestando sull'onda dell'entusiasmo che si schianta con noncuranza sulla diffidenza altrui » non si sceglie la famiglia, mi fai schifo uguale. Le cose non cambiano.« Lo spiega con pazienza, come se l'altro fosse totalmente cieco. Il sudore non riesce ad asciugarsi, continua a rigarle la schiena sciolto nella pioggia. » adoro le macerie incontaminate «  argina la parola Dio, schivando la mano come se fosse un tizzone ardente. »


17:32 Marshall [giungla]   « mano a mano che il buio cala le torce si accendono, spazzando l'intrico nero della vegetazione con fasci di luce impietosa, che investe la pioggia rivelandone gli spilli fitti. Marshall serra solo il vuoto nello spasmo delle dita, braccando Moloko con uno strattone della testa e spingendole lo sguardo negli occhi attraverso l'ombra liquida, che quasi si ritrae attorno al chiarore torrido incastonato fra le palpebre del medico » Hhnrite. « la contrazione dell'angolo delle labbra potrebbe essere un sorriso come un guizzo di nervi tirati » ... Dio neanche esiste, dopotutto. « passa la lingua sulle labbra lucidate d'acqua, come ogni tratto di pelle non irruvidito dalla spazzola di barba incolta, contaminata di sprazzi biondastri. Appende le dita inerti a mezz'aria, poi torna ad allungarle in cerca del viso altrui; meno brutalmente, per quanto i suoi gesti siano l'antitesi della delicatezza » You're not my family. « la voce si piega lungo il corso scrosciante della pioggia, scivolando in un soffio basso; ha il tono di un'assicurazione schietta, ripulita dall’ostilità. Il lembo di labbra sollevato si arriccia fino a spingere lo zigomo in alto, schiacciando l'occhio corrispondente - come se Moloko fosse una creatura di luce che lo abbaglia senza riuscire a deviarne lo sguardo ostinato. »


17:43 Moloko [giungla]  « Deve combattere con degli ostacoli invisibili che la separano dal medico, cedendogli, tuttavia, una fiducia pulita e troppo vasta. Non riesce a immagazzinare l'ondata di agitazione che le scuote inconsapevolmente gli occhi, puntati sulla mano di Marshall. Stavolta non si scansa, ma i muscoli del collo, della mascella, si induriscono seguendo uno spasmo feroce dei muscoli. sente arrivarle addosso le parole, tutte, le mozzano il fiato facendole perdere un battito. C'è qualcosa di più caldo che gli si accende negli occhi. Ha il respiro gonfio che si solleva sull'ultima considerazione come un uragano. Istintivamente allunga una mano verso gli abiti del medico, all'altezza del collo, tenta di arraffargli con urgenza, perdendo il ritmo della marcia. » ascoltami coglione, finchè porterai questa divisa allora farò in modo che la tua faccia di merda non venga sfiorata da quei porci maiali dei corer, right?« la voce le esce animata e frammentaria, sbalzata dai respiri. » Non sono la tua famiglia, ma non puoi costringermi a pensarla come te.


17:51 Marshall [giungla]   « lo spasmo di muscoli che irrigidisce la mandibola altrui, sotto le dita, gli trasmette una scossa che sguscia sotto pelle come un brivido, torcendo una vampa di brutalità negli occhi. Se prima le premeva addosso il filo acuminato dello sguardo, adesso è il volto di Moloko a risucchiarlo fra i lineamenti induriti e i segnali lampanti della contrazione. Deglutisce, inerpicandosi fino ai suoi occhi con avidità indocile e affascinata. Viene strattonato per la canotta lisa da una mano che non ha nemmeno visto arrivare; il tessuto sibila e si strappa sotto le dita altrui, slabbrando lo scollo slargato ridosso le linee guizzanti del torace. Nell'alone mobile delle torce che fendono la notte tutto attorno, balena il riflesso metallico delle piastrine custodite nella conca dello sterno » You're no family. « rigurgita un soffio basso e irruvidito, scacciando attraverso le narici un fiotto di fiato caldo » But you are ... Sumthin'. « la concessione che gli sfila dalle labbra incontrollata, fra i battiti di cuore che rimbombano negli occhi da lupo. »


17:59 Moloko [giungla]   «  Marshall le ha scatenato una reazione a catena che trema sotto la pelle che lui stesso stringe, freme come una bestia in catene e quando riprende a parlare gli occhi sono fermi sul viso dell'altro come se fosse buco nero, magnetico. »Cortès è solo carne da macello, Lee è una merda di medico, Cortès vene rimpiazzata facilmente, Lee no.«  ragiona come se fossero una scacchiera »Tu ci servi dio solo sa quanto e il tuo unico compito... è ricucirmi e ributtarmi nel mattatoio ancora e ancora e ancora «  La mano scivolosa impatta contro lo sterno con debolezza, dal modo in cui tira la stoffa si direbbe che stia cercando un appiglio, spinge verso il basso come se avesse perso la forza e l'orientamento. » finché non mi dissanguano e non potrai più aggiustarmi. « Seppur riesca a sostenere lo sguardo dell'altro, nel suo inizia a comparire un getto di frustrazione bollente, che coincide con lo scintillio delle targhette. Per un attimo stringe lo sguardo verso il petto del medico, lasciando di scatto la presa, come se avesse bisogno di smaltire, fermarsi. » Sumthin' « Scimmiotta l'accento con una smorfia soddisfatta. »


18:04 Marshall [giungla]   « qualcosa tra "rimpiazzata" e "mattatoio" ne rivolta lo sguardo e i muscoli inaspettatamente, risucchia il freddo umido e le linee contorte della giungla in un lampo nero e fa scattare le nocche della mano libera di Marshall in cerca del viso altrui - tenta di schiantarcele d'impeto, in uno spasmo violento e impregnato di ferocia selvatica, strattonandole il mento serrato fra le dita per impedirle di sottrarsi in un guizzo di slealtà istintiva; astuta ma non ragionata. »


18:12 Moloko [giungla]  «  Probabilmente si aspettava qualcosa del genere, un'esplosione di qualche tipo. La penombra le getta contro il profilo un'espressione più cupa, sicuramente dolente, probabilmente è per via del rimorso che si annida nello stomaco assieme alla percussione del cazzotto di Marshall. Non riuscirebbe a schivarlo, ma qualcosa nella sua immobilità tradisce un desiderio, vile, di accusare una batosta fisica. Solleva appena il mento, con un fremito di inquietudine per la stretta che subisce. Questo fa si che la botta le si schianti all'angolo delle labbra, graffiando la bocca e riaprendo le ferite. le sente sanguinare d'immediato, in modo affatto preoccupato. Il viso guizza di lato, getta gli occhi a terra, da qualche parte, sputando un grumo rossastro » Torniamo a lavoro.


18:19 Marshall [giungla]   « nell'impatto di nocche e carne trova un sollievo crudo e viscerale, che ne alleggerisce istantaneamente il peso degli occhi. Ignora le ripercussioni accusate dai muscoli incordati della spalla, ritraendo le dita allentate, inerti, le cui nocche pulsano di fitte deboli e corroboranti. Allunga un sorriso ripido e solare - al punto da sfidare le nubi e il buio - sulle labbra, arricciando il superiore alla maniera delle bestie » ... Ntch. « l'assenso è più uno schiocco della lingua dietro ai denti; precede l'allentarsi della morsa sul mento altrui. Prima di ritrarre del tutto le dita, con le nocche ammaccate dallo scontro col suo viso le ripulisce dal sangue annacquato il taglio all'angolo delle labbra. È una sfregata di pelle indelicata, ma intrisa di premura assoluta. Le rimanda indietro la testa con uno strattone e arretra, voltandosi a cercare la cinghia del gatling abbandonata nel fango. »


18:27 Moloko [giungla]   «  Sente la bocca pulsare, come se la presenza asfissiante del compagno fosse ancora schianta sulla pelle. Non comprende del tutto la sensazione latente di insoddisfazione che le batte, come un tamburo, nel ventre e nelle ossa. Si passa la lingua sui denti mentre avverte il fastidio della pelle ruvida che si accanisce sulla ferita. Stringe il viso contraendo la fronte, gli sputa il fiotto di sangue e pioggia contro. Probabilmente lo colpirò di struscio, forse neanche. » s..-«  Ingoia a vuoto appigliandosi alla cinghia. »è la verità «  Vorrebbe dire altro ma non le riesce, cambia parola all'ultimo, virando bruscamente. » smettila di provocarmi «  Lo biascica nel buio, tirando su col naso. »


18:34 Marshall [giungla]   « risucchia il moto di sollecitudine in uno scossone indifferente delle spalle, assestando di traverso alla canotta strappata la bandoliera del Benson incastrato fra le scapole, scivolato scomodamente nel tumulto. Curvando la schiena, raspa la fanghiglia annerita dall'assenza di luce con le dita ruvide, ripescando la cinghia che impugna col palmo rivolto all'interno e il gomito flesso, senza passare dal sostegno della spalla » Hhnnà. « scrolla la testa, spazzando i ciuffi brunastri e impregnati d'acqua con la mano larga » ... It’s entertaining. « le rivolta addosso un'occhiata traversa, sghemba come il guizzo ripido delle labbra. Poi accenna col muso al fitto della vegetazione, facendole cenno di riprendere a trascinare. » (End.)


18:44 Moloko [giungla]  «  Il dorso della mano strofina con impellente bisogno, il mento, il taglio, tutti i punti sfiorati da Marshall, come se bastasse a scrollarsi di dosso l'impellente bisogno di sfracellarsi contro qualcosa. L'energia accumulata, le scariche represse, rendono la testa pesante.La limpidezza dello sguardo, ribaltato sul Medico, si trasforma in un focolaio infiammato da veleno. Biascia qualcosa di incompresibile, un dialetto spagnolo che viene sporcato da una mezza parola assolutamente comprensibile »..asshole«  si getta contro il freddo trainandosi dietro il gatling che le fa affondare gli stivali nel terreno, li sbatte un paio di volte. Scuote il capo, sbuffa, probabile che di li a poco cercherà invano -lanciando mille bestemmie - di accendersi una sigaretta. »/end

lunedì, settembre 29

And driving down the road I get a feeling that I should have been home yesterday ...

28 Settembre 2516,
Safeport (Baraccata Est).
Esterno notte.


Il garage brucia, il cortile allagato di sangue brucia.
In piedi sul tetto di una palazzina di cemento, Marshall guarda il covo dell’ennesima banda di Sunset Tower andare a fuoco.
Buon Exodus Day, brucia le cose che non vuoi portare con te nel nuovo anno.
Al fumo acre della sigaretta si mischiano l’odore della polvere da sparo e dei detriti fusi, del metallo squagliato dalla fame dei missili. Il flak jacket gli comprime fastidiosamente il torace, e quando slaccia le cinghie le strattona con l’urgenza brutale di una bestia chiusa in gabbia.
Si spoglia degli strati di kevlar, ma non riesce a scollarsi di dosso la sensazione di essere nel posto sbagliato.
Di rischiare la vita per il pianeta sbagliato.
Nemmeno se chiude gli occhi riesce a immaginare di essere immerso nel profumo fresco e pungente dei larici e dei faggi, dei pioppi balsamici arroccati sul dorso delle St Louis Mountains.

"… Che il marcio si è mangiato Sunset Tower fino alle fondamenta già decine di anni fa, che ci consumiamo e ci spacchiamo le ossa a spremere sangue dalle rocce per rimettere in sesto un pianeta che non è il mio e non è neanche il tuo, e invece che fare la guerra agli alleati la facciamo ai criminali in casa nostra …
Solo che quella non è casa nostra."

Scivola a sedere sui calcagni accanto al flak jacket, accanto al lanciagranate ancora tiepido. Strozza il filtro della sigaretta fra due dita spesse e se lo preme fra le labbra, ingoiando colate di catrame e insofferenza.

"Ti scoraggia sapere che stai lottando per un pianeta che non cambieremo mai o hai paura che sprecherai la tua vita e quelle dei tuoi figli su Safeport."

Cosa getteresti nel fuoco?

"Prova solo a prendere in considerazione l’idea che il fronte di questa guerra è immenso e forse stiamo perdendo tempo a combatterla nel posto sbagliato; forse per liberare un pianeta alla volta dovremmo partire dal pianeta su cui vogliamo vivere e far crescere quei ragazzini."

Sputa via il mozzicone e si tira in piedi, recuperando l’equipaggiamento per portarselo dietro quando ripiega verso le scale antincendio, lasciandosi alle spalle il cortile pieno di morti e di feriti che agonizzano dal lato sbagliato della rete.

"Se fra un paio d’anni le cose non saranno cambiate io tornerò su Bullfinch per fare quello che sto facendo adesso, vivere e lottare, nel posto in cui lo voglio fare.
… In cui avrei sempre voluto farlo."


Cosa getteresti nel fuoco?

Safeport.

venerdì, agosto 29

Love is a doing word.

29 Agosto 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Esterno notte.


Dodò non fiata da quando si sono lasciati l’Hydra alle spalle.
A labbra chiuse si chiede come sarà Bullfinch, e come saranno e il fratello e la sorella di White Daddy, se la porteranno veramente a fare il bagno nel lago e le lasceranno leggere i libri a voce alta per Hope Red, e se la cugina bionda che si chiama Justice sarà carina con lei o se dovrà darle un pugno in faccia o morderle un orecchio.
Cammina dritta come un soldatino, con i timori stretti dentro al petto magro e nei pugni chiusi lungo i fianchi, precedendo di due passi Marshall e il bambinetto biondo che, con una mano aggrappata ai suoi jens, un po’ tiene il passo e un po’ si lascia trascinare.
Fa un sacco di domande, Hope.

"Perché ci mandi via? Dobbiamo starci tanto tempo? Tu perché non vieni? Vai in prigione di nuovo? Ti porti anche mamma? Perché mamma ha fatto così quando le ho detto ciao?"

Marshall non abbassa lo sguardo, solcando le balaustre e i ponteggi dello spazioporto mentre distribuisce occhiate, come raffiche di mauler, allo sciame di uomini e donne armati che brulicano su e giù rendendo la torre un enorme termitaio.
L’hound di Moloko corre avanti, resta indietro, ma anche senza guinzaglio e senza disciplina non perde mai il passo, e bracca i bambini come un lupo a caccia di daini.

"Così come."

Hope si stringe nelle spalle senza rispondere, incespicando per stare dietro alle falcate brusche di suo padre con aria confusa, fiutando tensioni a cui non sa dare un nome.

"… E tu perché fai così?"

Marshall lo zittisce piazzandogli una manata in testa e se lo scrolla di dosso, inchiodando al cospetto dell’enorme ventre metallico di una nave che non è l’Almost Home: il Leprechaun, classe brigade, aspetta i suoi passeggeri a motori caldi.
L’uomo che si fa incontro a Lee per battergli una pacca sulla spalla e una testata sulla fronte è Paddy Jackson, un browncoat di Tauron che ha ancora qualche ciuffo di capelli fulvi dove l’esplosione di una granata su Spartaca non gli ha ustionato la cute.

"Non ci devi stare troppo dietro. – gli spiega il medico di Bullfinch che gli ha salvato un occhio e quasi tutto l’orecchio sinistro; – Basta che gli dai uno sguardo durante il viaggio e me li scarichi a Timisoara, mio fratello se li viene a prendere."

Né a Hope, né a Dodò la faccia bruciata di Paddy fa paura. Sono cresciuti in mezzo ai reduci, alle bande di Maracay, sotto il cielo ardente di Sunset Tower. Sono Marshall e Moloko a dire loro quali mostri sono mostri, e quali invece sono amici.
Dodò sta già sgambettando dietro a Mezza-faccia Jackson quando Marshall la richiama con un fischio, le dà una pacca sulla spalla che la fa traballare e un buffetto non tanto più tenero sulla guancia.

"Stai attenta a tuo fratello. – le dice, – … E stai attenta pure a te stessa, ricordati che nessuno c’ha il diritto di dirti quanto vali, perché sei figlia di tua madre e sei pure figlia mia."

Hope, quando il padre lo strattona per un braccio, si scuote e si ritrae con una smorfia riottosa.

"Non ci voglio andare a Bullfinch, pa’."

"Perché no?"

Hope non sa rispondere, solleva una mano per strofinarsi una guancia e scrolla la testa bionda con la rabbia scritta in faccia come un temporale.

"Hey, kiddo."

Marshall si piega sui calcagni e gli prende le spalle fra le mani enormi, tenendogli alto il muso con la pressione di un pollice.

"L’hai visto quel segno che ha tua madre in faccia, right? – piega la testa verso il basso, specchiando lo sguardo nelle pozze umide e confuse degli occhi del bambino; – … Il taglio gliel’ho ricucito io mentre il mondo ci cadeva a pezzi tutto intorno. Il suo viso e quello del mio pianeta hanno la stessa cicatrice, e sono bellissimi tutti e due."

Lo stesso pollice glielo sfila da sotto il mento per lisciargli l’attaccatura del naso, spianando il cipiglio contratto fra le sopracciglia chiare.

"Quando ci arrivi lo vedrai." – gli dice, spingendolo via.

Se ne rimane accosciato sul pontile a guardarli, una bambina nera e un bambino biondo che spariscono ingoiati dal metallo.

giovedì, luglio 24

You don’t judge the ones you love.

24 Luglio 2516,
Safeport (Almost Home).
Interno giorno.


L’odore di Moloko gli si è fuso nel cervello come un blocco di cemento pesante, le dita delle sue mani fervide hanno sciolto tutti i nodi dei capelli brunastri e mal tagliati, asciugati sul cuscino e contro la sua pelle.
Marshall riemerge dal sonno che è solo, impastato fra le lenzuola della branda e nel pantano di un colossale doposbronza. In testa gli ronza l’eco della voce di Cortes, un mantra di cui non riesce a ricostruire il senso fra i brandelli di coscienza pesante affiorata nei sogni allucinati della nottata.
Trascina un braccio davanti agli occhi, strofinando il muso ispido contro l’incavo del gomito prima di cucire lo sguardo sulle tacche nere allineate lungo l’interno dell’avambraccio. Tira su dal naso adunco e strizza le palpebre, sollevandosi sui gomiti per rovesciare un’occhiata sul torace nudo, aspro di muscoli e arrossato lungo le linee d’inchiostro scavate sotto il cuore da una mano ferma.

"Hope Red." – legge, ghignando confuso, con un gorgoglio di voce arrochita.

Gli fanno male gli occhi quando li rivolta contro la porta della cabina, intercettando con uno spasmo di muscoli intorpiditi la cascata di trecce nere e gli occhi da lince di Dodò, un lampo nero che gli invade il letto per sbattergli le labbra a schiocco sulle guance e sul naso, e una tazza di caffé nero ancora tiepido contro lo sterno coperto soltanto dalle piastrine militari.
La bambina si raggomitola sulla coperta, appoggiandogli di prepotenza il braccio su una spalla e sporgendo il muso bruno sul foglio firmato dalla maestra che gli sbatte sotto agli occhi. Legge la comunicazione al suo posto, con la pazienza e il piglio serio di un adulto, perché sa riconoscere al volo i postumi di una sbronza, e poi gli bisbiglia piano dentro un orecchio, con la bocca tratteggiata da un sorriso incerto.

"Domani è la giornata dei papà, e io il papà noncelotengo, puoi venirci tu? Non so a chi altro chiedere …"

Marshall affoga il residuo rancido che gli raschia la gola nel primo sorso di caffé, spingendo cinque dita spesse fra i capelli lisciati da Moloko per tutta la notte.

"Jeez … Còrtes non va bene?"

Dodò scuote le treccine con l’aria rassegnata di chi ci ha già provato.

"Nà, è la giornata dei papà. La mamma non vale."



25 Luglio 2516,
Safeport (Jackmark).
Esterno giorno.


La scuola elementare di Jackmark è un edificio fatiscente che cade a pezzi. Lo stanzone in cui si svolge la ‘giornata dei papà‘ è affacciato su un cortile di cemento sporco nel quale torme di ragazzini corrono e strillano inseguendo una lattina ammaccata.
Marshall fuma seduto sul davanzale della finestra aperta, sbirciando ora il cielo chimico di Safeport, ora le facce degli uomini sparpagliati nella stanza: lo fissano tutti, a sprazzi d’interesse alterni, perché è bianco e ha gli occhi azzurri ed è venuto ad accompagnare una bimbetta nera come il carbone delle miniere di Nedmore Town.
I padri si scambiano chiacchiere spente, sono quattro gatti. Nelle scuole di Sunset Tower sono pochi gli studenti che hanno un padre abbastanza sobrio ed abbastanza interessato da tirarsi in piedi una mattina all’anno per accompagnarli a scuola. Alcuni hanno infilati alla cintura revolver più grossi della testa dei loro figli.

"… White Daddy, lui è Jonas."

Dodò sgattaiola sotto la finestra bassa, dal lato del cortile; ha uno zigomo gonfio e un ginocchio sbucciato sotto i jeans tagliati a mezza coscia, strattona per un braccio un moccioso biondo e slavaticcio che avrà più o meno la sua stessa età e non spiccica mezza parola, scaricando in faccia a Marshall un’occhiata densa di soggezione e tirando su dal naso il filo di sangue grondato giù dalla narice sinistra.

"Jonas dice che non sei mio papà e che abbiamo barato. – la bambina parla in fretta e scrolla il braccio del compagno, che deglutisce e stropiccia una smorfia scontrosa. – Allora ci siamo picchiati per la su- pre- mazia."

Il sorriso bianco di Dodò scintilla sulla sua faccia scura come un ghigno da furetto allegro.
Jonas si libera con uno strattone della spalla.

"Il mio papà ti spara in testa, brutta negra, e questo qua non è tuo padre. – si fa spavaldo, addita l’uomo appollaiato sul davanzale con il mento magro. – Non vi prendete manco un po’."

Marshall rivolta la cicca fra le dita, valutando la scena dall’alto con uno spesso strato di fastidio annoiato a rendergli un’aria da cane rognoso. Sfoga la frustrazione nella torsione di muscoli agile, leggera, con cui le gambe scavalcano la finestra per sbattere la suola degli scarponi sull’asfalto rotto del cortile.
Torreggia sui due bambini che si spintonano, butta via il mozzicone ed allunga una mano enorme sopra la testa di Dodò per spingerla da parte, senza grazia, prima che possa tirare al bambino un altro pugno: Jonas forse l’avrebbe preferito, un altro pugno, perché la negra si scosta con una piroetta e si appende alla gamba dell’uomo che, fissando lui dall’alto, curva le spalle larghe e tira su dal naso adunco come per strappargli via di dosso la pelle assieme all’odore che la ricopre.

"C’hai ragione, kiddo. – l’accento cantilenante dell’uomo non è del posto; Jonas l’ha sentito strascicare in bocca, qualche volta, a qualche amico di suo padre. – Mia figlia è negra e io sono bianco, ma indovina un po’ …"

Il ghigno che torce gli angoli della bocca di Marshall Lee spinge giù per la spina dorsale di Jonas un brivido e la sensazione netta, schiacciante, che l’uomo lo prenderà a schiaffi se prova sul serio a indovinare prima che abbia finito di parlargli.

"… Tuo padre è uno stronzo, quindi vedi un po’ tu che devi fare per non assomigliargli troppo."

Sulla pelle di Jonas arriva solo una pacca ruvida, pesante come un ceffone, che scava sulla faccia di Dodò una smorfia di delusione vispa mentre l’uomo si raddrizza, si stiracchia, allunga una mano sola per permettere alla bambina di avvinghiarsi attorno al suo braccio.
La solleva di peso e se la carica in spalla.

"Andiamoci a scommettere qualche dollaro sui galli giù al Caravan …"

Le dice.

"… Mi sembra una stronzata questa giornata dei papà."