Visualizzazione post con etichetta array. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta array. Mostra tutti i post

lunedì, dicembre 15

We don’t need to be forgiven.

28 Maggio --,
Bullfinch (Acres Green).
Esterno giorno.


"… So watcha think, sweez?"

Hope Red Lee è biondo come la luce, ha le spalle larghe di suo padre e muscoli vivaci da adolescente. Con una mano aperta contro il muro bianco di calce del silo, il braccio teso è l’unica misura della distanza fra il suo viso abbronzato e quello, più scuro, della figlia del fattore incastrata fra il proprio corpo e la parete.

"Se mio padre sa che sono andata al lago con un ragazzo …" – il rossore le tinge le guance anche attraverso l’incarnato mulatto.

Billie Cotton gli piace perché è una brava ragazza dagli occhi ingenui, profondi e blu come il pelo dello Spring Lake.
Hope scrolla la testa, scostando la frangia pallida e disordinata per rivoltare sulle guance un sorriso da canaglia e due fossette dolci.

"C’mon, Bee, è un 'se' molto grosso."

Bracca la ragazza, un paio d’anni meno dei suoi sedici, come un animale che stringe la preda nell’angolo prima di saltarle al collo, ma con una limpidezza spensierata da debosciato a renderlo tutt’altro che minaccioso. Solleva la mano libera, e la bottiglia stretta fra le dita snelle, per ingoiare un sorso disinvolto di liquore prima di allungarla incontro alle labbra carnose e indecise di Billie.
Ignora il tumulto degli zoccoli sullo sterrato finché il fischio acuto della ragazza a cavallo lo colpisce come una scudisciata.

"Hope!, è un’ora sana che ti cerco."

Justice ha appena superato la ventina, è sottile come la lama di un coltello e cavalca all’amazzone con le gambe sepolte fra i fiori giganti e colorati di una gonna lunga fino agli stivali. Tra le scapole aguzze le dondola, come la coda di un serpente, una lunga treccia di sole. Gli occhi slavati e luminosi oscillano con indifferenza quieta fra il profilo di Hope, girato a sbirciarla di tre quarti, e lo stupore imbarazzato di Billie Cotton.
Non sorride, ma non sembra davvero spazientita.

"Hai finito di saccheggiare di straforo la riserva di rum di zia Cortès? – oscilla vagamente con la testa da una parte, come per decifrare l’etichetta della bottiglia sospesa a mezz'aria; – … Se ti scopre Chino ti rivolta la faccia, e siamo in ritardo."

In ritardo.
Hope sgrana gli occhi e s’irrigidisce con un fremito allertato di muscoli, premendo il palmo aperto contro il muro per darsi la spinta e strattonare indietro le spalle. Barcolla a ritroso un paio di passi, stropicciando addosso a Billie un’occhiata impenitente e una smorfia di scuse imbarazzata.

"Poi ne ... riparliamo."

La congeda senza fare caso al disorientamento un po’ irritato, reso maldestro dalla vergogna, con cui la ragazza batte in ritirata verso la veranda della casa coloniale.
Si torce su se stesso per fronteggiare la cugina dal basso.

"Punto primo, non siamo in ritardo. – sancisce, scollando l’indice dal collo della bottiglia; – … Tuo padre e zia Suze vengono da Chattanooga, it’s a fuckin’ long way to New Dallas."

"Infatti si sono mossi per arrivare ieri, scemo."

Justice si stringe nelle spalle, saldamente in bilico sulla sella di Mojave. Il buckskin scalpita a tratti, annoiato, battendo gli zoccoli sullo sterrato con qualche nitrito nervoso, ma senza mai cercare di disarcionarla.
Hope preme le sopracciglia all’attaccatura del naso, interdetto.

"Dodò?"

"Bloccata su un cargo in avaria fra Albany e Pound."

"Che cazzo ci sarebbe, poi, su Pound?"

Justice sbuffa un filo d’ilarità attraverso il naso, srotolando fra le labbra un sorrisino astuto.

"Guess it’s what she’s gonna find out."

Hope si incupisce vagamente, spostando l’ingombro della bottiglia mezza piena fra una mano e l’altra prima di spingere cinque dita in mezzo ai fili di fosforo che ha per capelli.

"Parti con lei quest’altr’anno?"

Dondola sui talloni, sbirciando sua cugina dal basso con aria corrucciata, sentendosi un groviglio d’impotenza annodato nello stomaco quando la vede scrollare le spalle minute con tre quarti di un sorriso indulgente arrampicati in faccia.

"Nessuno troverà mai Shangri-La se nessuno la cerca."

Red conosce la storia perché Justice gliene parla da quando è nato.
C’è una leggenda metropolitana che suo padre ha sentito da Lee Chernenko; sostiene che una settantina d’anni prima un’azienda di tecno-genetica iniziò il progetto di un parco a tema abitato da animali dell’immaginario collettivo portati alla vita dalle tecnologie di ricombinazione genica. La compagnia comprò e terraformò una luna, da qualche parte, e quando fallì le coordinate andarono disperse e nessuno andò a riprendersi gli animali. Secondo la leggenda dovrebbe trovarsi in qualche porzione di spazio tra il sistema Central e Dào. Tra il nono e il decimo quadrante.
Hope appende le labbra alla bottiglia e, stavolta, il sorso di rum che gli brucia l’esofago riesce anche a fargli girare la testa.

"Mommy’n’dad, fuck’s sake. – cerca la smorfia dubbiosa di Justice con occhi scintillanti d’ispirazione luminosa; – Think ’bout it, Jay-Lee, Moloko non è mai stata puntuale in tutta la sua vita, e Marshall non è entrato in chiesa nemmeno per sposarsi."

Allarga le braccia come un pugile vittorioso, spiando il guizzo di comprensione che prende forma lentamente sul viso tutto spigoli e dolcezza della figlia di Mitchell, che scuote la testa con un sospiro.

"Jeez, zia Nina gli spacca il naso un’altra volta se quello stronzo si perde il battesimo di suo figlio."

Justice contempla l’ipotesi con una risata leggera, curvando la schiena sottile per sporgersi verso il cugino con le braccia incrociate sul collo del cavallo.

"Allora? – il singhiozzo sfottente delle sopracciglia chiare corona la dolcezza accomodante del sorriso; – … Sali o no?"

Due teste bionde brillano sotto il sole alto, sopra il cuore verde di Bullfinch, mentre Mojave schizza al galoppo lungo la prateria.




Out here in the fields,
I fight for my meals,
I get my back into my living.
I don’t need to fight,
to prove I’m right,
I don't need to be forgiven.







27 Novembre 2515, Bullfinch (Prima linea).



16:54 Marshall [giungla]   « ... Stura fuori un grumo d'aria un po' asmatico, un po' ridereccio, risollevando il cranio con un sussulto brusco dei ciuffi fradici e affastellati » Vuoi imparare a tagliuzzare la gente o a ricucirla? « sbircia Moloko solo in tralice, favorito dall'occupazione che li vede affiancati, curvi in avanti come bestie da soma. L'inverno di Bullfinch non è mite; il fiato di Lee sfiotta tra le labbra in grumi di fumo biancastro, tanto è caldo il respiro custodito nel torace largo, tutto appiccicaticcio di pieghe della canotta sgualcita e grondante » Avevo capito, sweez. « scrolla il mento su e giù, spiegazzando un sorriso ripido ridosso alle guance magre, incastonate sotto zigomi aspri » ... Sennò ti avrei dato un pugno.


17:03 Moloko [giungla]  «  Continua a toccarsi il naso, la bocca e la fronte, con scatti infastiditi delle mani spiegazzate come fogli di carte, ricamate da cicatrici poco precise e molto frettolose. » dobbiamo prendere un cadavere, lo apriamo e mi spieghi che cazzo abbiamo nel corpo. Tipo polmoni, reni. « Spiega in modo maldestro e impacciato con gli occhi pulsanti, resi opachi da un sentimento fondo di disagio. »Per ora so solo che il cuore è come un tempio e dobbiamo proteggerlo col fucile e con i denti.« Non è una nozione medica, ma la getta fuori d'impeto strofinando il palmo della mano contro la cinghia che si frega fastidiosamente il collo. » you are my family « L'appunto è mormorato con malumore e una scossa burbera. Gli avesse dato un calcio nel culo, sarebbe stata sicuramente più delicata. » 


17:16 Marshall [giungla]   « fiotta un sibilo fra i denti stretti, quando il palmo largo della mano bendata perde la presa sulla cinghia e slitta in basso, riattizzando sul cuoio il bruciore dei tagli sparpagliati nella carne. Avviene in concomitanza con l'appunto delicatissimo di Moloko, che sbaraglia il resto delle sue considerazioni per coagulare sul volto sciupato e impervio di Lee, affilato come un profilo di roccia, una smorfia di crudo smarrimento. Inchioda barcollando nel fango, scaricando tra la melma lo slancio del passo smorzato per raddrizzare le spalle con una trazione brusca; gira il collo per sbatterle in faccia un'occhiata vorace e animalesca, intrisa di diffidenza limpida » Non ci sono spic nella mia famiglia. « l'obiezione cruda falcia ogni legame sul nascere, spezza le ossa allo spirito di corpo. Marshall allunga la mano fasciata per cercare la mandibola di Cortes con le dita spesse, indurite da calli mai visti sulle mani di un medico; c'è anche qualche taglio non rimarginato, spugnato dalla pioggia » ... Un tempio in cui non viene a pregare nessuno è come un tempio senza Dio, no? « la smorfia arricciata all’angolo della bocca tira su il neo incastonato nel profilo sinistro, traballando tra una sferzata di disorientamento sfastidiato e un sorriso arrogante. »


17:22 Moloko [giungla]  « Fiuta il buio che si fa largo tra le gambe, rende gli alberi poltiglie scure, lasciandola smarrita per una manciata di secondi. Inghiotte con violenza, due tre volte. La divisa non sembra pesarle addosso, la indossa con una spensieratezza indomita. Si raddrizza invano, il peso le schiaccia gli spasmi dei muscoli, si arrotola la stoffa della cinghia intorno alle nocche sbiancate. Bofonchia una risata sguaiata, protestando sull'onda dell'entusiasmo che si schianta con noncuranza sulla diffidenza altrui » non si sceglie la famiglia, mi fai schifo uguale. Le cose non cambiano.« Lo spiega con pazienza, come se l'altro fosse totalmente cieco. Il sudore non riesce ad asciugarsi, continua a rigarle la schiena sciolto nella pioggia. » adoro le macerie incontaminate «  argina la parola Dio, schivando la mano come se fosse un tizzone ardente. »


17:32 Marshall [giungla]   « mano a mano che il buio cala le torce si accendono, spazzando l'intrico nero della vegetazione con fasci di luce impietosa, che investe la pioggia rivelandone gli spilli fitti. Marshall serra solo il vuoto nello spasmo delle dita, braccando Moloko con uno strattone della testa e spingendole lo sguardo negli occhi attraverso l'ombra liquida, che quasi si ritrae attorno al chiarore torrido incastonato fra le palpebre del medico » Hhnrite. « la contrazione dell'angolo delle labbra potrebbe essere un sorriso come un guizzo di nervi tirati » ... Dio neanche esiste, dopotutto. « passa la lingua sulle labbra lucidate d'acqua, come ogni tratto di pelle non irruvidito dalla spazzola di barba incolta, contaminata di sprazzi biondastri. Appende le dita inerti a mezz'aria, poi torna ad allungarle in cerca del viso altrui; meno brutalmente, per quanto i suoi gesti siano l'antitesi della delicatezza » You're not my family. « la voce si piega lungo il corso scrosciante della pioggia, scivolando in un soffio basso; ha il tono di un'assicurazione schietta, ripulita dall’ostilità. Il lembo di labbra sollevato si arriccia fino a spingere lo zigomo in alto, schiacciando l'occhio corrispondente - come se Moloko fosse una creatura di luce che lo abbaglia senza riuscire a deviarne lo sguardo ostinato. »


17:43 Moloko [giungla]  « Deve combattere con degli ostacoli invisibili che la separano dal medico, cedendogli, tuttavia, una fiducia pulita e troppo vasta. Non riesce a immagazzinare l'ondata di agitazione che le scuote inconsapevolmente gli occhi, puntati sulla mano di Marshall. Stavolta non si scansa, ma i muscoli del collo, della mascella, si induriscono seguendo uno spasmo feroce dei muscoli. sente arrivarle addosso le parole, tutte, le mozzano il fiato facendole perdere un battito. C'è qualcosa di più caldo che gli si accende negli occhi. Ha il respiro gonfio che si solleva sull'ultima considerazione come un uragano. Istintivamente allunga una mano verso gli abiti del medico, all'altezza del collo, tenta di arraffargli con urgenza, perdendo il ritmo della marcia. » ascoltami coglione, finchè porterai questa divisa allora farò in modo che la tua faccia di merda non venga sfiorata da quei porci maiali dei corer, right?« la voce le esce animata e frammentaria, sbalzata dai respiri. » Non sono la tua famiglia, ma non puoi costringermi a pensarla come te.


17:51 Marshall [giungla]   « lo spasmo di muscoli che irrigidisce la mandibola altrui, sotto le dita, gli trasmette una scossa che sguscia sotto pelle come un brivido, torcendo una vampa di brutalità negli occhi. Se prima le premeva addosso il filo acuminato dello sguardo, adesso è il volto di Moloko a risucchiarlo fra i lineamenti induriti e i segnali lampanti della contrazione. Deglutisce, inerpicandosi fino ai suoi occhi con avidità indocile e affascinata. Viene strattonato per la canotta lisa da una mano che non ha nemmeno visto arrivare; il tessuto sibila e si strappa sotto le dita altrui, slabbrando lo scollo slargato ridosso le linee guizzanti del torace. Nell'alone mobile delle torce che fendono la notte tutto attorno, balena il riflesso metallico delle piastrine custodite nella conca dello sterno » You're no family. « rigurgita un soffio basso e irruvidito, scacciando attraverso le narici un fiotto di fiato caldo » But you are ... Sumthin'. « la concessione che gli sfila dalle labbra incontrollata, fra i battiti di cuore che rimbombano negli occhi da lupo. »


17:59 Moloko [giungla]   «  Marshall le ha scatenato una reazione a catena che trema sotto la pelle che lui stesso stringe, freme come una bestia in catene e quando riprende a parlare gli occhi sono fermi sul viso dell'altro come se fosse buco nero, magnetico. »Cortès è solo carne da macello, Lee è una merda di medico, Cortès vene rimpiazzata facilmente, Lee no.«  ragiona come se fossero una scacchiera »Tu ci servi dio solo sa quanto e il tuo unico compito... è ricucirmi e ributtarmi nel mattatoio ancora e ancora e ancora «  La mano scivolosa impatta contro lo sterno con debolezza, dal modo in cui tira la stoffa si direbbe che stia cercando un appiglio, spinge verso il basso come se avesse perso la forza e l'orientamento. » finché non mi dissanguano e non potrai più aggiustarmi. « Seppur riesca a sostenere lo sguardo dell'altro, nel suo inizia a comparire un getto di frustrazione bollente, che coincide con lo scintillio delle targhette. Per un attimo stringe lo sguardo verso il petto del medico, lasciando di scatto la presa, come se avesse bisogno di smaltire, fermarsi. » Sumthin' « Scimmiotta l'accento con una smorfia soddisfatta. »


18:04 Marshall [giungla]   « qualcosa tra "rimpiazzata" e "mattatoio" ne rivolta lo sguardo e i muscoli inaspettatamente, risucchia il freddo umido e le linee contorte della giungla in un lampo nero e fa scattare le nocche della mano libera di Marshall in cerca del viso altrui - tenta di schiantarcele d'impeto, in uno spasmo violento e impregnato di ferocia selvatica, strattonandole il mento serrato fra le dita per impedirle di sottrarsi in un guizzo di slealtà istintiva; astuta ma non ragionata. »


18:12 Moloko [giungla]  «  Probabilmente si aspettava qualcosa del genere, un'esplosione di qualche tipo. La penombra le getta contro il profilo un'espressione più cupa, sicuramente dolente, probabilmente è per via del rimorso che si annida nello stomaco assieme alla percussione del cazzotto di Marshall. Non riuscirebbe a schivarlo, ma qualcosa nella sua immobilità tradisce un desiderio, vile, di accusare una batosta fisica. Solleva appena il mento, con un fremito di inquietudine per la stretta che subisce. Questo fa si che la botta le si schianti all'angolo delle labbra, graffiando la bocca e riaprendo le ferite. le sente sanguinare d'immediato, in modo affatto preoccupato. Il viso guizza di lato, getta gli occhi a terra, da qualche parte, sputando un grumo rossastro » Torniamo a lavoro.


18:19 Marshall [giungla]   « nell'impatto di nocche e carne trova un sollievo crudo e viscerale, che ne alleggerisce istantaneamente il peso degli occhi. Ignora le ripercussioni accusate dai muscoli incordati della spalla, ritraendo le dita allentate, inerti, le cui nocche pulsano di fitte deboli e corroboranti. Allunga un sorriso ripido e solare - al punto da sfidare le nubi e il buio - sulle labbra, arricciando il superiore alla maniera delle bestie » ... Ntch. « l'assenso è più uno schiocco della lingua dietro ai denti; precede l'allentarsi della morsa sul mento altrui. Prima di ritrarre del tutto le dita, con le nocche ammaccate dallo scontro col suo viso le ripulisce dal sangue annacquato il taglio all'angolo delle labbra. È una sfregata di pelle indelicata, ma intrisa di premura assoluta. Le rimanda indietro la testa con uno strattone e arretra, voltandosi a cercare la cinghia del gatling abbandonata nel fango. »


18:27 Moloko [giungla]   «  Sente la bocca pulsare, come se la presenza asfissiante del compagno fosse ancora schianta sulla pelle. Non comprende del tutto la sensazione latente di insoddisfazione che le batte, come un tamburo, nel ventre e nelle ossa. Si passa la lingua sui denti mentre avverte il fastidio della pelle ruvida che si accanisce sulla ferita. Stringe il viso contraendo la fronte, gli sputa il fiotto di sangue e pioggia contro. Probabilmente lo colpirò di struscio, forse neanche. » s..-«  Ingoia a vuoto appigliandosi alla cinghia. »è la verità «  Vorrebbe dire altro ma non le riesce, cambia parola all'ultimo, virando bruscamente. » smettila di provocarmi «  Lo biascica nel buio, tirando su col naso. »


18:34 Marshall [giungla]   « risucchia il moto di sollecitudine in uno scossone indifferente delle spalle, assestando di traverso alla canotta strappata la bandoliera del Benson incastrato fra le scapole, scivolato scomodamente nel tumulto. Curvando la schiena, raspa la fanghiglia annerita dall'assenza di luce con le dita ruvide, ripescando la cinghia che impugna col palmo rivolto all'interno e il gomito flesso, senza passare dal sostegno della spalla » Hhnnà. « scrolla la testa, spazzando i ciuffi brunastri e impregnati d'acqua con la mano larga » ... It’s entertaining. « le rivolta addosso un'occhiata traversa, sghemba come il guizzo ripido delle labbra. Poi accenna col muso al fitto della vegetazione, facendole cenno di riprendere a trascinare. » (End.)


18:44 Moloko [giungla]  «  Il dorso della mano strofina con impellente bisogno, il mento, il taglio, tutti i punti sfiorati da Marshall, come se bastasse a scrollarsi di dosso l'impellente bisogno di sfracellarsi contro qualcosa. L'energia accumulata, le scariche represse, rendono la testa pesante.La limpidezza dello sguardo, ribaltato sul Medico, si trasforma in un focolaio infiammato da veleno. Biascia qualcosa di incompresibile, un dialetto spagnolo che viene sporcato da una mezza parola assolutamente comprensibile »..asshole«  si getta contro il freddo trainandosi dietro il gatling che le fa affondare gli stivali nel terreno, li sbatte un paio di volte. Scuote il capo, sbuffa, probabile che di li a poco cercherà invano -lanciando mille bestemmie - di accendersi una sigaretta. »/end

mercoledì, novembre 5

I can feel it coming in the air tonight.

4 Novembre 2516,
Greenfield (Buffalo County Prison).
Interno notte.


Ivan Volkov è un enorme toro nero che respira nel buio, sfiatando come un filo di vapore il fumo di una sigaretta accesa.
Semi sdraiato sul letto, coi gomiti affondati dentro il materasso sfondato, Marshall fissa l’oscurità profonda e omogenea che ha colonizzato il fondo della sua cella. La metà superiore della divisa da detenuto è un grumo di pieghe arancioni incastrato sotto l’ascella sinistra e il sudore colato lungo il solco dei muscoli asciutti, scavati in punta di coltello come il profilo roccioso delle St Louis Mountains, si raffredda fastidiosamente sulla pelle nuda.
Il suo respiro pesante e quello del Korolevian si mescolano nel silenzio che si dilata e si comprime come l’eco dei battiti di un cuore.

"So, you proud of me?"

La voce di Marshall è un fiotto di raucedine tracotante, i suoi occhi due calderoni d’acqua che ribolle sopra un fuoco di strafottenza.
Gli anfibi di Volkov scandiscono la vicinanza come una marcia militare mentre l’uomo nero, come una creatura d’incubo partorita dal buio, si lascia lambire dalla penombra e stringe le labbra sulla cicca, ravvivando il bagliore della brace riflessa nello specchio lucido dei suoi occhi.
Le cicatrici che gli deturpano il torace nudo e scuro, gonfio di muscoli come le cosce di un cavallo da tiro, Lee non è sicuro di ricordarle tutte, ma trova senza difficoltà la propria firma lungo il suo stomaco piatto.

"Dovrei? Ti sei fatto arrestare."

La voce bassa e profonda del Korolevian scuote la cella dalle fondamenta e annoda un groviglio di frustrazione nelle viscere di Marshall, che rivolta il labbro superiore contro ai denti e, come fa sempre quando vorrebbe piangere, sbatte in faccia all’uomo nero un ghigno ripido.

"E tu dov’è che te ne sei stato nascosto per tutto questo tempo?"

"… Nella tua testa."

"Vaffanculo."

Lee si tira a sedere con uno spasmo di muscoli violento come un temporale, che fa tremare il letto e gli affonda nella coscia destra una fitta acuta, bollente, come gli avessero ficcato un tizzone di brace dentro la carne.
Allunga le dita per tastare attraverso il tessuto le garze umide di sangue e la sutura che sigillano il buco lasciato dal proiettile.

"Sei un pezzo di merda, Volkov, te ne sei andato e ci hai mollato con il culo per terra … Che cazzo vuoi adesso."

Volkov fuma e non gli parla, lo guarda dall’alto per minuti interminabili, forse per ore.
Il tempo si dilata come una bolla, finché la voce del negro torna a colmare la cella col distacco ingannevole di una polla di lava che che gorgoglia nel sottosuolo.

"Sei tu che volevi vedermi."

Marshall cede in avanti con l’arco delle spalle spaziose, trascinandosi le mani in faccia per seppellire una risata cruda e desolata contro i palmi larghi e callosi.

"Vai fuori dai coglioni." – non ha bisogno di vedere Volkov per sapere che è ancora lì. Immobile, arrogante come la statua di un minatore nel centro di Krasnaja ploščad’.

"Vuoi levarti dal cazzo, Cristosantissimo? – la seconda esplosione di fiato schiocca come una fucilata, gonfiata dall’esasperazione che gli morde i muscoli e fa bruciare la traccia ancora fresca della pallottola infilata nella gamba. – … Lasciami dormire miseria puttana."

Non ha quasi il tempo d’iniettare le proprie fra i capelli umidi, che cinque dita nere e gelide come il metallo lo prendono per la gola, costringendolo a levare gli occhi sulla montagna di carne fremente, tirata e scura come il cuoio, che incombe su di lui per rovesciargli in faccia una leccata di fumo acre.

"Non sono io che non ti faccio dormire, Lee."

Il Korolevian preme un ginocchio sul letto e lascia andare il collo teso di Marshall, paralizzato nell’incomprensione. Gli schiocca la mano aperta sulla spalla nuda, sbirciando la brace della propria sigaretta con una smorfia vagamente comprensiva.
Gli dice:

"Se vi ho lasciato è perché non valevate niente."

Lee spreme alle narici un sospiro arreso, strofinando le nocche sbucciate sulle labbra.

"I cani che non sono buoni non si abbandonano, negro, gli si spara in testa. Perché se sopravvivono diventano peggio dei lupi."

Volkov chiude il mozzicone di sigaretta nella mano enorme. Ce lo fa sparire dentro come in un gioco di prestigio: inghiottito dal buio come la sua mole che arretra, si fonde nell’ombra, lasciandosi dietro una traccia di voce rovente.

"… Why don’t you stop blaming yourself, then?"

L’alba che filtra attraverso le sbarre trova le lenzuola sfatte sul pavimento e le pareti sporche di sangue dove Marshall ha preso a pugni le ombre per estrarne, come un proiettile, il ricordo doloroso dell’uomo nero.





 But I know the reason why you keep your silence up,
No you don't fool me.
The hurt doesn't show,
But the pain still grows,
It's no stranger to you and me …

giovedì, ottobre 16

I’m carrying my heart but it’s made of stone.

15 Ottobre 2516,
Safeport (Almost Home).
Interno notte. 


La cabina si stringe e si dilata, avvitandosi su se stessa come un incubo di lamiera, e le ossa palpitano di febbre mentre sulla pelle si arrampica un formicolio feroce che striscia sotto le pieghe dei vestiti zuppi di sudore, pesanti come se fossero cuciti nel piombo.
I boati del cuore rimbombano come un’eco lontana e le costole, rese ingannevolmente fragili dall’indolenzimento, ne amplificano la corsa angosciante contro il tempo immobile, che sembra non scorrere mai.


Spartaca, 2509.

Marshall ha venticinque anni, Joan Greene trentanove. È la creatura più rigorosa che Lee abbia mai conosciuto.
Tra un incubo colloso e un delirio ad occhi aperti la vede affiorare al proprio fianco per costringerlo a bere acqua fresca, asciugandogli il sudore dalla fronte e vegliandolo come un severo guardiano di pietra.

"È la terza, quarta volta?"

La sua voce roca e femminile si fa largo attraverso gli strati di paranoia che gli ovattano le orecchie, pungolandolo come la punta di un forcone e spingendo contro le guance ripide un ghigno esausto.

"… La quinta."

Cavarsi una risposta gli costa un brivido profondo, sgradevole quanto l’impressione che una lama di fiato gli stia intaccando le costole dall’interno.

"Sei un masochista disperato, Lee. – Joan conserva tutto il tatto di cui è capace per le delicate incursioni delle dita nella carne dei militari feriti; – … Devi spezzare questo circolo vizioso, ragazzo. Smettere di farti e poi ricominciare ogni due mesi non ti terrà fuori dalla tomba, ti ci farà sprofondare più in fretta."

Marshall ascolta senza sentire. La voce della dottoressa di Blackrock è ruvida e calda come il velluto, se la sente strisciare sulla carne sudata in un impulso tattile inspiegabilmente carico di significato. Non è la verità che gli viene imboccata, forse, a stringergli la bocca dello stomaco nel pugno invisibile di un conato di nausea.

"Dov’è tuo marito, doc?" – vorrebbe suonare sfottente, meno esasperato dal dolore, mentre sbroglia la stessa domanda con cui l’avrà pungolata un centinaio di volte.

Non si aspetta di ricevere una risposta.

"Non mi sono mai sposata."

"Uhh, really? … Then you shou’d like, kiss me, or s'mthin’."

Nessuno ha mai visto sorridere la dottoressa Greene, i segmenti retti e gli spigoli implacabili del suo viso lentigginoso nascondono la dolcezza come le spine dell’agave ne difendono la polpa profumata.
Gli scosta i capelli dalla fronte madida con una smorfia neutrale.

"… When you get clean, maybe."


Safeport, Almost Home.

Il cortex pad deve trillare parecchie volte prima che il suono riesca a bucare la patina d’insofferenza ed apnea acquatica in cui è immersa la testa di Marshall, che si torce confusamente sulla branda per vincere i crampi cocenti dei muscoli e rivoltarsi il display sotto gli occhi appannati.
Le lettere digitali si mischiano e si squagliano l’una nell’altra.

Il Core sotto attacco: è strage.

Mette a fuoco con fatica. Diversi satelliti Ikon hanno, simultaneamente, aperto il fuoco sui tre mondi del Core. I dettagli dell’articolo gli si attorcigliano nel cervello, arrampicandosi sotto la pelle come un prurito incontenibile.
Mai, nella sua storia, il Core ha subìto un attacco così devastante, proditorio, proprio nel cuore dei mondi che sono colonna portante dell’Alleanza.

Scoppia a ridere, costretto a vomitare l’ilarità insieme ai succhi gastrici nel secchio di ferro ai piedi del letto.




See I left my mother’s heart,
See I left my father’s home,
And I fell into a well of hope…
 

I’m carrying my heart but it’s made of stone;
I’m carrying my heart, but my heart is made of stone.

lunedì, settembre 29

And driving down the road I get a feeling that I should have been home yesterday ...

28 Settembre 2516,
Safeport (Baraccata Est).
Esterno notte.


Il garage brucia, il cortile allagato di sangue brucia.
In piedi sul tetto di una palazzina di cemento, Marshall guarda il covo dell’ennesima banda di Sunset Tower andare a fuoco.
Buon Exodus Day, brucia le cose che non vuoi portare con te nel nuovo anno.
Al fumo acre della sigaretta si mischiano l’odore della polvere da sparo e dei detriti fusi, del metallo squagliato dalla fame dei missili. Il flak jacket gli comprime fastidiosamente il torace, e quando slaccia le cinghie le strattona con l’urgenza brutale di una bestia chiusa in gabbia.
Si spoglia degli strati di kevlar, ma non riesce a scollarsi di dosso la sensazione di essere nel posto sbagliato.
Di rischiare la vita per il pianeta sbagliato.
Nemmeno se chiude gli occhi riesce a immaginare di essere immerso nel profumo fresco e pungente dei larici e dei faggi, dei pioppi balsamici arroccati sul dorso delle St Louis Mountains.

"… Che il marcio si è mangiato Sunset Tower fino alle fondamenta già decine di anni fa, che ci consumiamo e ci spacchiamo le ossa a spremere sangue dalle rocce per rimettere in sesto un pianeta che non è il mio e non è neanche il tuo, e invece che fare la guerra agli alleati la facciamo ai criminali in casa nostra …
Solo che quella non è casa nostra."

Scivola a sedere sui calcagni accanto al flak jacket, accanto al lanciagranate ancora tiepido. Strozza il filtro della sigaretta fra due dita spesse e se lo preme fra le labbra, ingoiando colate di catrame e insofferenza.

"Ti scoraggia sapere che stai lottando per un pianeta che non cambieremo mai o hai paura che sprecherai la tua vita e quelle dei tuoi figli su Safeport."

Cosa getteresti nel fuoco?

"Prova solo a prendere in considerazione l’idea che il fronte di questa guerra è immenso e forse stiamo perdendo tempo a combatterla nel posto sbagliato; forse per liberare un pianeta alla volta dovremmo partire dal pianeta su cui vogliamo vivere e far crescere quei ragazzini."

Sputa via il mozzicone e si tira in piedi, recuperando l’equipaggiamento per portarselo dietro quando ripiega verso le scale antincendio, lasciandosi alle spalle il cortile pieno di morti e di feriti che agonizzano dal lato sbagliato della rete.

"Se fra un paio d’anni le cose non saranno cambiate io tornerò su Bullfinch per fare quello che sto facendo adesso, vivere e lottare, nel posto in cui lo voglio fare.
… In cui avrei sempre voluto farlo."


Cosa getteresti nel fuoco?

Safeport.

venerdì, agosto 1

But what ends when the symbols shatter?

31 Luglio 2516,
Safeport (O’Malley).
Interno giorno.


Marshall non mette piede in chiesa dal matrimonio di Edwards e Haggerty. Non mette piede in chiesa spontaneamente da prima della guerra che lo ha istruito sui cento modi di ricucire un uomo e sull’inesistenza di Dio.
La cappella incastonata fra i vicoli sporchi del quartiere O’Malley non la frequenta più nessuno da quando uno dei muri è parzialmente crollato per una piena di fango. La terra sudicia e inquinata si è conquistata una metà della navata stretta, povera come il legno marcio delle panche e la croce arrugginita inchiodata sulla parete di fondo; gli scarponi da lavoro di Lee la calpestano e la rivoltano nell’avanzata cruda, incerta e insieme sfrigolante di energia impaziente, con cui si lascia risucchiare dalle viscere dell’edificio.
Manda giù un mattone di saliva sguinzagliando occhi troppo chiari, arrossati dalla carenza di sonno, fra i sedili e le ombre che la luce amaranto del cielo opaco di Safeport, filtrata dalla nebbia itterica che inumidisce le strade, gonfia e inasprisce scivolando di taglio attraverso il portone semichiuso. Un secondo bolo umido lo raccoglie tra lingua e palato per sputarlo sul pavimento, trascinando una mano contro la testa bruna e scarmigliata, prima di aggrapparle tutte e due alle braccia massicce della croce inchiodata al muro per appendercisi, rovesciando la fronte sul metallo.

"C'mon, Jeez, è la tua grande occasione."

Mormora, trascinando dentro le narici l’odore della ruggine e rivoltando il mento contro il ferro per sbirciarne l’estremità superiore, inseguendone la direttrice fino all’intonaco cadente del soffitto.
Strizza un occhio incontro alla polvere che gli piove in faccia.

"… Dimmi cosa devo fare."

Dentro le orecchie gli rimbomba solo il silenzio, e nella testa la voce di Elian si schianta a strati come la risacca. Non tratto tutti come fossero fratelli miei, Lee. Neanche i miei fratelli. Non tratto tutti come fossero fratelli miei. Solo te. Neanche i miei fratelli.
Solo te.

"Dimmi perché questa storia continua a perseguitarmi."

Marshall preme e raschia la fronte sulla ruggine, trascinando contro la pelle un alone rosso come il sangue secco. La frustata di muscoli che gli risale la schiena spinge dentro le spalle uno strattone violento, che fa sgretolare a terra grossi grumi di calcestruzzo, ma insufficiente a staccare la grande croce di ferro dal muro.

"Dì qualcosa, cazzo. Dimmi come sono finito qui, dimmi perché le bombe su Bullfinch, perché abbiamo perso la guerra … Dimmi che posso andare da quella stronza e spiegarle perché dovrei ficcarle un proiettile in testa, e pregarla di aiutarmi trovare un modo per non farlo, dimmi dove ho sbagliato per tornare di nuovo a questo punto come un cane rognoso che insegue la sua coda di merda, dimmi perché, vaffanculo!"

Molla le braccia della croce per schiantarci sopra il palmo delle mani con uno schiocco che gli manda a fuoco la carne ispessita dai calli. Barcolla, come se la violenza stessa dell’impatto lo avesse scaraventato indietro, espettora un paio di ansiti spezzati e torna a strattonare il metallo, con le tempie pulsanti e le dita insensibili al graffio della ruggine, finché i chiodi cedono e la croce gli resta fra le mani, pesante quanto suo figlio di quattro anni.

"I’m your sheep, asshole. Enlight my fuckin’ path."

Il clangore dell’ornamento di ferro sbattuto sul pavimento è acuto e gli vibra fin dentro le ossa, ma torce i muscoli e contrae la schiena larga per trascinare e scaraventare la croce sui banchi di preghiera allineati senza ordine. Il legno fradicio si sfonda, con un tonfo, liberando una nube di minuscole termiti d’argento.
Marshall si piega sulle ginocchia, spegne una risata nervosa contro il palmo delle mani impolverate dalla ruggine e ne respira l’odore avidamente, in silenzio, ricacciando indietro le lacrime e lo smarrimento. Deglutendo la disperazione per sollevare il mento e digrignare un sorriso sprezzante in faccia al soffitto annerito dalle infiltrazioni.

"Non mi puoi dire un cazzo perché non esisti. Non esisti, stronzo."

Si tira in piedi incespicando, bruciando falcate nervose nell’urgenza di riconquistarsi lo spazio aperto e il cielo inquinato di Sunset Tower, con un solo appiglio sicuro nel mare dell’incertezza.

Che il peso del ‘Verse sta tutto sulle spalle degli uomini.





But, what ends when the symbols shatter?
And, who knows what happens to hearts?

venerdì, giugno 13

Maybe everything that dies someday comes back.

12 Maggio 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


"Dagli adulti sentirai sempre dire che c’è un confine sottile fra l’odio e l’amore, ma non è vero per niente. Ascolta me. Il cuore è come un bastone della pioggia."

Justice siede davanti al largo tavolo da pranzo su cui è stato sistemato Hope, un anno, tre mesi, un sorriso sdentato da canaglia e la smania di mettere in bocca qualsiasi cosa placata, di certo solo temporaneamente, dall’attenzione vivida (ma assolutamente distante dalla comprensione) che preme addosso alla cugina. A schiena dritta e le spalle magre impettite, Justice tiene fra le dita un tronco di cactus essiccato, l’ultimo regalo di zia Nina dal mercato di Timisoara.

"… Vedi, se ami molto tutte le conchiglie scivolano da una parte, se odi molto invece se ne vanno tutte dall’altra. Per cui se sei innamorato non puoi odiare molto, e se odi troppo non lo so mica se ti puoi innamorare, right?"

Rivolta il bastone della pioggia in verticale, ascoltando a occhi chiusi lo scroscio cristallino di conchiglie levigate verso il fondo.

"Devi stare molto attento al verso in cui giri il tuo cuore, kiddo, perché l’odio è così pesante che a volte non si riesce più a rimetterlo dritto."

"Jeez, ma senti."

Justice sussulta e si volta mentre la sagoma aspra e affusolata di Marshall si affaccia dentro la cornice della porta inondata di sole.

"… Guarda che non funzioniamo mica tutti allo stesso modo, Jay-Lee."

La bambina spreca uno dei suoi rari sorrisi, alza le spalle.

"Ma tu sì, zio. No?"



14 Giugno 2516,
Horyzon (Dogtown).

Tutti quelli che hai odiato e che odi ti hanno tolto qualcuno che amavi, ed è per questo che adesso odi tanto Elian.

Ti ha portato via Elian.

giovedì, maggio 29

Everything flows.

29 Maggio 2516,
Safeport (Almost Home).
Interno notte.


Hope Red Lee non sa se sia notte o giorno quando si sveglia nel buio della cabina, in preda a un disorientamento fondo e improvviso che, alla sua età, fa in fretta a scivolare nella paura. Il pannello di lamiera graffiata sopra la branda di suo padre, che è ancora invischiata del suo odore e intorno a Hope si allarga come un campo d’atterraggio, gli si squaglia dentro gli occhi assediati dalle lacrime mentre aggrappa dieci dita minuscole alle pieghe del lenzuolo e scoppia in un pianto disperato. Passa una quantità di tempo incalcolabile, contratto e dilatato dalla mancanza di punti di riferimento, prima che il caschetto biondo e sfatto di sua madre si affacci sopra di lui. Moloko è piena del pessimo rum del Crook Saloon e ha negli occhi verdi un panico vivace che li rende lucenti come gemme. Si aggrappa al corpo minuto e morbido di suo figlio per sradicarlo dal materasso e stringerselo al petto, coprendogli i capelli biondi e sfilacciati di baci ardenti, alcolici, cullandolo seduta a gambe incrociate sul pavimento. A un bambino di un anno basta poco per piangere e altrettanto poco gli basta per calmarsi. Mentre nella bocca di Hope si asciugano gli ultimi lamenti dubbiosi, trascinati per inerzia senza memoria della vera causa di tanta mortificazione, Moloko preme le labbra contro il suo orecchio e gli semina con affanno un segreto nel cuore.

"La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla."


[…]
[Appeso sopra la branda della cabina c’è un foglio silenzioso, è Cortès entrata in punta di piedi senza prenderti a sprangate per cercarti l’anima di forza.]



Piangi anche tu a modo tuo, prendendo a pugni una nave che non puoi strapparti dal petto perché è la strada che hai scelto Mashall Lee, a ogni costo, contro tutti.

Non puoi indurirti nel silenzio, la roccia è fragile si spacca.

Col tempo viene massacrata e si frantuma come polvere.

Noi siamo come l'acqua. L'acqua si trascina via tutto e fa sempre un casino della Madonna, riesce a scavare nel ventre della terra anche quando pensi che sia solo un torrente da quattro soldi.

L'acqua non la puoi spezzare e non la puoi annientare perché cambierà sempre forma quando meno te lo aspetti.

Asciugati le lacrime di sangue che tieni incrostate sulle nocche e cammina a testa alta.

Tu non hai amici, non hai torti da scontare né buchi da ricucire.

Sei solo acqua, e quando capita di distruggere qualcosa, di abbracciare cadaveri che annegano, senza poterli salvare, non lo fai perché è giusto o sbagliato, lo fai perché è la tua cazzo di natura.

E' solo la tua cazzo di natura.

Nessuno ci sopravvive, siamo soldati dobbiamo camminare ancora e ancora. La notte non è mai eterna.



Moloko Cortès.



[Poco più sotto scritta in maniera meno incerta, in uno spazio angusto, una poesia scarabocchiata di traverso]


Avvizziscono i petali

che mi sono rimasti addosso

dall’ultimo turbine

di primavera.

Avvizziti e ormai avvezzi

al magone

dei mesi stanchi.

Scoppiano loro le vene

e cadono così dissanguati,

senza aver avuto la decenza

di ricucirsi

per arrivare ordinatissimi

ai tuoi palmi.

martedì, maggio 27

Roads.

28 Maggio 2516,
Polaris (Just Bad Luck).
Interno notte.


Marshall schianta le nocche contro la lamiera e ingoia la fitta penetrante che gli sboccia dentro la carne lacerata, compressa fra l’acciaio e l’osso. A ciascuna esplosione liberatoria dei muscoli corrisponde un lampo rosso di dolore acuto, ficcato a fondo nel cervello, e un fremito delle labbra tirate contro le guance ispide.

"Caralho, sei venuto in casa mia e neanche sei passato a salutare."

La voce di Cristobal la riconoscerebbe nel cuore affollato del Cruzero; gli frusta i nervi come lo schiocco di un nerbo di cuoio ed inchioda a metà strada la corsa del pugno destro incontro alla parete. Marshall ci sbatte il palmo aperto, invece, scaricando il peso delle spalle curve lungo il braccio teso e rovesciando la testa verso il pavimento.

"Bones, Cristosantissimo- …"

"Non scomodare i santi, Lee, non ne vale la pena."

La faccia tatuata del ‘Leaefer è un teschio sorridente. A torso nudo, dondola sui talloni degli anfibi neri che gl’ingoiano i polpacci e le pieghe lasche del pantalone mimetico. Appeso al collo ha un teschio d’uccello e, per qualche ragione, un fiore di papavero appoggiato dietro l’orecchio destro.

"Vedo che non hai perso l’abitudine di prendere a pugni i muri."

Sembra indifferente all’intensità ostile dello sguardo col quale Marshall, rivoltato con le scapole inchiodate al muro, lo passa da parte a parte. Gli angoli della bocca di Lee scivolano verso l’alto lentamente; la nascita del suo sorriso ripido è come quella di una catena montuosa.

"Tu quella di passarci attraverso."

Cristobal allarga le braccia e poi le lascia cadere, stringendosi nelle spalle asciutte. Sfrega i polpastrelli di una mano a mezz’aria e, come in un gioco di prestigio, fa comparire fra le dita una sigaretta accesa già fumata per metà.

"Sei tu che mi hai chiamato qui, pendejo."

Marshall scuote le spalle larghe contro il metallo, spingendo le dita indolenzite nella tasca dei jeans per cavarne fuori il pacchetto di Maracaros. Abbassa lo sguardo sulle tre cicche rimaste con una smorfia nauseata, piegando il mento per sfilarne fuori una direttamente con i denti.

"Massé? – ci biascica sopra, scettico quanto il singhiozzo labile delle sopracciglia brune, – Sentiamo, perché dovrei volerti fra i coglioni."

"Per avere qualcuno che ti dica che hai fatto la cosa giusta."

Lee manda giù un mattone di saliva e sfugge agli occhi verdi di Oxossi per frugare la cabina in cerca di un accendino. Trova una manciata di fiammiferi sfusi sparpagliati sul comodino e ne arraffa uno mentre, scostatosi dalla parete con una torsione energica dei fianchi, misura nervosamente i sei metri per sei del pavimento. Accende la sigaretta soffocando sul filtro una smorfia nervosa.

"Perché proprio tu."

Cristobal si lascia cadere sul bordo della branda, stropicciando un sorriso dolciastro.

"Perché io non posso dirtelo."

Marshall sente la nausea tornare a montargli dentro come una marea nera mentre cede al richiamo degli occhi di Cristobal, deglutendo fumo e saliva con un fremito teso dei muscoli dorsali. Si strappa la cicca di bocca con due dita e brucia la falcata che lo separa dall’allucinazione come volesse investirla, ma fermandosi al contatto fra le proprie gambe e le sue ginocchia piegate sull’orlo del letto. Allunga il palmo aperto contro la testa rasata di Oxossi e aggrappa cinque dita dietro la sua nuca, perdendo la presa quando scivola a sedere sui calcagni e rovescia il viso dentro le mani che il ‘Leafer gli porge per raccoglierlo, ingoiandosi l’odore quasi dimenticato della sua pelle e il languore umido che gli squaglia dentro il costato.

"El aire del invierno
hace tu azul pedazos,
y troncha tus florestas
el lamentar callado
de alguna fuente fría.
"

Prima che il mormorio liquido di Cristobal riesca a farlo piangere una scrollata involontaria delle spalle lo riscuote bruscamente. Ha una mano aperta contro la parete e lo sguardo fisso sulla traccia sanguigna che le proprie nocche hanno lasciato sul metallo.

"Shit."

Elian è da qualche parte sul Brigade, diverse paratie più in là, ma è la sua faccia che immagina mentre torna a sfondarsi le dita sull’acciaio. Il pannello è freddo sulla fronte madida quando ce la preme contro, appannandolo col flusso torrido del proprio respiro. Non la scolla neanche mentre cerca le sigarette e scarta fuori una Black Mamba (le Maracaros le ha finite già da un pezzo). Mastica la nicotina a occhi chiusi, in faccia alla parete, piegandosi a sedere sui talloni.

"Hai fatto la cosa giusta."

Raddrizza la nuca e solleva le palpebre per arroventarsi lo sguardo con la brace che consuma la cicca sintetica, schiacciata fra i polpastrelli callosi del medio e del pollice. Se la spegne lentamente al centro del palmo sinistro, ingoiando il bruciore con un’impennata svelta del mantra stretto fra le chiostre dei denti.

"Hai fatto la cosa giusta, hai fatto la cosa giusta hai fatto la cosa giusta haifattolacosagiusta hai, fatto la cosa, giusta hai- … Fuck."

Lascia cadere il mozzicone a terra con un ghigno aspro, tirandosi in piedi per rimediare un'altra sigaretta da incastrarsi in bocca.



 


 How can it feel, this wrong?
From this moment, how can it feel this wrong?
 

giovedì, marzo 6

"Hope."

6 Marzo 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Interno giorno.


Marshall la trova addossata spalle al muro, le natiche imbullonate al pavimento non così pulito dell’infermeria di Sunset Tower, lo sguardo perso, ma vivido di attenzione mal distribuita fra i degenti e le ombre sconclusionate che proiettano fra le pareti. Lui ha ancora i jeans imbrattati del sangue di Volkov che ci ha pulito sopra, tatuando sul tessuto la sbavatura rossa di dieci dita, il mozzicone di una sigaretta quasi spenta incastrato sotto ai denti; si piega a sedere sui calcagni, inchiodando le scapole larghe alla parete, e allunga le dita spesse per ghermire la piuma di falco che le pende fra i capelli. Ne strattona l’estremità, assaporandone la consistenza fra polpastrelli collosi, e Moloko scrolla il muso come un cane sfastidiato. Volta la testa bionda per sciupargli la faccia con occhi umidi di verde e animati da un fervore disorientato e febbricitante. La paura le mangia le viscere un morso alla volta per fare spazio al bambino che le ha gonfiato il ventre, ma nel sangue le si agitano sciami di eccitazione e incoscienza come anticorpi sbandati e in rivolta. Marshall s’ingoia le rughe da tossica che le tagliano la pelle, la brutta cicatrice sulla guancia, l’ombra livida delle occhiaie. Rinuncia a rubarle il trofeo annodato al caschetto sfatto, affidando ai fili di paglia stinta il ricordo di Mordecai Adler e curvando le spalle spaziose per sporgersi incontro alle sue labbra. Ci parla dentro, spingendole in gola un fiotto di fumo e voce per essere certo che l’eco raggiunga ogni angolo vuoto delle stanze rimaste sfitte nel suo cuore.

"Sometimes you feel so many things at once you wanna vomit."

Non ha mai imparato a dire niente di più utile che la verità.




[Sulla parete di fondo della cabina ha spremuto tubetti di tempera sintetica fino a rivestire la lamiera di sbavature pastose, di marroni secchi e bianchi umidi, e ombre nere da tagliarsi col coltello. Non è un panorama ridente quello che si travede di là dalle strisciate astratte di vernice, spalmate con mani e dita senza nessun talento ed alcuna cognizione d’arte; i colori cupi e sbiaditi si mischiano sfumando l’uno nell’altro sul metallo, come gli occhi di un sogno spalancato sulla foschia brumosa del primo mattino nelle foreste ai piedi delle St Louis Mountains, quando il sole filtra debole tra le fronde rigogliose degli alberi scuri e fitti come colonne erette a reggenza del cielo – prima che le bombe schiantassero sulla pelle di Bullfinch, dilaniandola e accatastando carcasse di legno marcio e crateri nel bosco.]


[…]


Ti ho lasciato i tubetti colorati così, puoi disegnarmi sulla pancia ora che è abbastanza grande. E' l'unico modo per spiegare a tuo figlio com'era Amarillo prima di conoscere l'odore di esplosivo, gli stivali dei blues e i fucili carichi della paura. E' l'unico modo per fargli sapere da dove vieni, da dove vengono le persone che un giorno... saranno le costole che lo terranno insieme quando la terra si spaccherà per centinaia di chilometri e ingoierà tutti i suoi compagni, le sue speranze e le illusioni. Le parole non sono mai abbastanza e tu non le sai usare, ma puoi disegnargli l'arena dove hai cavalcato un toro per la prima volta, la strada dove ti hanno spaccato la faccia per la prima cazzata che hai detto, la finestra che hai rotto a furia di lanciarci sassi e bestemmie, le montagne che hai scalato, il fiume dove ti sei buttato.

Puoi dirgli un sacco di cose con tutte e cinque le dita.

Moloko_

martedì, febbraio 4

We got to keep it burning on the road to Zion.

4 Febbraio 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


L’Almost Home torna da Boyd’s Moon come il carico fresco di una macelleria. La sickbay ha soltanto due brande, ma Schmidt è stato steso sul tavolo operatorio per tenerlo agganciato al polmone d’acciaio dopo il collasso del suo. Marshall ha impiegato l’attesa tirando sangue a tutti i membri sani dell’equipaggio; riempiendo sacche da affastellare ordinatamente in una cella frigorifera, come tranci di manzo di Bullfinch sul banco del mercato, e imbottendosi di nootropam per dormire molto in attesa delle lunghe ore spese ad intingere le dita nel sangue dei feriti. Assicura la sacca di sangue appesa sulla gruccia che irriga le vene di Schmidt con uno scrollone, poi trascina rumorosamente una sedia fino alla branda di Volkov: il Capitano è nero ed enorme com’è nera ed enorme la voragine slabbrata che ha preso il posto del suo stomaco. Scrostargli di dosso il flak jacket è stato un lavoro di fatica, come scuoiare un toro gigantesco. Marshall apre una mano e sistema il grumo di garze insanguinate che ricaccia indietro l’emorragia del korolevita, sollevandole per far sgusciare un’occhiata attraverso i lembi di pelle aperta: c’è qualcosa che lo fa sentire un voyeur e un pervertito nello sbirciare a questo modo le interiora dell’ufficiale; come se tutto quel che è custodito entro la guaina di pelle nera di Volkov fosse destinato a rimanere segreto, inviolabile nei secoli come certi misteri della fede.

"Shit, devi smetterla di girarti come un cane che si morde la coda."

Le ferite di Moloko si comporta come se nemmeno le vedesse – del resto, anche lei si comporta come se non le avesse.

"Fuck you, Marshall Lee, smettila di toccare il Capitano." – Cortès annaspa e si rigira, sudando, fra le lenzuola umide e i bendaggi che Edwards le ha stretto attorno alle gambe.

"Non lo sto toccando."

Marshall è troppo assorbito nella manovra con cui sostituisce l’impacco di garze fradicie per darle retta sul serio, come un paio di settimane fa era troppo assorbito dai dossi e dalle valli della sua carne compatta, dal nodo di muscoli in cui si arrampicavano l’uno dentro l’altra rotolando tra le salme dell’obitorio di Sunset Tower come due ragazzini, per raccontarle i segreti schiacciati fra i battiti del proprio cuore.

"Ascoltami bene, Marshall Lee, gli devi dare il mio sangue." – è costretto ad allungare una mano aperta contro il suo petto per sbatterla giù con violenza quando la ’Leafer schizza a sedere sulla branda.

"Fuck, Còrtes, non ora."

Moloko gli sorride con la bocca piena di rancore e di diffidenza, frustando il soffitto di lamiera con gli occhi verdi e il caschetto stinto spalmato sulle guance sudate in fili neri e biondi, come la criniera di certi cavalli pezzati.

"Devi prosciugare tutto il mio sangue per darlo al Capitano, e se non basta devi dargli anche il sangue di Edwards e quello di Schmidt."

"I can’t. – Marshall si scolla dal palato un grugnito distratto, voltandole le spalle per trovare la cannula da trasfusione. – … Adesso sta’ zitta."

"Why not."

Non vede i suoi occhi spalancati nel senso di claustrofobia che l’ha inghiottita, all’improvviso, con fauci d’impotenza; è troppo impegnato a disinfettarsi la lingua di pelle tirata fra il gomito sinistro e il polso. Morde distrattamente la lingua, schiacciata e ripiegata sotto i molari, mentre insinua lo spesso ago di plastica sotto la pelle nera di Volkov e dentro la lunga vena scossa da contrazioni deboli.

"Il vostro sangue è sbagliato."

La canotta sbrindellata gli risparmia il fastidio di tenere su la manica mentre si aiuta con i denti a serrare il laccio emostatico contro la carne aspra, indurita da fasci di muscoli irrequieti affilati contro la pelle. Deglutisce, con un mattone di saliva e fiato, il senso di fastidio che le vene strozzate gli spingono sotto pelle a ogni spasmo del cuore. Trovarsi con l’ago la più carica di sangue è un rituale connaturato, un gesto meccanico assimilato dal corpo a una maniera indelebile che rende ridicoli tutti gli anni spesi a dimenticare come si fa. Sforzati di scordare come si nuota. Sforzati di scordare come si cammina. Sforzati di scordare come si respira, stronzo.

"… Negro di merda."

Marshall Lee crolla sulla sedia, ci spalma la schiena larga con una smorfia indolente, allungando la suola dello scarpone contro il bordo di ferro della branda mentre un filo rosso si srotola dal proprio braccio a quello di Volkov. Il cigolio delle molle d’acciaio tormentate dal dormiveglia irrequieto di Cortès rimbomba dentro ai sibili regolari del polmone artificiale che tiene in vita il respiro di Schmidt, pallido e incosciente come una mummia di granito. Svuotandosi di sangue, il medico di Bullfinch rovescia la testa bruna per ribaltare lo sguardo incontro alla lamiera del soffitto. Ingoia un fiotto corposo di nausea da nootropam e respira dal naso sferzate d'aria violente, incarcerando i muscoli nell'attesa ed appendendo alle piastrine militari l'impazienza delle dita spesse.

Il suo lavoro da boia è di tenerli tutti impiccati per il collo al cappio della vita.

lunedì, gennaio 20

A man’s at odds to know his mind cause his mind is aught he has to know it with.

19 Gennaio 2516,
Armageddon (Safeport).
Interno notte.


Cristobal sembra venuto fuori dalla parete di metallo, sgusciato attraverso le lamiere d’acciaio come un fantasma. Sul torso nudo i tatuaggi s’intrecciano sagomando le ossa, risucchiati entro l’orlo del pantalone mimetico scorciato a metà dei polpacci infilati negli anfibi. Accosciato in cima al catwalk con le dita aggrappate alla ringhiera, una sigaretta in bocca e il teschio di un uccello appeso al collo, dondola la testa fra una spalla e l’altra mentre sbircia i pugni nudi di Marshall incastonare l’impronta delle nocche sulla pelle tirata del sacco di sabbia che pende a un angolo della stiva.

"Non sei un po’ stanco di ignorarmi?"

Il fumo azzurro che brucia sulla cima della cicca accesa scivola dolcemente verso il soffitto, colmando l’atmosfera di un odore stucchevole e familiare. Marshall deglutisce un mattone di saliva con la fitta incuneata, nello spazio fra le dita serrate, dall’impatto col costato solido del sacco da boxe.

"You're in jail." – lo schianto sordo dell’ennesimo pugno segna la lacerazione arresa della pelle, già raggrumata di vecchie cicatrici, che si apre sul dorso delle nocche strisciando il cuoio di sangue.

"Caralho, non penso proprio!"

Oxossi ride a palpebre sgranate, raddrizzando la nuca tatuata con un guizzo svelto di muscoli nervosi; gli stessi che lo riportano saldamente in equilibrio sulle gambe stese. Curva le spalle nude, aggrappando le dita di una mano al ciondolo macabro senza il quale Lee non lo ha mai visto, mentre addossa gli avambracci alla balaustra metallica e si sporge a sbirciare il compagno di stanza dall’alto in basso.

"A-ah. – lo rimprovera, bonariamente, succhiandosi l’anima della sigaretta a boccate avide; – … Ti avevo avvertito, credo, che non si scherza con gli spiriti. Vengono la notte a morderti le caviglie, ti trascinano nel bosco."

"Ain’t no woods ’round here."

"… ¡Ay!, la tua testa è tutta una giungla."

Marshall scuote le spalle tornite, irrigate di muscoli indolenziti. Tira pugni al sacco da ore, ma non si era reso conto di avere il fiato corto fino a questo momento. Spalma una mano larga sulla fronte, trascinando i capelli sudati contro il cranio; lo sguardo slavato si arrampica sul catwalk a margine, mentre la testa incontra la carne tesa e inanimata del sacco. Aggrappa le dita libere alle pieghe sformate della canotta larga, appiccicata di chiazze umide. Serra le palpebre, le risolleva. Cristobal è ancora lì, col sorriso largo appeso al filtro della sigaretta.

"Jeez, vattene."

"Ti fidi più di Cortès o dei tuoi sensi?" – lo scheletro smuove le spalle, oscillando sul sostegno della ringhiera di ferro.

Di qualsiasi marca sia la cicca che ha fra i denti, fa una quantità di fumo incredibile; la stiva è piena di nebbia, e l’odore che gli squaglia i nervi e il cervello Marshall impiega un tempo bizzarramente lungo a identificarlo.
Bloom.

"Fuck, smetti di fumare quella merda."

"Che, non ti piace?" – il sorriso di Cristobal è troppo largo. Mano a mano gli prende tutta la faccia da teschio, srotolandosi come una falce di luna grottesca.

"Piantala."

"… Non posso."

Lee scolla la fronte dal dorso insanguinato del sacco, schiantandoci la testa in coda a una frustata violenta della nuca. Trascina indietro una falcata barcollante, ristabilisce le distanze, inghiotte il formicolio denso d’inquietudine che gli ha invaso la gola. Strofina il dorso di una mano sotto il naso come se potesse rasparsi via le narici, sigillare lontano dai propri polmoni l’odore che gli riempie le fauci di saliva.

"Perché no."

Oxossi alza le spalle, piegando la testa da un lato per propinargli un sorriso arrendevole, dolciastro di compatimento.

"…
Perché me l’hai messa in bocca tu."



 […]

[Marshall riceverà diverse foto scattate dal pad di Moloko, poco nitide. Si susseguono senza ordine ne cognizione di causa, il medico potrebbe anche sospettare che quell'improvviso gesto folle sia legato a una totale mancanza di lucidità; all'atto pratico la 'leafer deve aver ingurgitato abbastanza alcool da innescare una serie di scatti a catena uno più storto dell'altro. La prima foto è presa dal basso verso l'alto, sembra l'interno di un saloon di safeport. L'inquadratura riprende la gonna di una donna senza mutande (sicuramente una prostituta). L'altra invece è presa dall'alto e si vede chiaramente la carnagione scura dell'ennesima femmina (senza volto); clavicole sporgenti e un paio di tette a balcone. L'ultima invece è stata scattata all'aperto, in uno dei tanti vicoli che affollano la baraccata; l'inquadratura è obliqua, un pò mossa, si intravede mezza faccia di Cortès con gli occhi chiusi e un sorriso ebete - un pò incerto e un pò delirante. Dietro di lei, un pezzo di muro su cui campeggia una scritta nera su una lamiera di acciaio bucato dai proiettili: ' you were always a good fuck ']

venerdì, gennaio 17

"Il corpo è fragile, la vita violenta."

16 Gennaio 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Esterno giorno.


L’agonia di Martin non dura più di una decina di minuti, accasciato nella miseria lurida della Blind Alley, mentre il fuoco rosso del tramonto crepita dietro il cielo tossico di Sunset Tower. Il polmone bucato si accartoccia nel costato, risucchiandogli il respiro, ma il passaggio del perforante che l’ha sbattuto in terra ha stordito il dolore e Martin sente solo il freddo. Un freddo cane. Dicono che quando muori la vita ti scorra tutta davanti, lui non riesce neanche a ricordarsi com’è finito a soffocare nel proprio sangue con il browncoat di Jamison ripiegato fra la nuca tremante e l’asfalto.



Marzo 2501,
Boros.

Il giorno del suo matrimonio Martin Greedy è in ritardo, e ancora sbronzo marcio dalla notte precedente. Il mal di testa gli batte dentro il cranio come una voce silenziosa, che strepita e chiede insistentemente per quale ragione si sia fatto incastrare a questo modo. La visione di Lily Ann ai piedi dell’altare, coi lunghi ricci neri raccolti sotto il velo e lo strascico bianco impigliato di rose, non è l’epifania che con un tuffo al cuore lo rimette in pace con l’idea di legarsi ad un guinzaglio per tutta la vita. Ma è bellissima, perfetta come la curva tonda e tesa del suo ventre che gli ricorda la santissima ragione per cui si lascerà infilare e infilerà al suo dito le fedi che gravano, pesantissime, nella tasca del soprabito.


Luglio 2511,
Boros.

La trincea di Serenity Valley non aveva l’odore nauseante che si respira nel camposanto di Rumoi, che le esplosioni hanno dissodato fino a riportare a galla le ossa dei morti stratificati nella terra. Accanto a un cratere melmoso, in cui galleggiano i resti di lapidi fustigate dalle intemperanze del clima sconvolto dalle bombe, una colonna di croci male allineate custodisce i corpi dilaniati dalle incursioni alleate. Martin ha un braccio cucito al petto da una benda spessa, passato da parte a parte da un proiettile che ne ha lisciato l’arteria di poco; è fradicio di pioggia sporca e non saprebbe dire, esattamente, se a rigargli il viso sfatto siano le lacrime o il maltempo. Due croci nel carnaio hanno inciso sommariamente, sul legno, il nome di sua moglie e quello della sua bambina, ma la voragine invisibile che il dolore ha aperto sotto i suoi piedi lo tiene inchiodato alla base della fila, impedendogli di cercarle.


Dicembre 2515,
Bullfinch.

La vendetta può avere un gusto amaro, una volta conquistata, ma il sapore di una rappresaglia trasformatasi in sconfitta è lo stesso della disperazione; non si fa digerire, ma è lui a consumarti dall’interno. Della breve guerra sul pianeta dei tori Martin riesce a ricordare soltanto la pioggia, il fango, la pioggia e il fragore delle bombe. I volti spenti dei soldati annientati, la consapevolezza di non avere che due scelte: abbandonare la lotta o abbandonare la speranza.


Gennaio 2516,
Safeport.

Marshall Lee l’ha ricucito e gli ha fissato il braccio trapassato contro il petto, una volta, perché potesse affrontare il viaggio fino a Boros e ingoiare la rovina della propria vita. Adesso si raspa le labbra con la lingua e infila una mano fra i capelli, guardando Martin dal basso in alto per scavalcare il divario d’altezza e spingergli negli occhi la chiarezza abbacinante del suo sguardo; per dirgli "Jeez, Mart’ … Ci puoi morire, con questa merda. Per quello che ne so potrebbe anche farti marcire dal di dentro". È un bravo ragazzo, Lee; si arrende con insofferenza docile quando gli spiega di essere già andato a male fino al midollo delle ossa. Gli mette in mano tutti i dollari che ha tenuto da parte e lo spedisce al mercato nero di Sunset Tower, perché gli trovi il modo di stravolgere le leggi di Dio.


17 Gennaio 2516,
Greenfield.

Seduto sul bordo di una branda, nell’infermeria dell’accampamento sotterraneo, Marshall si gira fra le dita il cortex pad e scorre con gli occhi per la quarta volta il dispaccio arrivato da Safeport. Mordendo il filtro di una sigaretta, si chiede come sarebbe andata se Martin avesse avuto già cucita dentro ai geni la bestemmia che desiderava; se, in qualche maniera, la mutazione che doveva allontanarlo dall’umanità sarebbe stata in grado di salvarlo. In tasca ha una fiala che brucia attraverso il tessuto, pesa come le fedi di Martin nel giorno del suo matrimonio. Pesa come l’inesistenza di Dio, come la concretezza della morte: non abbastanza perché un paio di pugni sferrati al muro non ne frantumino la densità, evaporandola in rabbia. 

La rivolta comincia a plasmare la carne prima di qualsiasi mutagene.



[Martin “Manolesta“ Greedy. 2479 - 2516]

sabato, dicembre 28

Raw meat.

26 Dicembre 2515,
Safeport (Sunset Tower).
Interno notte.


Con una sigaretta incastrata fra i denti, le mani unte di sangue vischioso e scuro, il sangue dei morti, scorre lo sguardo sugli organi allineati sopra il banco di metallo del lettino operatorio. L'aria della sickbay, immobile, è immersa in un silenzio irreale che rende assordante il crepitare della carta divorata dalla brace. Un cervello, un fegato; i resti di un cuore pugnalato; due polmoni, prelevati a due diverse casse toraciche. La lunghissima ghirlanda di un intestino avvolto su se stesso. Marshall ingoia l'accozzaglia di orrori macabri con avidità brutale, come ingoia il veleno custodito tra i fili di tabacco sintetico. Nessuno di questi grumi di carne gli parla, il nome dell'Ingoiatore è tatuato a sangue su ogni lingua decomposta, schiacciato sul palato dei morti ammassati nelle fosse comuni. Nessuno di quei morti glielo ha confessato, e delle chiacchiere dei vivi è riuscito solo a snervarsi. Trascina il fumo nei polmoni, e poi contro il soffitto dell'infermeria. Gli spiriti di Cristobal Oxossi si accalcano nelle lingue grigiastre, sfilano attraverso la luce come nugoli di serpi aggrovigliate e deformi. Se io, Volkov e Sun non siamo morti tra qualche giorno, allora non erano spiriti. Però se lo sono, abbiamo portato via le loro prede e sono incazzati neri. Marshall arriccia gli angoli della bocca in un sorriso crudo, di compiacimento feroce e irrequieto. Non erano spiriti, ma gli spiriti sono incazzati neri lo stesso. Se li sente sulla pelle anche senza crederci. Nei cuori e nei fegati sottratti c'è custodita la rabbia dei corpi depredati. Non può frenare il brivido che gli scorre tra le scapole, serrandogli le labbra sul filtro della sigaretta ed affondando una staffilata d'insofferenza tra le sue viscere ancora intatte, ancora calde. Pulisce le dita di una mano sulla canotta lisa e, scrostato il sangue, trova le macchie d'inchiostro. Per un momento ha l'impressione fugace che le spire di fumo attorcigliate verso il soffitto siano contorni d'ossa. Devi meritartela prima. Come ogni fottuta cosa. Come le risposte che non ha ancora trovato dentro ai cadaveri. Come la pelle dell'Ingoiatore con cui fare un sudario per gli organi allineati sul tavolo, per gli spiriti inquieti dei morti e dei vivi.

Bones è proprio un ragazzino.

domenica, dicembre 15

Breathe.

15 Dicembre 2515.





Sempre è commovente il tramonto,
per indigente o sgargiante che sia,
ma più commovente ancora
è quel brillio disperato e finale
che arrugginisce la pianura
quando il sole ultimo si è sprofondato.
Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,

quella allucinazione che impone allo spazio
l'unanime paura dell'ombra

 e che cessa di colpo
quando notiamo la sua falsità,

come cessano i sogni
quando sappiamo di sognare.


(Borges)