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lunedì, ottobre 13

I can’t drown my demons, they know how to swim.

12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Non dentro il braccio, pensa Marshall Lee.
La porta della sickbay è sigillata dall’interno, le brande vuote, il tavolo operatorio illuminato dall’alone bianco della lampada scialitica rivoltata contro l’acciaio del soffitto. Immersa in un silenzio irreale, l’infermeria è un sistema isolato: ogni rumore ingoiato dalla fame che gli vibra fra le tempie.
Non dentro il braccio.
Solleva l’orlo della canotta lisa, accartocciando le pieghe del tessuto fra le dita, e spinge quello dei jeans sbottonati verso il basso per snudare la linea di giunzione fra il bacino e la coscia destra. Tiene le dita ferme, respira, liscia la carne tesa col pollice per aiutarsi a trovare il tracciato azzurrino della vena.



27 Aprile 2505,
Bullfinch (Providence).
Esterno notte.


Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo, Dorian Beckett lo sa.
Il cielo nero di Providence gli vortica sopra la testa, stonato dal pieno di whiskey che si è versato in gola. Trascina le dita di una mano fra i riccioli fulvi, li stira e li rivolta nel tentativo di dipanare il filo aggrovigliato del proprio orientamento.
Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo.
Sua madre si schiantava contro le nocche di suo padre come la risacca sugli scogli. Ancora e ancora e ancora. Più lui si avvelenava di gelosia, più la batteva forte, più lei sgusciava fuori di casa durante la notte, dentro ai letti dei suoi amici, dei suoi nemici, di tutto il branco d’uomini che le avrebbero messo le mani addosso nonostante i lividi.
Il vecchio Beckett la picchiava e beveva, beveva e la picchiava. Beveva per avere il coraggio di picchiarla, per dimenticarsi l’amore sotto i calli delle mani ruvide con cui le rivoltava la faccia. Beveva per farsi consumare dall’alcol prima che dalla guerra furiosa fra l’odio mai sazio e il senso di colpa.
Se ci pensa adesso che è ubriaco (e fa in modo di non doverci mai pensare da sobrio) gli sembra che, dopotutto, suo padre non avesse scelta. Doveva ammazzare sua madre prima che fossero i suoi tradimenti ad ammazzare lui. Conquistarsi con ogni grammo di violenza l’agonia solitaria della cirrosi che l’avrebbe stroncato, in gloria, dieci anni dopo.
Appoggiato contro la porta chiusa dell’officina, Dorian vacilla sulle gambe e cerca per la quarta volta di accendersi la sigaretta con un fiammifero carbonizzato.
Per qualche ragione non si sorprende quando qualcuno, attraverso il buio, gli allunga sotto il naso la fiamma di un accendino.



24 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Interno giorno.


Persino i morti parlano, per chi è capace di ascoltarli, ma non hanno mai niente di allegro da dire.
Spogliare sua sorella gli ha spinto sotto la pelle una nausea tanto più simile alla disperazione che al disgusto, ma Marshall ha tirato avanti con l’urgenza brusca della necessità, accantonando un tentennamento dopo l’altro, ricacciando indietro con ostinazione la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in ogni gesto che compie come in una corsa verso l’irrimediabile.
Si ricorda di quando facevano il bagno nel torrente, nudi nel gelo frizzante di Marzo, intirizziti e leggeri come le rondini addensate contro il cielo in stormi geometrici.
Il corpo che scopre un palmo alla volta non assomiglia a niente che abiti la sua memoria. È freddo e rigido, gommoso e incolore.
Marshall sfiora le costole disallineate, spezzate dagli zoccoli di Hooligan come rami secchi e rimesse faticosamente insieme sotto i lembi di carne ricucita, lavata, bianca come una guaina di lattice.
Un’autopsia non è mai un lavoro piacevole.
Marshall deve fermarsi a vomitare due volte prima di lasciare la camera mortuaria: il primo conato lo travolge che non ha nemmeno cominciato a inseguire il tracciato dei lividi e dei morsi che, dall’ansa generosa dei fianchi, percorre l’addome di Sharon come un’infiorescenza violacea.
Il secondo arriva quando scopre fin dove si sono spinti i segni della violenza.



12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Il proiettile d’estasi liquida che gli affonda nel cervello dilata i raggi della lampada scialitica come lo zampillare di una fontana di luce. L’insofferenza si squaglia e i muscoli perdono la presa sulle ossa, diluendosi in una pace molle senza il bisogno di correre, di sfinirsi, di prendere a pugni le pareti per liberare la tensione spasmodica di carni plasmate nella rivolta.
Il piano rigido del lettino operatorio sembra ingoiarselo come fango caldo, quando si sdraia e lascia colare verso il pavimento le dita appesantite dall’hypospray, svuotandosi il cervello nel lampo abbacinante di piacere sintetico che lo trascina alla deriva, soffocando il martellare della coscienza.



29 Aprile 2505,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


Mitchell lo trova strafatto, seduto sulle assi di legno del salotto affettato dalle ombre lunghe dell’alba, che fissa il divano con l’aria vacua e assieme concentrata di chi stava cercando la forza di tirarsi in piedi quando ha perso il filo del discorso coi propri muscoli.

"’The hell have you been."

Abbandona il fucile al fondo delle scale e gli si accoscia davanti per ingoiarsene l’attenzione fragile, seduto sui talloni scalzi, coi jeans infilati di fretta e la tshirt sgualcita ancora impregnata di sonno. Nina dorme da qualche parte, al piano di sopra, stremata dalle lacrime. Marshall tira su dal naso rumorosamente, strizzando un occhio nella contrazione sfastidiata, incerta, dello zigomo affilato; come se la faccia di suo fratello mandasse barbagli di una luce insostenibile.

“Marsh. Hey.“

Mitchell digrigna i denti e gli molla uno schiaffo ruvido, che lo costringe a sbattere le ciglia e sgranare le palpebre per rimetterne a fuoco l’apprensione nervosa. Scolla una mano da terra e se ne strofina il dorso contro il muso ispido: nei suoi vestiti è intessuto un odore rancido di bile che strozza le budella di Mitchell e gli spinge su per la gola il contenuto nullo del proprio stomaco. Lo tiene giù a fatica, arpionando la mandibola lenta del fratello con cinque dita spesse. Marshall scrolla confusamente la testa, sfuggendo alla morsa dei polpastrelli callosi per accennare a rimettersi in piedi; i muscoli intorpiditi gli si tendono nella carne come corde, ma cedono rovinosamente nell’arco di un sussulto scomposto.
"I think I just did s'mthin’."
Mitchell scivola sulle ginocchia con un tonfo pesante di ossa e legno, allungando le mani per serrare le tempie del fratello nel palmo spazioso e raccogliere lo smarrimento dei suoi occhi vuoti, la consistenza sporca e umidiccia dei capelli bruni stravolti.
"Everythin’ he did to her … Every. Fucking. Thing."
Marshall si confessa lentamente, accalcando un mormorio sconnesso dietro l’altro.
"… I did it back to him."

– quello che sente infila sotto la pelle d’oca di Mitchell una disperazione fonda, inchiodandogli la nausea sotto lo sterno e, nelle nocche, il desiderio di colpire la smorfia disorientata di Marshall fino a spappolargliela.

"I told you to fucken’ leave it. I- …“
"… I know."
Mitchell lo rimette in piedi, infilandogli la testa sotto un braccio per trascinarlo verso il corridoio.
"Ti devi fare una doccia."


… Domare un essere umano è un’esperienza enorme.

domenica, settembre 21

Pitch-black.

20 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Esterno giorno.


'Maryanna.'

Il sole è alto, buca le nuvole spazzate da un vento rabbioso, che solleva la polvere dell’arena dove la luce e le ombre si rincorrono come gli zoccoli dei cavalli e del bestiame.
Maryanna scivola tra la folla, fra l’odore di sudore e di fieno, di escrementi e di tabacco masticato, per appendersi al braccio solido di Mitchell e tendersi in punta di piedi a baciarlo sul collo.

"She’s superready, big bro’."

Il maggiore dei Lee torce il muso ispido, offrendo alle dita sottili della nipote del pastore Bowen la zazzera corta e bionda che l’afa ha reso umida all’attaccatura: non è mai tranquillo, quando Sharon si lancia sul palcoscenico di polvere rossa in sella a un cavallo come Hooligan, e Maryanna gli sente sfrigolare la tensione nervosa sopra la pelle mentre si tira indietro, stropicciando un sorriso eccitato con una mano appesa alle pieghe della sua camicia, fra le scapole robuste, e l’altra aperta sul legno spesso della staccionata.
Hooligan è lo stallone più grosso che si sia mai visto nelle stalle del Red Hooves, un diavolo nero e instabile che schizza fuori come un lampo attraverso il varco aperto nel recinto dell’arena. Si torce e si ribalta, e Sharon gli resta inchiodata in groppa con la grazia tenace e disadorna di muscoli asciutti, tesi come corde, plasmati da una vita passata a sognare il rodeo.
Gli speroni brillano al sole, lo Stetson volteggia in aria liberando una cascata di capelli bruni come uno schiocco di frusta.
Maryanna si sente mancare il fiato quando l’arco della schiena di Sharon si ribalta improvvisamente, atterrando nella polvere con uno schianto. Grida forte, con tutto il fiato che ha in gola, quando il cavallo s’impenna e travolge il corpo disarcionato in un tumulto di zoccoli e terra rossa.
La forza per urlare ancora le si spegne in corpo, assieme al sostegno delle ginocchia, quando sente Mitchell strapparsi alla stretta convulsa delle sue dita per scavalcare la staccionata: le lascia in mano solo un lembo di camicia.


'Susan.'

Suzie trascina una mano fra i capelli scuri e stropiccia una smorfia nervosa.

"Dove cazzo sta? Sua sorella è già uscita …"

Butch le prende il polso fra le dita ruvide prima che possa spostare le proprie dalla nuca alla bocca, salvando le unghie corte dalla tortura dei suoi denti piccoli e allineati come perle.

"Adesso la troviamo." – le assicura, pacato, con quella fede pacifica e incrollabile nella riuscita di ogni cosa che lo rende, ai suoi occhi, luminoso come un secondo sole.

… Ma sente la morsa gentile inasprirsi bruscamente quando un singulto di fiato sospeso investe la folla tutto intorno, e il viso che Butch aveva voltato in cerca di Sharon s’indurisce nel calco rigido della paura.
Suzie gira la testa e vacilla, a bocca schiusa, annaspando per metabolizzare l’incubo di sagome scure che i suoi occhi travedono al di là della nube di polvere che si è levata fra gli zoccoli dello stallone.
Alla periferia dello sguardo vede un proiettile, che ha la forma di Marshall Lee, schizzare verso il cuore dell’arena, e le sue gambe si muovono di slancio per trascinarla nella stessa direzione.
Lo strattone che la presa di Butch le scarica in corpo, trattenendola, è doloroso come se le avesse spezzato il braccio.

"Non saresti d’aiuto."

Sono le unice parole che si scuce, domandola come un puledro riottoso per trascinarsela contro il petto largo, nella stretta delle braccia solide, e lei lo manda al diavolo.
Lo manda al diavolo e si lascia stringere, perché ha ragione lui e non c’è niente da fare.

 
'Mitchell.'

Mitchell deglutisce il cuore schizzato in gola ed inchioda nella polvere per raccogliere le briglie dello stallone impazzito: le strattona forte, ci si appende per vincere i muscoli titanici di Hooligan con tutto il proprio peso, spazzando l’arena con un’occhiata meccanica e nervosa. Trova il primo ranchero a cui mollare confusamente in mano l’animale, ma quando raggiunge il corpo rovesciato a terra avverte come l’improvvisa mancanza del collo d’acciaio del cavallo cui aggrapparsi.
Il viso di Sharon è impolverato e pallido, i suoi occhi chiusi, e c’è qualcosa di orribilmente sbagliato nella maniera in cui il torace le si è ammaccato sotto la camicia impastata di sangue.
Mitchell respira forte, paralizzato, fissando la schiena larga di Marshall che si tende e si curva sul corpo esanime di sua sorella; le sue mani affondate fra gli avanzi delle costole spezzate, i lineamenti aspri contratti nell’angoscia disperata di una corsa contro l’inevitabile.
I minuti passano in fretta, la barella sta arrivando.
Mitchell è come ipnotizzato dagli spasmi dei muscoli abbarbicati lungo le braccia che strappano e allargano la stoffa. Marshall che spinge le dita dentro il costato di Sharon, Marshall che trema e ruggisce un latrato di frustrazione.
La barella sta arrivando.
Deve trascinarsi una mano in faccia, a un certo punto, e tastare gli zigomi e la fronte per accertare che ci siano ancora, perché non si sente più la pelle e le ossa del viso. Ha la testa piena del battito bollente del cuore che scalpita fra le tempie, otturandogli le orecchie come un batuffolo d’ovatta.
Si riscuote bruscamente quando vede, finalmente, la barella con i due uomini che la portano, e si avvicina a Marshall per scuotergli le spalle e dirgli che è arrivata.
Marshall si tende come dovesse saltargli al collo, rivoltandosi come un cane rabbioso, ma solleva una mano insaguinata per cercare un polso al quale aggrapparsi e si tira in piedi.

"Ci sei? Mettiamola su."

Mitchell si muove verso Sharon, ma trova l’ostacolo delle dita viscide e calde appese al proprio braccio.

"Ce la mettono loro."

La voce di Marshall è spenta, proviene da un luogo buio e freddo che non può essere nel corpo di suo fratello.
Mitchell scrolla la testa, libera il polso con uno strattone.

"Che cazzo vuol dire che ce la mettono loro, sei tu il medico, sei tu- …" – la voce gli si contorce in gola come il guaito di un cane, e Mitchell cerca un appiglio sul viso di Marshall, pallido e lucente di sudore, cupo come se non ci fosse sole in cielo.

"… Non ti puoi fermare."

Mitchell lo scuote per le braccia, e mentre i due sconosciuti venuti con la barella sollevano Sharon per caricarcela ha come la sensazione di doverli fermare subito, l’impressione che se gliela lascia prendere adesso sua sorella sarà andata, persa per sempre.

"Non ti puoi fermare. – insiste; – Com’è che si fa quella cosa …"

Allunga le mani verso il petto di Sharon, ma Marshall lo afferra per una spalla e lo trascina indietro con una violenza che basta a schiaffeggiargli l’equilibrio.
La zuffa è esplosiva e disordinata, volano un paio di pugni prima che il minore dei Lee riesca a sradicarsi dalla gola un boato di collera disperata da sputare in faccia al più grande.

"She’s fuckin’ gone, Mitch."

La barella si allontana, Mitchell si appende al braccio teso di Marshall e la insegue con gli occhi che gli vanno a fuoco, annaspando senza più voce, aprendo una mano in cerca della faccia di suo fratello per trovargli le guance umide, rigate dallo stesso male di cui si sente traboccare le ciglia.


'Nina.'

Nina se l’è filata dietro i box a bere Gran Riserva e a fumare con un ranchero qualche anno più grande di lei.
Si chiama Billy Dean e non le piace granché, malgrado abbia gli occhi più blu di tutta New Dallas e muscoli da far girare la testa a qualsiasi ragazza del paese.
Nina lo trova poco affascinante, poco interessante, addirittura vagamente noioso. È convinta che sia per questo che lui le ronza intorno: non è abituato a non sentirsi all’altezza, e per un ragazzo così ci dev’essere qualcosa di nuovo e di diverso, addirittura di eccitante, nel sentirsi inadeguato per la prima volta.
Non hanno niente da dirsi e non si parlano, passandosi la sigaretta imbottita di Bloom con cadenza oziosa, lui appoggiato a una trave di legno e lei seduta sul bordo di una staccionata che un tempo serviva a tenerci i vitelli, ma adesso è da anni che rimane vuota. Immersi nell’odore di paglia e circondati dal nitrito delle bestie, le grida e il panico scivolati dentro e intorno all’arena hanno sfiorato a stento la dimensione ovattata in cui si guardano senza decidersi a bruciare la distanza elettrica fra occhi e bocche.

"… Nina."

La voce di Susan la fa sussultare forte prim’ancora che possa rendersi conto dell’umidità di pianto che gliel’ha resa rauca.
Billy Dean si gira, confuso, scostandosi di lato con aria un po’ colpevole, un po’ incerta, quando vede l’uomo biondo alle spalle della ragazza in lacrime e lo scambia, forse, per il padre di Nina.
Lei batte le palpebre, mette a fuoco l’acqua che riga la pelle di Suzie senza riuscire a distinguerne la faccia. Stropiccia una smorfia perplessa, in bilico fra la noia e la contrarietà (forse è la Bloom, ma nello stomaco le si annoda lentamente un groviglio d’ansia nervosa).
Si aspetta una sgridata, ma Suzie le caracolla addosso per investirla con un abbraccio tremante.
La sigaretta le brucia le dita e cade a terra.

"Mi dispiace, kiddo, mi dispiace tanto …" – Suzie le mormora piano sui capelli, contro la fronte, appiccicandole impronte d’acqua salata sulla pelle.

Nina ne cerca le braccia con dita ruvide, la spinge indietro per cercare un appiglio oltre la sua spalla, sul viso di Billy Dean: ne ricava solo un’occhiata stordita e un’impennata dell’agitazione che le ha stretto il respiro in un cappio d’inquietudine.

"… Suz?" – è tutto quello che riesce a dire, seppellendo l’incomprensione nella china interrogativa della voce.

Susan scorre cinque dita magre fra i capelli, altre cinque sotto l’occhio destro.
Butch Fogerty si conquista lentamente il suo fianco, schiudendo la bocca per cavarne un filo di fiato asciutto, inaridito dall’incertezza e troncato dal gesto risoluto con cui Suzie lo interrompe per sputare fuori un grumo di voce come un dente marcio.

"Sharon è caduta, Nì."

Nina schizza in piedi come se il legno della staccionata avesse cacciato le spine, a occhi spalancati dentro quelli rossi e bagnati di Susan che le raccontano il resto senza parole. Cerca una conferma sulla faccia di Butch, trovandoci un dolore saldo come la roccia.
Ha appena il tempo di realizzare che le stanno tremando i polsi, prima che un conato di vomito la costringa a piegarsi in due.
Le mani magre e gentili che le tirano via i capelli, mentre tossisce birra e succhi gastrici sul pavimento di paglia, sono le stesse che cerca disperatamente quando nel petto le si apre un pianto così forte da spaccarla in due.


'Dorian.'

L’officina è immersa nella penombra, le persiane asserragliate contro il sole e un solo spicchio di luce rovesciato di traverso sulle assi del pavimento.
Dorian siede sopra una cassetta degli attrezzi e rigira un cacciavite fra le dita robuste, un po’ tozze, tenendo le altre cinque appese al collo di una bottiglia di whiskey già agli sgoccioli.
Sa che Sharon dev’essere già montata in sella, a quest’ora. Se chiude gli occhi riesce quasi a vederla cavalcare nel centro dell’arena, sul dorso scalpitante e nero dello stallone, sotto gli occhi di tutti.
Sotto gli occhi di tutti.
Riesce a vederla cavalcare sull’addome piatto di Jamie Allen, fra le lenzuola fradice di sudore. Riesce a vederla contorcersi mentre lui la guarda e la bacia e la tocca e la guarda e la rivolta sul materasso per scoparsela ancora e ancora.
Nuda al centro dell’arena.
Nuda sotto gli occhi e nella fantasia di tutti gli uomini che sognano di scoparsela come Jamie Allen che, quando la guarda, è come se se la scopasse con gli occhi.
Si sente prudere le mani e la gola mentre la gelosia gli rivolta i muscoli.
… Per primo finisce a terra il cacciavite, poi la bottiglia. Poi la griglia di ferro appesa al muro, e una cascata di chiavi inglesi che tintinnano sui cocci di vetro. 
Dorian si sbuccia le nocche sul legno nella smania di abbattere un paio di scaffali, cercando a tentoni un martello da schiantare sulla carrozzeria della jeep a cui lavora da giorni, per ammaccare impronte di fiori nel cofano fino a farsi pulsare di dolore i muscoli e la testa.
Sfonda il parabrezza incrinato con un pugno, prima di colare a sedere fra la portiera e il pavimento.

Si trascina le mani insanguinate in faccia e scoppia a piangere come un bambino.



Ho chiuso la finestra
perché non voglio sentire il pianto,
ma al di là dei muri
non si sente che il pianto.

Ci sono pochi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini stanno sulla palma della mia mano.

Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime mordono il vento
e non si sente altro che il pianto.


lunedì, luglio 21

F.E.A.R.

--


"Sometimes it lasts all night. I lie here and I listen to the shovels and the picks against that wall there. And I pray the sun will come up at the curtains before they break through. No, I don’t pray - I hope. And sometimes, it happens. The sun beats them. 

But, mostly … The shovels beat the sun."

sabato, maggio 24

The blind spot.

27 Aprile 2505,
Bullfinch (Timisoara).
Interno notte.


L’angolo cieco è buio. È cieco perché non vuoi guardarci. È uno spicchio di te che ti sfugge e non puoi controllare. L’angolo in cui sei solo e indifeso in balia di te stesso. È l’angolo in cui non vuoi entrare.






lunedì, aprile 21

You can scratch all over but that won’t stop you itching.

21 Aprile 2516,
Polaris (Koroleva).
Interno notte.


Il Wyoming Archangel’sk lascia l’orbita in orario, spaccando la crosta invisibile del cielo di Koroleva con un fremito di lamiere improvvisamente libere da tonnellate di pressione atmosferica. Marshall ha salutato Elian allo spazioporto e si è fermato a comprare un paio di pacchetti di natsional’nyy prima di lasciare il pianeta. Se ne rigira una fra le dita robuste, seduto sul bordo della branda, nella cabina spoglia e immersa nel cigolio sommesso che le vibrazioni del motore nucleare iniettano fra le giunture metalliche dell’astronave. Si è potuto sfilare di dosso gli strati di lana infeltrita, ora che il gelo rigido di Stalingrad non gli frusta più le ossa, ma ha i polpastrelli spaccati dal freddo e nel naso un’umidità fastidiosa.

"Secondo me ti ha raccontato solo stronzate su quell’accendino."

La voce prende corpo nell’angolo della cabina dov’è imbullonato lo scrittoio. Sollevando il mento con uno scatto allertato, Marshall trova i quadri verdi e bianchi della camicia larga e sdrucita che veste le spalle spesse di un ragazzo sulla ventina, addossato di natiche al bordo del tavolino di metallo e impegnato a ricacciare indietro con le dita la torma ramata di riccioli accatastati sulla testa.

"… Non è una specie di costante, con le donne della tua vita?"

Dorian Beckett si appende le sopracciglia in fronte con un singhiozzo interrogativo, indolente e malinconico dei lineamenti dolciastri, ancora non del tutto lavati dagli strascichi dell’adolescenza. Seduto scompostamente, con un piede scalzo piantato a terra e l’altro sul bordo dell'unica sedia in dotazione alla cabina, riflette l’allerta limpida dello sguardo di Marshall nel verde degli occhi umidi e annacquati dall’alcolismo.

"Te lo ricordi quello scricciolo che ti ha venduto a Joe Black, no? … Zoe Morrigan. – il sorriso che gli scivola sotto i baffetti fulvi è intriso di un’ironia mesta, – Vuoi dirmi che non le spezzeresti qualche osso, se non fosse sparita dalla faccia del ’Verse?"

Marshall scrolla le spalle con uno spasmo nervoso dei muscoli, rivoltando il labbro superiore contro ai denti e sfiatando dal naso un grumo di sprezzo denso.

"Non ti risponderei neanche se esistessi davvero." – gli fa notare, svogliatamente, arricciando gli angoli della bocca in un sorriso ripido e addentando l’estremità morbida della Nazionale senza filtro.

"È proprio perché esisto solo nella tua testa che non ho bisogno di una risposta."

La logica quieta di Dorian gli gonfia la schiena larga d’insofferenza, annodando il groviglio di muscoli elettrici e iniettando un’urgenza stizzita nelle dita spesse che rivoltano la scatola dei fiammiferi, spezzandone un paio prima di riuscire ad accendere la sigaretta. Nemmeno il sollievo avvelenato del primo sorso di catrame riesce a spegnere il formicolio dilagato sotto la pelle come una laboriosa colonia d’insetti.

"… Chissà la madre di tuo figlio che cosa non ti racconta. Magari se la fa con quel negro enorme. Non ti sembra un po’ uno di quei tori del Red Hooves? Deve avercelo molto più grosso del tuo."

Beckett si tira in piedi senza fretta, stiracchiandosi, ed allunga una mano grande e callosa, sporca di olio motore, per raccogliere la matassa di corda appesa allo schienale della sedia. La sbroglia senza fretta, con metodo, piegando il mento ispido di peluria acerba incontro alle clavicole scoperte dal colletto spiegazzato. Marshall lo guarda annodare un’estremità della cima, chiedendosi confusamente da dove venga mentre recupera la cicca con due dita, raspando l’angolo interno degli occhi con quelle della mano libera.

"In quel caso sarebbero solamente cazzi loro."

"Hhnnon è così che hai perso Sue, Lee? Dandole troppa corda e spedendola dritta nelle braccia di un altro?"

"Sue si era trovata l’uomo migliore che potesse trovarsi, pace all’anima di quel povero diavolo."

Dorian annuisce, rovesciando gli occhi in alto per valutare la distanza della trave di legno che attraversa il soffitto della cabina, più simile all’architrave portante di una stalla o di un vecchio fienile, fusa nel metallo alla maniera irreale di certi sogni saldati insieme. Marshall scatta in piedi, coi muscoli vibranti come cavi tesi, quando lo vede oscillare la corda e poi lanciarla per farne passare l’estremità annodata oltre il sostegno solido della putrella. Deglutisce a fatica un bolo di fumo e saliva mentre Beckett finisce di preparare il cappio, soppesandolo dal basso con compiacimento assorto.

"… Così, in realtà l’unica donna che hai sempre cercato di tenere al guinzaglio è stata Sharon."

"Fuck you. – Marshall gli ringhia addosso, a bruciapelo, prima che abbia pronunciato l’ultima lettera del nome di sua sorella; – Dovresti sciacquarti quella bocca di merda prima di nominarla."

La tentazione d’ingoiarsi la distanza esigua fra il letto e l’angolo della cabina gli rivolta i fasci di carne sotto la pelle e i vestiti, ma le dita di Dorian abbandonano la ruvidezza della corda per arrampicarsi lungo la fila di bottoni della propria camicia. Li slaccia uno per uno, svelando il torace asciutto e l’intreccio generoso dei muscoli, inchiodando le spalle di Marshall al muro con l’alone violaceo e arrossato dei lividi freschi che gli mangiano la pelle a chiazze.

"Hai ragione. Mi dispiace."

Dorian stropiccia una smorfia triste, di rassegnazione malinconica, mentre lascia cadere a terra la camicia e contempla, indeciso, l’orlo dei jeans leggermente cascanti sui fianchi stretti. Se li tiene addosso, afferrando la spalliera della sedia per trascinarla sotto il cappio ed issarcisi con un guizzo svelto, quasi ansioso, delle gambe lunghe. Marshall fa leva sulle proprie appena prima che cedano, scollandosi dalla parete con uno spasmo dei gomiti per imboccare la porta automatica ed affacciarsi precipitosamente sul corridoio vuoto del Wyoming, proprio mentre il tonfo della corda tesa gli stura le orecchie dall’interno, spremendo al cuore una picchiata violenta ed annodandogli le viscere in un grumo pulsante di nausea. La sigaretta è rotolata in terra nella foga di sfilarsi alla prigione della cabina infestata, e nel tubetto del nootropam gli sono rimaste quattro pillole.

Le prende tutte.

venerdì, marzo 21

Sometimes love is not enough and the road gets tough, I don't know why.

21 Marzo 2516,
Safeport (Jackmark).
Esterno notte.


Patrick 'Night Stalker' O’Malley ha già perso qualche dente a causa della droga, le gengive gli si sono fatte molli ed insensibili negli anni spesi a coltivare con dedizione la dipendenza. Ma l’impatto che gli fa rimbalzare in bocca il molare sinistro lo sente penetrare nel cervello come lo schianto luminoso di un fulmine. La testa gli finisce contro lo spigolo sbreccato di un gradino, rovesciata indietro col suo strascico di capelli unti. Il sapore del sangue è lo stesso dei cucchiai leccati per pulire via i residui di switch. Da qualche parte sa, confusamente, che se non smette di sorridere gli arriverà un altro pugno, ma ha le labbra rotte atrofizzate lungo una china ebbra e disorientata. Non è sicuro se le nocche che gli si sono lacerate contro ai denti e ad ogni spigolo del viso gonfio appartengano a qualcuno a cui deve dei soldi, o soltanto a uno stronzo smanioso di strappargli via il ghigno dalla bocca e gli ultimi cinque grammi dalla tasca. Tossisce fuori il sangue che gli sta chiudendo la gola e pensa che se solo questo stronzetto lo avesse preso da sobrio adesso sarebbe lui a massacrargli le gengive. Ma a ripensarci non ricorda più bene l’ultima volta che è stato sobrio, o in pari coi debiti che gli riempiono le tasche. Si accorge indistintamente che i pugni hanno smesso di piovergli addosso, ma non ne è davvero sicuro, perché gli sembra che ogni tratto del corpo sia diventato insensibile e stia allo stesso tempo andando a fuoco. Si sente trascinare verso l’alto per il bavero scucito della camicia, la pressione di un paio di labbra sull’orecchio e la nerbata di fiato bollente che, colandoci dentro, lo fa rabbrividire.



21 Marzo 2505,
Bullfinch (Providence).
Interno notte.


Sharon si stringe nelle spalle e rabbrividisce per il freddo che le gocce d’acqua gelida le trascinano addosso, mordendo la carne intirizzita ed ammortizzando col freddo il pulsare sordo dei lividi. Dorian le gira attorno come un cane mortificato, tendendole il telo di stoffa con cui asciugarsi in punta di dita, col viso girato a sbrogliare occhiate nervose in pasto alle assi del pavimento. Il sudore gli ha incollato alla fronte i riccioli sfatti, l’alcol ha reso pesanti le lacrime che gli rigano le guance.

"I’m sorry … God, I'm so sorry."

Sharon strattona il telo e se lo getta addosso, sfregando la pelle nuda e increspata dal freddo. È talmente bagnata che le sue, di lacrime, si sono perse fra le perle d’acqua che le rigano la faccia.

"… Ti ho vista parlare con Jack Noon, stamattina, e quando sei entrata avevi il suo odore addosso e il segno dei suoi occhi dappertutto, co- … Così io- …"

"Fuck you, Dorian, quanto hai bevuto?"

La voce rotta e tremante di Sharon gli sguscia sotto la pelle, strappando alla carne un brivido incerto. Solleva il mento ispido per scorrerle addosso, dal basso, gli occhi verdi e annacquati, bordati di palpebre gonfie ed arrossate. Alza le spalle.

"Un paio di bicchieri."

Il minuscolo monolocale alle spalle dell’officina è impregnato di un odore di whiskey stantio che basterebbe a smentirlo se anche la ragazza intirizzita che ha di fronte fosse cieca, ma Sharon sa trovargli addosso i segni dell’alcol come ha imparato con suo padre e i suoi fratelli. Si stringe addosso il drappo di cotone pesante, già umido, e spinge contro la faccia di Dorian occhi così chiari da scottarlo come pezzi di ghiaccio.

"Jeez, Dorian, io ti amo, ma tu non puoi- …"

La voce di Sharon gli gela il sangue e serra le viscere in un pugno di dita invisibili, che quasi lo fanno vacillare per la nausea colata insieme al panico fra le tempie. Passa le mani sul viso per asciugare la pelle coi palmi callosi due, tre volte, frettolosamente, mentre sbroglia fiotti di voce nervosa da sovrapporre alla sua.

"Lo so, lo so. Mi dispiace, Shy, mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace."

Scivola a sedere sui talloni, poi con le ginocchia sul pavimento; le dita intrigate fra i capelli e il mento chino fra le clavicole, le ripete le sue scuse come un mantra. Ma sa che per ogni livido che le lascia addosso si sente meno in colpa, che ogni sorso di whiskey lo avvicina ogni giorno all’insensibilità. Vorrebbe avvertirla, ma lei scapperebbe fra le braccia di un altro e lui ne morirebbe – non prima di averla ammazzata. E se c’è una cosa che non vorrebbe mai fare a Sharon, quel qualcosa è ucciderla.

"… Mi dispiace."

Sharon tira su dal naso e tossisce, si copre la testa con il telo per strofinare i capelli, fradici della secchiata d’acqua che le è arrivata in faccia prima del primo pugno, e per scappare alla vista di Dorian. In testa le rimbombano la voce di suo fratello Marshall, l’eco degli sguardi apprensivi di Mitchell, dei suoi ‘Come va?‘ mai invadenti quanto l’affetto che riesce a iniettarle sotto pelle, come un veleno, solo aprendole una mano sulla spalla. Riapre bruscamente gli occhi per sfilarsi al nodo di angoscia che le ha stretto le viscere e sorride lentamente, aprendo i lembi della coperta per invitare Dorian a infilarcisi con lei.

"Vieni, andiamo a dormire dentro la Rita Lee."

La Firefly che Dorian sta rimettendo in sesto da mesi li aspetta di là dal muro, stretta fra le pareti dell’officina che Sharon sogna, un giorno non troppo lontano, di vederle crollare intorno nel boato dei post bruciatori accesi per il decollo. Quando partiranno per lasciarsi alle spalle Bullfinch, i suoi boschi desolati quanto la gente che li abita, la prepotenza delle leggi scritte sulla pelle dei campi con l’ignoranza sgraziata di un aratro. Quando lei potrà dimenticare di essere nata con qualcosa di meno degli uomini, e l’amore per se stessa riempirà il vuoto insostenibile di quello della famiglia lontana, e quando Dorian scorderà la sua ed il dolore che lo ha reso pazzo.
Quando il ’Verse li guarirà.



21 Marzo 2516,
Safeport (Jackmark).
Esterno notte.


Marshall si piega accanto alla testa di Patrick e gli molla un paio di schiaffi contro la guancia tumefatta, assicurandosi che sia sveglio abbastanza da ascoltare.

"Non farti più vedere intorno a tua figlia, daddy, o questa faccia da sfigato te la strappo e vediamo se piace almeno ai cani."

Gli lascia una pacca sulla spalla e si trascina in piedi, poi ci ripensa. Si china a frugargli le tasche e ci trova la bustina di switch. Se la fa saltare tra le dita, la rigira, la scuote a mezz’aria e poi se la infila nei jeans.

"Sorridi, stronzo." –  prima di voltarsi gli sputa in faccia un bolo di sprezzo vischioso.

Tutto intorno, Sunset Tower calpesta la primavera con indifferenza.