lunedì, settembre 29

And driving down the road I get a feeling that I should have been home yesterday ...

28 Settembre 2516,
Safeport (Baraccata Est).
Esterno notte.


Il garage brucia, il cortile allagato di sangue brucia.
In piedi sul tetto di una palazzina di cemento, Marshall guarda il covo dell’ennesima banda di Sunset Tower andare a fuoco.
Buon Exodus Day, brucia le cose che non vuoi portare con te nel nuovo anno.
Al fumo acre della sigaretta si mischiano l’odore della polvere da sparo e dei detriti fusi, del metallo squagliato dalla fame dei missili. Il flak jacket gli comprime fastidiosamente il torace, e quando slaccia le cinghie le strattona con l’urgenza brutale di una bestia chiusa in gabbia.
Si spoglia degli strati di kevlar, ma non riesce a scollarsi di dosso la sensazione di essere nel posto sbagliato.
Di rischiare la vita per il pianeta sbagliato.
Nemmeno se chiude gli occhi riesce a immaginare di essere immerso nel profumo fresco e pungente dei larici e dei faggi, dei pioppi balsamici arroccati sul dorso delle St Louis Mountains.

"… Che il marcio si è mangiato Sunset Tower fino alle fondamenta già decine di anni fa, che ci consumiamo e ci spacchiamo le ossa a spremere sangue dalle rocce per rimettere in sesto un pianeta che non è il mio e non è neanche il tuo, e invece che fare la guerra agli alleati la facciamo ai criminali in casa nostra …
Solo che quella non è casa nostra."

Scivola a sedere sui calcagni accanto al flak jacket, accanto al lanciagranate ancora tiepido. Strozza il filtro della sigaretta fra due dita spesse e se lo preme fra le labbra, ingoiando colate di catrame e insofferenza.

"Ti scoraggia sapere che stai lottando per un pianeta che non cambieremo mai o hai paura che sprecherai la tua vita e quelle dei tuoi figli su Safeport."

Cosa getteresti nel fuoco?

"Prova solo a prendere in considerazione l’idea che il fronte di questa guerra è immenso e forse stiamo perdendo tempo a combatterla nel posto sbagliato; forse per liberare un pianeta alla volta dovremmo partire dal pianeta su cui vogliamo vivere e far crescere quei ragazzini."

Sputa via il mozzicone e si tira in piedi, recuperando l’equipaggiamento per portarselo dietro quando ripiega verso le scale antincendio, lasciandosi alle spalle il cortile pieno di morti e di feriti che agonizzano dal lato sbagliato della rete.

"Se fra un paio d’anni le cose non saranno cambiate io tornerò su Bullfinch per fare quello che sto facendo adesso, vivere e lottare, nel posto in cui lo voglio fare.
… In cui avrei sempre voluto farlo."


Cosa getteresti nel fuoco?

Safeport.

domenica, settembre 28

Ghosts.

28 Settembre 2516,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno notte.


Il fuoco schiocca e scoppia dentro il cerchio di pietre, nello spiazzo di terra battuta circondato dagli alti alberi neri. Dalla porta a vetri della baita, l’unica chiusa, filtra uno spicchio di luce prosciugato dal legno della veranda.
Justice, Hope e Dodò si sono addormentati uno sull’altro, nello stesso letto, dopo aver spolpato il Brigade di frutta e cioccolato che Nina e Mitchell hanno speso mezza giornata ad assemblare: ci hanno dovuto mettere un paio di rape, per fare volume, e i bambini le hanno sputate ridendo.
In un silenzio di tomba che non è silenzio, popolato dagli scricchiolii del fuoco e dai lamenti profondi della foresta, Nina ravviva i ciocchi e posa l’attizzatoio sul terreno macchiato d’erba. Poi, seduta sui calcagni e avvolta nelle pieghe abbondanti di un maglione di Marshall, riconta senza aprirli i bigliettini di carta fermati sotto a un sasso, perché il vento non se li porti via.
Mitchell ha le natiche posate sul ciocco basso che usano per tagliare la legna. Ha spostato l’accetta in terra, appoggiandosela di fianco, e strofina le mani callose con la schiena arcuata e le braccia premute sul sostegno delle cosce.
Nina gli spinge un’occhiata in faccia.

"Non bruci niente."

È la tradizione dell'Exodus Day, bruciare le cose che ci si vuole lasciare alle spalle, e nessuno ha mai visto Mitchell buttare qualcosa nel fuoco.
Il maggiore dei fratelli Lee apre le mani con un sorriso dolciastro, impregnato di ironia pacifica; di una leggerezza esausta.

"Se pensassi che questa cosa funziona dovrei dare fuoco alle fondamenta." – considera, chinandosi a recuperare per il collo la bottiglia di whiskey abbandonata fra i piedi.

Nina preme le sopracciglia bionde all’attaccatura del naso, accartocciando fra i lineamenti una smorfia d’incomprensione ostinata.

"Questa casa è come maledetta. – Mitchell torce il collo, scorrendo gli occhi chiari e malinconici lungo la facciata di legno della baita. – … Pensaci, io ho sposato Maryanna subito prima della guerra, ma non ho mai avuto il tempo di andarmene con lei a vivere da qualche altra parte."

Scolla l’indice dal vetro per additare sommariamente la sorella minore.

"Tu dovevi sposare Bobby, e guarda com’è finita. – si versa in gola un sorso di liquore; – … Anche Sharon è morta che voleva mollare questo posto."

Attraverso il bagliore delle fiamme, Nina vede il suo sorriso accartocciarsi come i lembi di un foglio di carta consumato dal fuoco; gli zigomi scintillanti d’acqua come se il fumo gli fosse finito negli occhi.

"Siamo inchiodati qui come fantasmi …"

La sua voce bassa non si incrina mai, ma è quando la bottiglia rotola in terra che Nina si tira in piedi con calma e raccoglie i biglietti per rovesciarli nel fuoco con una mano, senza cerimonie, prima di aggirare il falò per allungarsi a raccogliere la testa di Mitchell, sollevandola incontro alla propria quando si china ad appoggiarci la fronte.

"Non importa se non le scrivi su un foglio e poi le bruci, certe cose devi lasciarle andare. – ne cerca gli occhi uguali ai propri, ignorando il peso delle mani robuste che le stringono i polsi; – … Non una volta all’anno, ma tutti i santi giorni della tua vita."

Gli scorre un pollice ruvido sotto le ciglia umide.

"C'mon, gli uomini veri piangono solo quando sono bambini e quando sono vecchi … E tu bambino non mi sembri proprio."

Mitchell scrolla il muso ispido, spingendola da parte con una risata stupefatta.

"Christ, i Lee … – si asciuga la faccia col dorso di una mano; – Che razza di stronzi fottuti."

domenica, settembre 21

Pitch-black.

20 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Esterno giorno.


'Maryanna.'

Il sole è alto, buca le nuvole spazzate da un vento rabbioso, che solleva la polvere dell’arena dove la luce e le ombre si rincorrono come gli zoccoli dei cavalli e del bestiame.
Maryanna scivola tra la folla, fra l’odore di sudore e di fieno, di escrementi e di tabacco masticato, per appendersi al braccio solido di Mitchell e tendersi in punta di piedi a baciarlo sul collo.

"She’s superready, big bro’."

Il maggiore dei Lee torce il muso ispido, offrendo alle dita sottili della nipote del pastore Bowen la zazzera corta e bionda che l’afa ha reso umida all’attaccatura: non è mai tranquillo, quando Sharon si lancia sul palcoscenico di polvere rossa in sella a un cavallo come Hooligan, e Maryanna gli sente sfrigolare la tensione nervosa sopra la pelle mentre si tira indietro, stropicciando un sorriso eccitato con una mano appesa alle pieghe della sua camicia, fra le scapole robuste, e l’altra aperta sul legno spesso della staccionata.
Hooligan è lo stallone più grosso che si sia mai visto nelle stalle del Red Hooves, un diavolo nero e instabile che schizza fuori come un lampo attraverso il varco aperto nel recinto dell’arena. Si torce e si ribalta, e Sharon gli resta inchiodata in groppa con la grazia tenace e disadorna di muscoli asciutti, tesi come corde, plasmati da una vita passata a sognare il rodeo.
Gli speroni brillano al sole, lo Stetson volteggia in aria liberando una cascata di capelli bruni come uno schiocco di frusta.
Maryanna si sente mancare il fiato quando l’arco della schiena di Sharon si ribalta improvvisamente, atterrando nella polvere con uno schianto. Grida forte, con tutto il fiato che ha in gola, quando il cavallo s’impenna e travolge il corpo disarcionato in un tumulto di zoccoli e terra rossa.
La forza per urlare ancora le si spegne in corpo, assieme al sostegno delle ginocchia, quando sente Mitchell strapparsi alla stretta convulsa delle sue dita per scavalcare la staccionata: le lascia in mano solo un lembo di camicia.


'Susan.'

Suzie trascina una mano fra i capelli scuri e stropiccia una smorfia nervosa.

"Dove cazzo sta? Sua sorella è già uscita …"

Butch le prende il polso fra le dita ruvide prima che possa spostare le proprie dalla nuca alla bocca, salvando le unghie corte dalla tortura dei suoi denti piccoli e allineati come perle.

"Adesso la troviamo." – le assicura, pacato, con quella fede pacifica e incrollabile nella riuscita di ogni cosa che lo rende, ai suoi occhi, luminoso come un secondo sole.

… Ma sente la morsa gentile inasprirsi bruscamente quando un singulto di fiato sospeso investe la folla tutto intorno, e il viso che Butch aveva voltato in cerca di Sharon s’indurisce nel calco rigido della paura.
Suzie gira la testa e vacilla, a bocca schiusa, annaspando per metabolizzare l’incubo di sagome scure che i suoi occhi travedono al di là della nube di polvere che si è levata fra gli zoccoli dello stallone.
Alla periferia dello sguardo vede un proiettile, che ha la forma di Marshall Lee, schizzare verso il cuore dell’arena, e le sue gambe si muovono di slancio per trascinarla nella stessa direzione.
Lo strattone che la presa di Butch le scarica in corpo, trattenendola, è doloroso come se le avesse spezzato il braccio.

"Non saresti d’aiuto."

Sono le unice parole che si scuce, domandola come un puledro riottoso per trascinarsela contro il petto largo, nella stretta delle braccia solide, e lei lo manda al diavolo.
Lo manda al diavolo e si lascia stringere, perché ha ragione lui e non c’è niente da fare.

 
'Mitchell.'

Mitchell deglutisce il cuore schizzato in gola ed inchioda nella polvere per raccogliere le briglie dello stallone impazzito: le strattona forte, ci si appende per vincere i muscoli titanici di Hooligan con tutto il proprio peso, spazzando l’arena con un’occhiata meccanica e nervosa. Trova il primo ranchero a cui mollare confusamente in mano l’animale, ma quando raggiunge il corpo rovesciato a terra avverte come l’improvvisa mancanza del collo d’acciaio del cavallo cui aggrapparsi.
Il viso di Sharon è impolverato e pallido, i suoi occhi chiusi, e c’è qualcosa di orribilmente sbagliato nella maniera in cui il torace le si è ammaccato sotto la camicia impastata di sangue.
Mitchell respira forte, paralizzato, fissando la schiena larga di Marshall che si tende e si curva sul corpo esanime di sua sorella; le sue mani affondate fra gli avanzi delle costole spezzate, i lineamenti aspri contratti nell’angoscia disperata di una corsa contro l’inevitabile.
I minuti passano in fretta, la barella sta arrivando.
Mitchell è come ipnotizzato dagli spasmi dei muscoli abbarbicati lungo le braccia che strappano e allargano la stoffa. Marshall che spinge le dita dentro il costato di Sharon, Marshall che trema e ruggisce un latrato di frustrazione.
La barella sta arrivando.
Deve trascinarsi una mano in faccia, a un certo punto, e tastare gli zigomi e la fronte per accertare che ci siano ancora, perché non si sente più la pelle e le ossa del viso. Ha la testa piena del battito bollente del cuore che scalpita fra le tempie, otturandogli le orecchie come un batuffolo d’ovatta.
Si riscuote bruscamente quando vede, finalmente, la barella con i due uomini che la portano, e si avvicina a Marshall per scuotergli le spalle e dirgli che è arrivata.
Marshall si tende come dovesse saltargli al collo, rivoltandosi come un cane rabbioso, ma solleva una mano insaguinata per cercare un polso al quale aggrapparsi e si tira in piedi.

"Ci sei? Mettiamola su."

Mitchell si muove verso Sharon, ma trova l’ostacolo delle dita viscide e calde appese al proprio braccio.

"Ce la mettono loro."

La voce di Marshall è spenta, proviene da un luogo buio e freddo che non può essere nel corpo di suo fratello.
Mitchell scrolla la testa, libera il polso con uno strattone.

"Che cazzo vuol dire che ce la mettono loro, sei tu il medico, sei tu- …" – la voce gli si contorce in gola come il guaito di un cane, e Mitchell cerca un appiglio sul viso di Marshall, pallido e lucente di sudore, cupo come se non ci fosse sole in cielo.

"… Non ti puoi fermare."

Mitchell lo scuote per le braccia, e mentre i due sconosciuti venuti con la barella sollevano Sharon per caricarcela ha come la sensazione di doverli fermare subito, l’impressione che se gliela lascia prendere adesso sua sorella sarà andata, persa per sempre.

"Non ti puoi fermare. – insiste; – Com’è che si fa quella cosa …"

Allunga le mani verso il petto di Sharon, ma Marshall lo afferra per una spalla e lo trascina indietro con una violenza che basta a schiaffeggiargli l’equilibrio.
La zuffa è esplosiva e disordinata, volano un paio di pugni prima che il minore dei Lee riesca a sradicarsi dalla gola un boato di collera disperata da sputare in faccia al più grande.

"She’s fuckin’ gone, Mitch."

La barella si allontana, Mitchell si appende al braccio teso di Marshall e la insegue con gli occhi che gli vanno a fuoco, annaspando senza più voce, aprendo una mano in cerca della faccia di suo fratello per trovargli le guance umide, rigate dallo stesso male di cui si sente traboccare le ciglia.


'Nina.'

Nina se l’è filata dietro i box a bere Gran Riserva e a fumare con un ranchero qualche anno più grande di lei.
Si chiama Billy Dean e non le piace granché, malgrado abbia gli occhi più blu di tutta New Dallas e muscoli da far girare la testa a qualsiasi ragazza del paese.
Nina lo trova poco affascinante, poco interessante, addirittura vagamente noioso. È convinta che sia per questo che lui le ronza intorno: non è abituato a non sentirsi all’altezza, e per un ragazzo così ci dev’essere qualcosa di nuovo e di diverso, addirittura di eccitante, nel sentirsi inadeguato per la prima volta.
Non hanno niente da dirsi e non si parlano, passandosi la sigaretta imbottita di Bloom con cadenza oziosa, lui appoggiato a una trave di legno e lei seduta sul bordo di una staccionata che un tempo serviva a tenerci i vitelli, ma adesso è da anni che rimane vuota. Immersi nell’odore di paglia e circondati dal nitrito delle bestie, le grida e il panico scivolati dentro e intorno all’arena hanno sfiorato a stento la dimensione ovattata in cui si guardano senza decidersi a bruciare la distanza elettrica fra occhi e bocche.

"… Nina."

La voce di Susan la fa sussultare forte prim’ancora che possa rendersi conto dell’umidità di pianto che gliel’ha resa rauca.
Billy Dean si gira, confuso, scostandosi di lato con aria un po’ colpevole, un po’ incerta, quando vede l’uomo biondo alle spalle della ragazza in lacrime e lo scambia, forse, per il padre di Nina.
Lei batte le palpebre, mette a fuoco l’acqua che riga la pelle di Suzie senza riuscire a distinguerne la faccia. Stropiccia una smorfia perplessa, in bilico fra la noia e la contrarietà (forse è la Bloom, ma nello stomaco le si annoda lentamente un groviglio d’ansia nervosa).
Si aspetta una sgridata, ma Suzie le caracolla addosso per investirla con un abbraccio tremante.
La sigaretta le brucia le dita e cade a terra.

"Mi dispiace, kiddo, mi dispiace tanto …" – Suzie le mormora piano sui capelli, contro la fronte, appiccicandole impronte d’acqua salata sulla pelle.

Nina ne cerca le braccia con dita ruvide, la spinge indietro per cercare un appiglio oltre la sua spalla, sul viso di Billy Dean: ne ricava solo un’occhiata stordita e un’impennata dell’agitazione che le ha stretto il respiro in un cappio d’inquietudine.

"… Suz?" – è tutto quello che riesce a dire, seppellendo l’incomprensione nella china interrogativa della voce.

Susan scorre cinque dita magre fra i capelli, altre cinque sotto l’occhio destro.
Butch Fogerty si conquista lentamente il suo fianco, schiudendo la bocca per cavarne un filo di fiato asciutto, inaridito dall’incertezza e troncato dal gesto risoluto con cui Suzie lo interrompe per sputare fuori un grumo di voce come un dente marcio.

"Sharon è caduta, Nì."

Nina schizza in piedi come se il legno della staccionata avesse cacciato le spine, a occhi spalancati dentro quelli rossi e bagnati di Susan che le raccontano il resto senza parole. Cerca una conferma sulla faccia di Butch, trovandoci un dolore saldo come la roccia.
Ha appena il tempo di realizzare che le stanno tremando i polsi, prima che un conato di vomito la costringa a piegarsi in due.
Le mani magre e gentili che le tirano via i capelli, mentre tossisce birra e succhi gastrici sul pavimento di paglia, sono le stesse che cerca disperatamente quando nel petto le si apre un pianto così forte da spaccarla in due.


'Dorian.'

L’officina è immersa nella penombra, le persiane asserragliate contro il sole e un solo spicchio di luce rovesciato di traverso sulle assi del pavimento.
Dorian siede sopra una cassetta degli attrezzi e rigira un cacciavite fra le dita robuste, un po’ tozze, tenendo le altre cinque appese al collo di una bottiglia di whiskey già agli sgoccioli.
Sa che Sharon dev’essere già montata in sella, a quest’ora. Se chiude gli occhi riesce quasi a vederla cavalcare nel centro dell’arena, sul dorso scalpitante e nero dello stallone, sotto gli occhi di tutti.
Sotto gli occhi di tutti.
Riesce a vederla cavalcare sull’addome piatto di Jamie Allen, fra le lenzuola fradice di sudore. Riesce a vederla contorcersi mentre lui la guarda e la bacia e la tocca e la guarda e la rivolta sul materasso per scoparsela ancora e ancora.
Nuda al centro dell’arena.
Nuda sotto gli occhi e nella fantasia di tutti gli uomini che sognano di scoparsela come Jamie Allen che, quando la guarda, è come se se la scopasse con gli occhi.
Si sente prudere le mani e la gola mentre la gelosia gli rivolta i muscoli.
… Per primo finisce a terra il cacciavite, poi la bottiglia. Poi la griglia di ferro appesa al muro, e una cascata di chiavi inglesi che tintinnano sui cocci di vetro. 
Dorian si sbuccia le nocche sul legno nella smania di abbattere un paio di scaffali, cercando a tentoni un martello da schiantare sulla carrozzeria della jeep a cui lavora da giorni, per ammaccare impronte di fiori nel cofano fino a farsi pulsare di dolore i muscoli e la testa.
Sfonda il parabrezza incrinato con un pugno, prima di colare a sedere fra la portiera e il pavimento.

Si trascina le mani insanguinate in faccia e scoppia a piangere come un bambino.



Ho chiuso la finestra
perché non voglio sentire il pianto,
ma al di là dei muri
non si sente che il pianto.

Ci sono pochi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini stanno sulla palma della mia mano.

Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime mordono il vento
e non si sente altro che il pianto.


venerdì, agosto 29

Love is a doing word.

29 Agosto 2516,
Safeport (Sunset Tower).
Esterno notte.


Dodò non fiata da quando si sono lasciati l’Hydra alle spalle.
A labbra chiuse si chiede come sarà Bullfinch, e come saranno e il fratello e la sorella di White Daddy, se la porteranno veramente a fare il bagno nel lago e le lasceranno leggere i libri a voce alta per Hope Red, e se la cugina bionda che si chiama Justice sarà carina con lei o se dovrà darle un pugno in faccia o morderle un orecchio.
Cammina dritta come un soldatino, con i timori stretti dentro al petto magro e nei pugni chiusi lungo i fianchi, precedendo di due passi Marshall e il bambinetto biondo che, con una mano aggrappata ai suoi jens, un po’ tiene il passo e un po’ si lascia trascinare.
Fa un sacco di domande, Hope.

"Perché ci mandi via? Dobbiamo starci tanto tempo? Tu perché non vieni? Vai in prigione di nuovo? Ti porti anche mamma? Perché mamma ha fatto così quando le ho detto ciao?"

Marshall non abbassa lo sguardo, solcando le balaustre e i ponteggi dello spazioporto mentre distribuisce occhiate, come raffiche di mauler, allo sciame di uomini e donne armati che brulicano su e giù rendendo la torre un enorme termitaio.
L’hound di Moloko corre avanti, resta indietro, ma anche senza guinzaglio e senza disciplina non perde mai il passo, e bracca i bambini come un lupo a caccia di daini.

"Così come."

Hope si stringe nelle spalle senza rispondere, incespicando per stare dietro alle falcate brusche di suo padre con aria confusa, fiutando tensioni a cui non sa dare un nome.

"… E tu perché fai così?"

Marshall lo zittisce piazzandogli una manata in testa e se lo scrolla di dosso, inchiodando al cospetto dell’enorme ventre metallico di una nave che non è l’Almost Home: il Leprechaun, classe brigade, aspetta i suoi passeggeri a motori caldi.
L’uomo che si fa incontro a Lee per battergli una pacca sulla spalla e una testata sulla fronte è Paddy Jackson, un browncoat di Tauron che ha ancora qualche ciuffo di capelli fulvi dove l’esplosione di una granata su Spartaca non gli ha ustionato la cute.

"Non ci devi stare troppo dietro. – gli spiega il medico di Bullfinch che gli ha salvato un occhio e quasi tutto l’orecchio sinistro; – Basta che gli dai uno sguardo durante il viaggio e me li scarichi a Timisoara, mio fratello se li viene a prendere."

Né a Hope, né a Dodò la faccia bruciata di Paddy fa paura. Sono cresciuti in mezzo ai reduci, alle bande di Maracay, sotto il cielo ardente di Sunset Tower. Sono Marshall e Moloko a dire loro quali mostri sono mostri, e quali invece sono amici.
Dodò sta già sgambettando dietro a Mezza-faccia Jackson quando Marshall la richiama con un fischio, le dà una pacca sulla spalla che la fa traballare e un buffetto non tanto più tenero sulla guancia.

"Stai attenta a tuo fratello. – le dice, – … E stai attenta pure a te stessa, ricordati che nessuno c’ha il diritto di dirti quanto vali, perché sei figlia di tua madre e sei pure figlia mia."

Hope, quando il padre lo strattona per un braccio, si scuote e si ritrae con una smorfia riottosa.

"Non ci voglio andare a Bullfinch, pa’."

"Perché no?"

Hope non sa rispondere, solleva una mano per strofinarsi una guancia e scrolla la testa bionda con la rabbia scritta in faccia come un temporale.

"Hey, kiddo."

Marshall si piega sui calcagni e gli prende le spalle fra le mani enormi, tenendogli alto il muso con la pressione di un pollice.

"L’hai visto quel segno che ha tua madre in faccia, right? – piega la testa verso il basso, specchiando lo sguardo nelle pozze umide e confuse degli occhi del bambino; – … Il taglio gliel’ho ricucito io mentre il mondo ci cadeva a pezzi tutto intorno. Il suo viso e quello del mio pianeta hanno la stessa cicatrice, e sono bellissimi tutti e due."

Lo stesso pollice glielo sfila da sotto il mento per lisciargli l’attaccatura del naso, spianando il cipiglio contratto fra le sopracciglia chiare.

"Quando ci arrivi lo vedrai." – gli dice, spingendolo via.

Se ne rimane accosciato sul pontile a guardarli, una bambina nera e un bambino biondo che spariscono ingoiati dal metallo.

martedì, agosto 12

Sad-eyed lady of the lowlands.

15 Agosto 2516,
Bullfinch (Timisoara).
Interno giorno.


Seduto sul bordo del letto Marshall pinza fra le dita la radice del naso, massaggiando l’angolo interno degli occhi.

"… Da quant’è che ti scopi mio fratello?"

Susan conosce i fratelli Lee da sempre.
È nata ad Amarillo e ci è cresciuta proprio come loro. Suo padre Adam andava a caccia con Conner e fu tra i primi a fargli le condoglianze quando la moglie morì per dare alla luce l’ultima dei loro quattro figli.
Adam Butler e sua moglie Deanna, di figlie, ne hanno fatta una sola. La perla degli occhi di suo padre (con sua madre, per qualche ragione, non ci ha mai legato molto).
C’era una scuola sola, ad Amarillo. Ci insegnava Rita Lee, prima di morire, poi il pastore Bowen si era messo una mano rugosa sul cuore e aveva preso le redini dell’insegnamento, come gli piaceva dire a tutti. Era severo cinque volte la madre dei Lee, e tutti quanti invidiavano Maryanna Bowen perché il vecchio pastore era suo nonno e a tutti sembrava sempre che la trattasse con un riguardo tutto speciale.
A undici anni, Marshall Lee le ruba il fermacapelli di perline e si arrampica sull’albero più alto del cortile per lasciarlo appeso tra le foglie. Suo fratello Mitchell lo minaccia, ridendo, di spaccargli la faccia se non lo riporta indietro, ma Marshall non ne vuole sapere e Mitchell non gli spacca niente, e nemmeno ci sale lui, sull’albero, a recuperarle il fermaglio. Così quel fermaglio rimane lì per giorni, scintillando al sole come un fiore di luce incastonato tra il fogliame, e si riesce a vederlo dal basso e dalla finestra dell’aula, finché una mattina sparisce e tutti quanti pensano che se lo sia portato via una gazza ladra. Soltanto a quel punto a Susan viene da piangere.
A tredici Marshall, che di anni ne ha uno più di lei, lo trova che si lava la testa sotto la fontana dietro la chiesa. È sera, e il ragazzo di Conner ha il naso rotto perché, dice, suo padre ha picchiato sia lui che il fratello per il torello degli Hawkins che hanno cercato di rubare per cavalcarlo. Mitchell ci è montato sopra, dice, ci è rimasto sei secondi prima di finire sbattuto per terra. Dice che lui ci sarebbe rimasto sopra almeno otto secondi, se solo avesse avuto il tempo di salirci. Susan gli dice che a lei, suo padre, non le ha mai dato più che un paio di ceffoni quando si comportava proprio male, e Marshall le risponde che il vecchio Lee ha sempre messo le mani addosso un po’ a tutti, tranne che a Nina, ma che così è molto peggio perché Nina non la tocca mai, neanche per farle una carezza, come se ne avesse una paura fottuta. Poi se ne sta lì in silenzio a grondare acqua dai capelli per un po’, Marshall, tutto assorto; finché all’improvviso gli balena negli occhi quella luce là, la stessa del giorno che le ha rubato il fermaglio, e le stampa sulla bocca un bacio fresco e umido. Susan gli lascia il tempo che le ci vuole a spingere giù nello stomaco la vertigine che le è salita alla testa, poi gli molla uno schiaffo e se ne corre a casa.
Le piacevano, i fratelli Lee. Il modo in cui si guardavano le spalle a vicenda le faceva pensare ai lupi di montagna e le aggrovigliava in testa e nello stomaco un filo d’invidia.
Ha quattordici anni quando suo padre torna da una battuta di caccia coperto di sangue e senza più respiro nei polmoni.
Conner Lee riporta il suo corpo a casa e propone alla vedova disperata di sgravarle il peso della figlia, almeno per il tempo di organizzare il funerale e tutto il resto, prendendosela in casa coi suoi ragazzi. Susan sente sbocciare un fiore di sollievo nel petto schiacciato dalle lacrime quando sua madre accetta e la spedisce nella baita di legno fra i boschi. Dalla prima notte prende l’abitudine di sgusciare fuori dal suo letto, in camera di Nina, per scivolare in quello di Marshall e addormentarsi piangendo sopra la sua spalla, ma è solo dopo il terzo giorno che lui le bacia la bocca per non sentirla più piangere, dice, e al mattino sono nudi e stretti l’uno all’altra come i fili di una corda intrecciata.
Susan ritorna a casa e il tempo passa. Passano le prime sbronze, i primi tiri di Bloom; passano le nottate nel capannone di Bill Thornton. Ha diciott’anni quando sua madre decide di lasciare le montagne per trasferirsi a Camrose, a sud del Morgan River, e Susan le dice non ci vengo, ma’, buona fortuna, e si salutano con un abbraccio.
Intanto Mitchell Lee e Maryanna Bowen si fidanzano, lui mette la testa a posto per lei e smette di correre dietro alle altre, mentre con Marshall è tutto un tira e molla e lui le dice siamo giovani, Sue, è troppo presto per pensare a queste cose, e all’inizio è solo per farlo ingelosire che comincia a frequentare Butch.
Butch Fogerty è nato a Timisoara, lavora col rodeo e viene spesso ad Amarillo per trattare con gli Hawkins e i Miller la compravendita dei tori. È un anno più grande del maggiore dei Lee e non pensa che lui e Susan siano troppo giovani, ma non è il motivo per cui lei se ne innamora. Butch ha l’anima fresca e il cuore d’oro. All’improvviso Susan non ha più voglia di fare ingelosire Marshall; ha paura di spezzargli il cuore quando gli dice hey, Chino, dolcezza, ti devo parlare. E lui le chiede è per quel tizio del rodeo, Butch, ti ci hanno vista in giro e lo sai che in questo buco di paese le voci corrono. Però non è geloso, Marshall. Le dice che Butch lo conosce, coi tori ci lavorano insieme e a Sharon piace anche se non in quel modo lì, e che se piace a Sharon piace anche a lui e che per Susan lui ha sempre voluto solo il meglio, solo che il meglio per lei non era lui.
Per un anno va tutto bene.
Il giorno che Sharon Lee cade da cavallo e ci resta schiacciata sotto il mondo va in pezzi, e mentre Butch le stringe la mano Susan ci si aggrappa come se dovesse impedire che la voragine che si è aperta sotto ai piedi dei Lee s’ingoi anche lei.
Stretti nel dolore, Mitchell e Maryanna si sostengono a vicenda. Nina versa tutte le sue lacrime, le lascia seccare al sole finché il cuore inaridisce e Susan la vede crescere in fretta, trincerata nella convinzione che tutto il bene che hai ti può essere portato via e devi stare attenta a non farci mai troppo affidamento.
Marshall lo guarda colare a picco torcendosi le mani nell’impotenza. Certe volte si sente in colpa per averlo abbandonato, perché lei e Butch sono felici e hanno saputo scavalcare i cocci della tragedia mentre lui ci si ferisce ogni giorno, e una volta che lo trova non troppo fatto glielo dice, gli dice mi dispiace, e lui le dice lasciami perdere, lasciami perdere Suzie, e lei lo lascia perdere perché la vede, nei suoi occhi, la stessa vorgine alla quale è sfuggita aggrappandosi alla mano di Butch, e Butch è un brav’uomo, ma lei non può addossargli sulle spalle il peso di due disperazioni.
Ancora non lo sapeva, allora, che la guerra avrebbe sventrato il suo mondo come né la morte di suo padre né quella di Sharon Lee erano riuscite.
La guerra se li prende tutti.
Partono i due fratelli Lee e parte anche Butch, parte Tim Miller e partono gli Hawkins, padre e figlio. Mitchell fa in tempo a sposare Maryanna prima d’imbarcarsi per Spartaca, riesce a tornare su Bullfinch due volte, dislocato e poi in licenza, e la seconda riparte lasciando sua moglie incinta.
Butch non torna mai.
Muore in trincea che è il 2508, quasi quattro mesi prima che la notizia arrivi alla donna che l’ha amato e non ha fatto in tempo a sposarlo. Non in una chiesa. Non davanti a un pastore. Ma Susan Fogerty un altro marito non lo vorrà mai, e quando la guerra finisce e Maryanna è morta e Nina le ha cavato fuori la bambina dal ventre con un coltello sporco, dopo che i Lee sono tornati insieme, ancora vivi, ed è tornato Tom Hawkins senza suo padre, e dopo che la moglie di Samuel Noon è rimasta vedova con due figli, dopo che la guerra si è presa il bello e il buono della sua vita Susan si trasferisce al Golden Steer di Timisoara e si mette a fare la puttana, 'ché le servono i soldi e non la vuole più, una vita, non le vuole delle prospettive.
Scopre che regalare il suo corpo ai reduci la fa stare meglio, che le piace raccogliere il loro dolore nel proprio ventre, il modo in cui le si aggrappano addosso, il modo in cui riesce ad annullare se stessa nel bisogno che hanno di sfuggire ai propri demoni fra le braccia di una donna che li accolga senza nome, senza pretese, per qualche ora. Marshall Lee, che dalla guerra è tornato sobrio e concreto come non era più stato da anni, qualche volta la va a trovare. Scopare con Marshall le piace, ma in modo diverso. È come ritrovare una vecchia abitudine un po’ dolce, un po’ amara.
La seconda guerra che squassa e rivolta la pelle di Bullfinch non riesce a farla soffrire quanto la prima. Malgrado le bombe. Malgrado la paura per gli affetti che le sono rimasti, per la bambina dei Lee e per le ragazze del Golden Steer.
Lei e Nina si danno da fare come possono, come durante la prima guerra, e quando Bobby Noon si spegne sul campo Susan è lì per aiutarla a raccogliere i pezzi, per mentirle dicendole che il dolore passa, sparisce. Nina non ci crede, ma non piange mai. Non piange più da quando si sono scritte a vicenda sulla pelle, a filo d’inchiostro, una rondine libera come le anime care volate verso il cielo e come la promessa di non lasciarsi ancorare a terra dal dolore.
Marshall parte, torna di rado. A trovarla al Golden Steer ci viene prima meno spesso, poi non ci viene più, finché non le porta suo figlio per farglielo vedere come se fosse il bambino più bello del ’Verse ed è vero, lo è. È il bambino più bello del ’Verse e guardarlo la fa felice e insieme le spezza il cuore.
E adesso Marshall Lee è seduto sul bordo del suo letto, nella soffitta del Golden Steer, e le chiede da quant’è che ti scopi mio fratello.

Susan si accende una sigaretta, ritta in piedi sulle gambe magre, un fascio di carne sottile e muscoli tenaci stoicamente piantati di fronte a lui.

"Non sei mai stato geloso, adesso non mi verrai a dire che lo sei di tuo fratello."

Marshall spazza i capelli sfatti con una manata nervosa, piena di disagio.

"Non è che sono geloso, non sono un cazzo geloso. Ma cazzo Sue, dài, tu fai la puttana."

"Allora? – Susan appende al filtro un sorriso sornione; – Non è mai stato un problema, per te."

"Io non sono Mitchell."

Susan sospira, si stringe nelle spalle.

"Sa il Signore quanto è vero."

Poi alza gli occhi al soffitto e passa una mano fra i capelli neri, scorciati sopra le spalle in fili morbidi e lucenti.

"Di', te l’è venuto a raccontare Nina?"

Marshall rivolta un ghigno crudo sulle guance ispide.

"Me l’ha detto Mitch, chi vuoi che me lo abbia detto."

Susan scrolla la testa, raccoglie il labbro inferiore sotto ai denti e lo schiaccia fino a sbiancare la carne.

"Dovevo immaginarmelo."

Il minore dei Lee si tira in piedi, allunga una mano callosa per farsi cedere la sigaretta.
Mentre trascina il fumo nei polmoni Susan gli appoggia una mano sopra la spalla, sfogliando col pollice i tendini tesi e le vene che gli palpitano sul lato del collo.

"Ascoltami, Chino. Io e tuo fratello cerchiamo la stessa cosa, una pezza per il buco che abbiamo dentro … Senza impegno, senza progetti. Justice mi conosce, mi vuole bene, e Mitchell non si deve preoccupare di infilare una nuova donna nella sua vita, e- …"

Viene interrotta dallo scrollone di muscoli aspri col quale Marshall l’allontana da sé, allungando le dita ruvide in cerca del suo polso.

"È una cosa seria?" – le fissa il palmo della mano come a trovarci la risposta scritta dentro i solchi della pelle.

"Non lo so, dolcezza."

Susan ritrae la mano lentamente, torcendo il polso stretto per divincolarsi fra le sue dita.
Lui la lascia andare.

"Magari ti serve un po’ di tempo per abituarti all’idea."

Il sorriso triste e dolce che le falcia la faccia bruna gli fa stringere le ciglia come un fascio di luce. Vorrebbe tapparglielo con un bacio, ma stropiccia una smorfia da canaglia e scrolla le spalle larghe.

"Che stronzo. – grugnisce, restituendole la sigaretta. – Me l’aveva detto che prima o poi mi avrebbe fregato la ragazza."

Quando la sente ridere forte, come uno schiaffo di corrente arrampicata lungo i muscoli, si ricorda che per Susan ha sempre voluto solo il meglio.

Solo che il meglio per lei non è mai stato lui.

giovedì, agosto 7

Summer of ’04.

6 Agosto 2504,
Bullfinch (Amarillo).
Esterno giorno.


Il lenzuolo steso sull’erba è sgualcito dal rivoltarsi indolente dei loro corpi sdraiati all’ombra. Il sole lampeggia, tra le fronde larghe, come le cento facce di un diamante, e i capelli di Maryanna sono sparpagliati fra le pieghe della stoffa come raggi di luce caduti a terra.
Si gira lentamente su di un fianco snello, affondando il mento contro la spalla del ragazzone alto, solido, che la supera in altezza di tutte le spalle.

"Ieri ho incontrato Chino dietro al ferramenta, mi ha offerto della bloom."

Mitchell le stropiccia sul palmo della mano odorosa d’erba un sorriso dalla piega sardonica.

"Mi stupisce che non ti abbia offerto dell’altro."

Le biascica contro la pelle un 'ponyboy' sghignazzato, annusandole le dita ad occhi chiusi.
Li riapre, rivoltandogliene in faccia il verdazzurro terso e luminoso.

"… L’hai accettata?"

Lei si stringe nelle spalle con un sorriso teso, mezzo sfrontato e mezzo sfilacciato nell’apprensione. Prende un respiro e scrolla un assenso pigro con la testa, soffiando via qualche ciocca lunga con aria pretenziosamente svagata; sbirciando il maggiore dei Lee con la coda degli occhi verdi.

"Then he grabbed my face and kiss’d me. Deeply."


[…]

Marshall è seduto sul divano con un libro aperto fra le mani, talmente immerso nella lettura da non fare caso alla porta che si apre, poi sbatte; ai passi pesanti sulle assi del pavimento.
Solleva il muso appena in tempo per intercettare, con un’occhiata impreparata, le cinque dita robuste che gli strappano il libro di mano per scaraventarlo a terra. Nei muscoli gli è esplosa la torsione necessaria ad alzarsi quando la mano aperta di Mitchell lo risbatte a sedere, inchiodandogli le scapole contro lo schienale.

"Brutta faccia da culo."

Marshall rovescia occhi disorientati e fervidi a nello sguardo crepitante, brillante di un’irritazione fonda e brutale, del fratello maggiore.

"Oh, che cazzo ti ho fatto?"

Grugnisce, informandosi con la leggerezza cruda di chi ha la coscienza troppo sporca per cadere dalle nuvole, aprendo le mani all’altezza delle spalle percorse da un fremito irrequieto.
Mitchell rivolta sulle guance un ghigno scalpitante di fastidio.

"Ti devi imparare a tenere la lingua in bocca e la bocca al posto suo, Chino."

Nelle pupille di Marshall si torce un lampo di comprensione sfottente, che sbroglia lungo i muscoli un filo d’allerta.

"So wut. – arriccia un sorriso da lupo sul muso angoloso; – … Mi hai detto che c’ha le labbra più fottutamente morbide del pianeta, ti aspettavi pure che non ci andassi a mettere la bocca per provarle?"

Mitchell ride, tenendolo per il bavero. Ride forte.
Poi gli scarica un pugno in faccia.

Sharon passa la serata, dopo averli separati a calci, a imbustare ghiaccio per i lividi.




[Maryanna Bowen, 2504, Bullfinch]

venerdì, agosto 1

But what ends when the symbols shatter?

31 Luglio 2516,
Safeport (O’Malley).
Interno giorno.


Marshall non mette piede in chiesa dal matrimonio di Edwards e Haggerty. Non mette piede in chiesa spontaneamente da prima della guerra che lo ha istruito sui cento modi di ricucire un uomo e sull’inesistenza di Dio.
La cappella incastonata fra i vicoli sporchi del quartiere O’Malley non la frequenta più nessuno da quando uno dei muri è parzialmente crollato per una piena di fango. La terra sudicia e inquinata si è conquistata una metà della navata stretta, povera come il legno marcio delle panche e la croce arrugginita inchiodata sulla parete di fondo; gli scarponi da lavoro di Lee la calpestano e la rivoltano nell’avanzata cruda, incerta e insieme sfrigolante di energia impaziente, con cui si lascia risucchiare dalle viscere dell’edificio.
Manda giù un mattone di saliva sguinzagliando occhi troppo chiari, arrossati dalla carenza di sonno, fra i sedili e le ombre che la luce amaranto del cielo opaco di Safeport, filtrata dalla nebbia itterica che inumidisce le strade, gonfia e inasprisce scivolando di taglio attraverso il portone semichiuso. Un secondo bolo umido lo raccoglie tra lingua e palato per sputarlo sul pavimento, trascinando una mano contro la testa bruna e scarmigliata, prima di aggrapparle tutte e due alle braccia massicce della croce inchiodata al muro per appendercisi, rovesciando la fronte sul metallo.

"C'mon, Jeez, è la tua grande occasione."

Mormora, trascinando dentro le narici l’odore della ruggine e rivoltando il mento contro il ferro per sbirciarne l’estremità superiore, inseguendone la direttrice fino all’intonaco cadente del soffitto.
Strizza un occhio incontro alla polvere che gli piove in faccia.

"… Dimmi cosa devo fare."

Dentro le orecchie gli rimbomba solo il silenzio, e nella testa la voce di Elian si schianta a strati come la risacca. Non tratto tutti come fossero fratelli miei, Lee. Neanche i miei fratelli. Non tratto tutti come fossero fratelli miei. Solo te. Neanche i miei fratelli.
Solo te.

"Dimmi perché questa storia continua a perseguitarmi."

Marshall preme e raschia la fronte sulla ruggine, trascinando contro la pelle un alone rosso come il sangue secco. La frustata di muscoli che gli risale la schiena spinge dentro le spalle uno strattone violento, che fa sgretolare a terra grossi grumi di calcestruzzo, ma insufficiente a staccare la grande croce di ferro dal muro.

"Dì qualcosa, cazzo. Dimmi come sono finito qui, dimmi perché le bombe su Bullfinch, perché abbiamo perso la guerra … Dimmi che posso andare da quella stronza e spiegarle perché dovrei ficcarle un proiettile in testa, e pregarla di aiutarmi trovare un modo per non farlo, dimmi dove ho sbagliato per tornare di nuovo a questo punto come un cane rognoso che insegue la sua coda di merda, dimmi perché, vaffanculo!"

Molla le braccia della croce per schiantarci sopra il palmo delle mani con uno schiocco che gli manda a fuoco la carne ispessita dai calli. Barcolla, come se la violenza stessa dell’impatto lo avesse scaraventato indietro, espettora un paio di ansiti spezzati e torna a strattonare il metallo, con le tempie pulsanti e le dita insensibili al graffio della ruggine, finché i chiodi cedono e la croce gli resta fra le mani, pesante quanto suo figlio di quattro anni.

"I’m your sheep, asshole. Enlight my fuckin’ path."

Il clangore dell’ornamento di ferro sbattuto sul pavimento è acuto e gli vibra fin dentro le ossa, ma torce i muscoli e contrae la schiena larga per trascinare e scaraventare la croce sui banchi di preghiera allineati senza ordine. Il legno fradicio si sfonda, con un tonfo, liberando una nube di minuscole termiti d’argento.
Marshall si piega sulle ginocchia, spegne una risata nervosa contro il palmo delle mani impolverate dalla ruggine e ne respira l’odore avidamente, in silenzio, ricacciando indietro le lacrime e lo smarrimento. Deglutendo la disperazione per sollevare il mento e digrignare un sorriso sprezzante in faccia al soffitto annerito dalle infiltrazioni.

"Non mi puoi dire un cazzo perché non esisti. Non esisti, stronzo."

Si tira in piedi incespicando, bruciando falcate nervose nell’urgenza di riconquistarsi lo spazio aperto e il cielo inquinato di Sunset Tower, con un solo appiglio sicuro nel mare dell’incertezza.

Che il peso del ‘Verse sta tutto sulle spalle degli uomini.





But, what ends when the symbols shatter?
And, who knows what happens to hearts?