giovedì, novembre 27

I. Gabriel Cortès

27 Novembre 2516,
Richleaf (Maracay).
Interno giorno.


Gabriel Cortès è il più giovane e il più magro dei fratelli di Moloko. L’alcolismo gli ha asciugato i muscoli sulle ossa e ha calato una patina di allucinazione umida sugli occhi gentili, annegati nella distrazione degli artisti. Al sanatorio di Tartagal ci va per schizzare su fogli di carta volanti la miseria, la morte e il dolore: si immerge fra i malati e i feriti in cerca di ispirazione, ma anche di riscatto per le vite senza nome a cui restituisce pennellate di dignità nei suoi quadri.
Marshall lo trova sprofondato in una vecchia poltrona sgualcita, dall’imbottitura rotta, che qualcuno ha trascinato al capezzale di una bella ragazza sospesa fra la vita e la morte per la mitragliata sfuggita ad uno scontro fra bande. Danni collaterali.

"Me dicen el desaparecido
que cuando llega ya se ha ido

volando vengo, volando voy

deprisa deprisa a rumbo perdido …"

Gabriel la scruta con un occhio chiuso e uno aperto, la testa appena appena inclinata da una parte, come se stesse cucendole addosso uno studio prospettico, mentre si fa scivolare in bocca le note dolci di una canzone trasognata.

"Cuando me buscan nunca estoy
cuando me encuentran yo no soy
el que está enfrente porque ya
me fui corriendo más allá …"

Lee non lo interrompe subito. Cava un pacchetto di sigarette alle tasche del pantalone mimetico e ne raccoglie una con i denti, sfilando con le dita spesse una seconda Cheltenham da incastrare sopra l’orecchio sinistro di Gabriel che, come allo spezzarsi di un incantesimo, spegne la voce per torcere a malapena il collo e guardarlo di traverso.

"Si sveglia?" – Marshall biascica sul filtro della cicca mentre, schivando lo sguardo da sonnambulo del ragazzo, fa piovere il proprio sopra la sua spalla.

Sul taccuino spiegazzato che Gabriel tiene sulle gambe ci sono poche linee tremanti scavate a matita, e in quella manciata di linee ammucchiate quasi distrattamente il corpo della sconosciuta viene fuori dal foglio come un sogno sfaldato alla luce del mattino.
Il pittore si stringe nelle spalle.

"No sé, dicono che se non si sveglia stanotte non si sveglia più." – non è crudele, Gabriel Cortès, ma infinitamente assente.

Marshall si accende la sigaretta masticando una boccata di disagio, un’impazienza che solo i momenti d’inerzia irreale dei tossici e degli alcolizzati riescono a mettergli addosso: Gabriel sembra stremato, all’idea di muoversi, ma si tira in piedi per barcollare accanto al letto scalcinato della ragazza senza nome e sporgersi a guardarla dall’alto.

"Cerco tuo fratello."

Gabriel flette la schiena affusolata in una curva dolce, malgrado gli spigoli alati delle scapole, per posare un bacio sulle labbra della bela adormecida.

"… Sergio."

Il nome del fratello maggiore convince Cortès a voltarsi, appoggiando le natiche al comodino di metallo spoglio su cui qualcuno ha posato un fiore di carta di giornale. Incrocia le braccia e spiegazza un sorriso gentile, distaccato.

"Nessuno cerca Sergio, tutti sperano solo che non sia lui a trovarli."

Marshall mastica il filtro della cicca con un’alzata di spalle, appendendo le dita spesse di una mano al collo slabbrato di un maglione blu dalla trama sfilacciata. Rigira un ghigno melenso da canaglia sotto gli zigomi aguzzi.

"C'mon, Gabe …"

Gabriel dondola sui talloni con aria indecisa, uno strano sorriso eccitato sulla bocca e occhi più vacui che mai.

"Andiamoci a bere una cosa, prima. Serginho mi potrebbe anche ammazzare."





Me dicen el desaparecido

fantasma que nunca está,

me dicen el desagradecido

pero esa no es la verdad

Yo llevo en el cuerpo un dolor

que no me deja respirar

llevo en el cuerpo una condena

que siempre me echa a caminar

mercoledì, novembre 26

Un fratello maggiore non ha sempre ragione, solo qualche anno in più.

26 Novembre 2516,
Safeport / Bullfinch.
Interno giorno.


"… Ti ho spaccato la faccia perché hai dato un bacio alla mia ragazza, Chino, vuoi sapere che farei al tuo posto? Gli aprirei il petto con una fucilata allo stronzo che vuole fotterti Moloko."

Mitchell scalpita e sfiata come uno stallone nervoso, Marshall sente le assi di legno del salotto di casa scricchiolare mentre il maggiore dei Lee cammina in cerchio come un animale in gabbia (lo sa perché è la stessa cosa che fa lui quando vorrebbe prendere a pugni qualcuno che non c'è).

"Jeez, statti calmo, nessuno qua si fotte nessuno. A parte in senso letterale." – l’ironia del gioco di parole gli spreme un fiotto d’ilarità sorda attraverso il naso, stirando i vertici della bocca in una mezzaluna aspra.

"How the fuck d’you know-- he fuck’d her, how d’ya fuckin’ know he’s not going to steal her.“

"I just-- fuck you. I know shit ok? Come quando sai che hai vinto un rodeo e l’ultimo gaucho non è ancora salito sul toro."

"Cristosantissimo, stai paragonando la tua donna a un toro."

Marshall strofina un ghigno ruvido sul dorso delle nocche consumate.

"Per Dio, Marsh, tu sei tutto storto."

"Porcaputtana, Mitch. – la voce di Nina, ovattata dalla distanza e dal gracchiare della linea disturbata, si leva da qualche parte alle spalle del fratello – … La vuoi smettere di tirare Nostro Signore in mezzo ai fatti vostri?"

Il ghigno di Marshall degenera in una risata che fa esplodere il disturbo metallico della frequenza cortex come lo sfrigolio impazzito dell’olio in una padella, costringendolo ad allontanare il pad dalla bocca.

"Shit, coglione, sei ancora lì?"

"Dipende se hai finito di essere geloso della mia femmina."

"Non sono geloso, stronzo."

"Jeez, come no. – Marshall strofina una mano fra i capelli sfatti; – Sei marcio."

"Fuck off, lil’one, sei tu che mi vieni a confessare tutti i cazzi tuoi come se fossi un cazzo di pastore."

"’Course I do, you're my big brother."

Mitchell intuisce il sorriso da lupo di suo fratello a parsec di distanza, trascinando una mano contro il viso per trattenere malamente l’ombra di una risata arresa.

"Vi devo dire anche un’altra cosa. – grugnisce il minore dei Lee, prima che lo stridio metallico di una voce fuori campo lo richiami con urgenza (attraverso il cortex si capisce poco: radiazioni, scavengers, baracche); – Fuck-- ti richiamo."

Marshall chiude la comunicazione.

Mitchell lascia rotolare il pad sopra il tavolo e trascina le mani nei capelli, stropicciando una smorfia d’incomprensione cruda. Solleva lo sguardo su Nina, appoggiata contro lo stipite della porta con le mani nelle tasche della lunga gonna da cowgirl e una Black Mamba eccezionalmente accesa fra le labbra.

"By the way … – biascica svogliatamente sul filtro, inarcando appena le sopracciglia bionde; – It was her who fuck’d him."







Se ti dicono di alzarti tu siedi 
e, quando siedono, tu alzati in piedi.

martedì, novembre 18

Only skin.

18 Novembre 2516,
Richleaf (Maracay).
Interno giorno.


Maracay è una gemma di cemento e metallo incastonata nel cuore della foresta tropicale. Una regina incoronata dalle guerre intestine che pompano sempre nuovo sangue lungo le sue strade, nuova devozione nelle vene dei suoi sudditi-soldato.
Marshall ha rifiutato già da tempo l’idea di Dio, ma mentre attraversa il barrio Cienfuegos all’ombra dei giganteschi alberi di ebano che, più alti dei palazzi, svettano come vele brune all’orizzonte, gli viene facile immaginarli come il trono dei Loa che ha visto disegnati sui muri del locale in cui Moloko lo ha costretto a immergersi nella marea nauseante, eccitata, dei corpi sconvolti dalla musica.
Si sente addosso il marchio segreto di quel rito, nascosto sotto il sudore che gli ha reso lucida la carne, e gli occhi dei bambini e delle donne affacciati sui portoni e alle finestre hanno lo stesso sguardo curioso e indifferente del Padre-serpente del voudùn.

"It’s been a while, Lee."

Sulle labbra da teschio di Cristobal trova un fuoco mai spento, ma nei suoi occhi verdi una serenità limpida e più profonda delle radici dell’ebano: nella sua casa, nel suo mondo, Oxossi e i suoi tatuaggi da scheletro trovano il loro posto come il tassello mancante di un mosaico.
Marshall solleva una delle due tazze di terracotta posate sul tavolo di legno scuro, arricciando il naso adunco per ingoiarsi l’odore fresco e pungente delle erbe sciolte nell’acqua bollente.

"La prigione della contea di Buffalo mi ha tenuto occupato."

Cristobal solleva le arcate d’osso che coronano le orbite vuote dipinte sulle sue palpebre: un po’ sorpreso, un po’ preoccupato, gli cerca addosso i segni della detenzione. Soppesa il silenzio per una manciata di secondi prima di sbuffare una risata, incalzandolo con due dita.

"Caralho, non c’è mica il veleno dentro."

"Fuck you."

Marshall non ne è tanto sicuro, ma dopo aver rivoltato un ghigno sfrontato all’ombra degli zigomi spigolosi non gli resta che bere l’intruglio dolceamaro e dissetante, preparato dalla stessa donna corpulenta e senza età che l’ha accolto sulla porta come se lo stesse aspettando.

"Come vanno le cose qui?"

Cristobal beve e sprofonda lo sguardo nel contenuto della propria tazza, come se potesse leggerci dentro un quadro strategico della guerriglia che non smette mai di straziare la sua terra.

"La sete di sangue che alimentava la faida si sta estinguendo … Come sempre, nessuno ha vinto e tutti abbiamo perso qualcosa."

Lee strattona contro le guance ripide un ghigno melenso, senza riuscire a fermare lo sguardo che scivola contro i lineamenti tatuati di Oxossi come l’acqua lungo le rapide di un fiume.

"Jeez, Bones, così malinconico …"

Il teschio stiracchia un sorriso sardonico, singhiozzando un sospiro che gli fa sussultare sul petto nudo la testa d’uccello appesa intorno al collo. Marshall si guarda intorno con l’inquietudine annodata nei muscoli, in bilico sul confine fra sollievo e disagio.

"Volevo portarti Hope, ma in questa città del cazzo è peggio che a Serenity Valley."

"Ay, callate. – la severità di Cristobal non è collerica; lo ammonisce come si fa con i bambini e lo costringe a tornare a guardarlo, prima di stringersi nelle spalle con una svirgolata pigra del sorriso. – Allora perché sei venuto?"

Marshall mastica un ghigno crudo, cercandosi le sigarette in una tasca per mascherare la torsione frustrata dei fasci di carne attorcigliati sulle ossa come una nidiata di serpenti.

"’Cause I’m not able to see you anymore."

L’insofferenza mortificata e scossa dalla nostalgia che gli arroventa la voce si scontra con occhi verdi troppo brillanti, intrisi di una comprensione che Lee non si aspettava e lo colpisce, costringendolo a girare il viso di scatto, come lo schiocco di un nerbo di cuoio.
Rovescia la tazza di té ancora mezza piena nella torsione brutale di carne e nervi con cui si tira in piedi.

"… Fuck you and fuck y’all bloody fortune-tellers."

Rovescerebbe anche il tavolo, se non avesse il peso stabile del legno massiccio ad ancorarlo in terra, per impedire ad Oxossi di scattare come un ragno d’acqua sul pelo del lago, aggirando l’ostacolo per scavalcare il divario d’altezza a mani tese verso il suo volto.
Il desiderio di affondargli le nocche in faccia gli svapora dalle ossa nel momento in cui si sente afferrare delicatamente la testa, chinando il mento per lasciarsi addomesticare dal contatto asciutto con cui la bocca da teschio gli tampona le labbra.
Poi, senza tirarsi indietro, così vicina che Lee non è sicuro che quella che sente sia davvero la voce di Cristobal, gli restituisce un segreto.

"You can’t be angry forever."





 And when the fire moves away,
fire moves away, son.
Why would you say
I was the last one?

venerdì, novembre 14

Once you’re a parent, you’re the ghost of your children’s future.

15 Novembre 2516,
Bullfinch (Amarillo).


La prima cosa che fa, una volta libero, è tornare su Bullfinch.
E quando vede suo figlio, volato dai tre ai sei anni senza di lui, corrergli incontro con il tramonto esploso dietro il profilo delle montagne a galleggiargli sulla testa bionda come un’aureola di fuoco, Marshall Lee fa una cosa che non faceva da anni.
Si preme una mano in faccia e piange.

mercoledì, novembre 5

I can feel it coming in the air tonight.

4 Novembre 2516,
Greenfield (Buffalo County Prison).
Interno notte.


Ivan Volkov è un enorme toro nero che respira nel buio, sfiatando come un filo di vapore il fumo di una sigaretta accesa.
Semi sdraiato sul letto, coi gomiti affondati dentro il materasso sfondato, Marshall fissa l’oscurità profonda e omogenea che ha colonizzato il fondo della sua cella. La metà superiore della divisa da detenuto è un grumo di pieghe arancioni incastrato sotto l’ascella sinistra e il sudore colato lungo il solco dei muscoli asciutti, scavati in punta di coltello come il profilo roccioso delle St Louis Mountains, si raffredda fastidiosamente sulla pelle nuda.
Il suo respiro pesante e quello del Korolevian si mescolano nel silenzio che si dilata e si comprime come l’eco dei battiti di un cuore.

"So, you proud of me?"

La voce di Marshall è un fiotto di raucedine tracotante, i suoi occhi due calderoni d’acqua che ribolle sopra un fuoco di strafottenza.
Gli anfibi di Volkov scandiscono la vicinanza come una marcia militare mentre l’uomo nero, come una creatura d’incubo partorita dal buio, si lascia lambire dalla penombra e stringe le labbra sulla cicca, ravvivando il bagliore della brace riflessa nello specchio lucido dei suoi occhi.
Le cicatrici che gli deturpano il torace nudo e scuro, gonfio di muscoli come le cosce di un cavallo da tiro, Lee non è sicuro di ricordarle tutte, ma trova senza difficoltà la propria firma lungo il suo stomaco piatto.

"Dovrei? Ti sei fatto arrestare."

La voce bassa e profonda del Korolevian scuote la cella dalle fondamenta e annoda un groviglio di frustrazione nelle viscere di Marshall, che rivolta il labbro superiore contro ai denti e, come fa sempre quando vorrebbe piangere, sbatte in faccia all’uomo nero un ghigno ripido.

"E tu dov’è che te ne sei stato nascosto per tutto questo tempo?"

"… Nella tua testa."

"Vaffanculo."

Lee si tira a sedere con uno spasmo di muscoli violento come un temporale, che fa tremare il letto e gli affonda nella coscia destra una fitta acuta, bollente, come gli avessero ficcato un tizzone di brace dentro la carne.
Allunga le dita per tastare attraverso il tessuto le garze umide di sangue e la sutura che sigillano il buco lasciato dal proiettile.

"Sei un pezzo di merda, Volkov, te ne sei andato e ci hai mollato con il culo per terra … Che cazzo vuoi adesso."

Volkov fuma e non gli parla, lo guarda dall’alto per minuti interminabili, forse per ore.
Il tempo si dilata come una bolla, finché la voce del negro torna a colmare la cella col distacco ingannevole di una polla di lava che che gorgoglia nel sottosuolo.

"Sei tu che volevi vedermi."

Marshall cede in avanti con l’arco delle spalle spaziose, trascinandosi le mani in faccia per seppellire una risata cruda e desolata contro i palmi larghi e callosi.

"Vai fuori dai coglioni." – non ha bisogno di vedere Volkov per sapere che è ancora lì. Immobile, arrogante come la statua di un minatore nel centro di Krasnaja ploščad’.

"Vuoi levarti dal cazzo, Cristosantissimo? – la seconda esplosione di fiato schiocca come una fucilata, gonfiata dall’esasperazione che gli morde i muscoli e fa bruciare la traccia ancora fresca della pallottola infilata nella gamba. – … Lasciami dormire miseria puttana."

Non ha quasi il tempo d’iniettare le proprie fra i capelli umidi, che cinque dita nere e gelide come il metallo lo prendono per la gola, costringendolo a levare gli occhi sulla montagna di carne fremente, tirata e scura come il cuoio, che incombe su di lui per rovesciargli in faccia una leccata di fumo acre.

"Non sono io che non ti faccio dormire, Lee."

Il Korolevian preme un ginocchio sul letto e lascia andare il collo teso di Marshall, paralizzato nell’incomprensione. Gli schiocca la mano aperta sulla spalla nuda, sbirciando la brace della propria sigaretta con una smorfia vagamente comprensiva.
Gli dice:

"Se vi ho lasciato è perché non valevate niente."

Lee spreme alle narici un sospiro arreso, strofinando le nocche sbucciate sulle labbra.

"I cani che non sono buoni non si abbandonano, negro, gli si spara in testa. Perché se sopravvivono diventano peggio dei lupi."

Volkov chiude il mozzicone di sigaretta nella mano enorme. Ce lo fa sparire dentro come in un gioco di prestigio: inghiottito dal buio come la sua mole che arretra, si fonde nell’ombra, lasciandosi dietro una traccia di voce rovente.

"… Why don’t you stop blaming yourself, then?"

L’alba che filtra attraverso le sbarre trova le lenzuola sfatte sul pavimento e le pareti sporche di sangue dove Marshall ha preso a pugni le ombre per estrarne, come un proiettile, il ricordo doloroso dell’uomo nero.





 But I know the reason why you keep your silence up,
No you don't fool me.
The hurt doesn't show,
But the pain still grows,
It's no stranger to you and me …

giovedì, ottobre 16

I’m carrying my heart but it’s made of stone.

15 Ottobre 2516,
Safeport (Almost Home).
Interno notte. 


La cabina si stringe e si dilata, avvitandosi su se stessa come un incubo di lamiera, e le ossa palpitano di febbre mentre sulla pelle si arrampica un formicolio feroce che striscia sotto le pieghe dei vestiti zuppi di sudore, pesanti come se fossero cuciti nel piombo.
I boati del cuore rimbombano come un’eco lontana e le costole, rese ingannevolmente fragili dall’indolenzimento, ne amplificano la corsa angosciante contro il tempo immobile, che sembra non scorrere mai.


Spartaca, 2509.

Marshall ha venticinque anni, Joan Greene trentanove. È la creatura più rigorosa che Lee abbia mai conosciuto.
Tra un incubo colloso e un delirio ad occhi aperti la vede affiorare al proprio fianco per costringerlo a bere acqua fresca, asciugandogli il sudore dalla fronte e vegliandolo come un severo guardiano di pietra.

"È la terza, quarta volta?"

La sua voce roca e femminile si fa largo attraverso gli strati di paranoia che gli ovattano le orecchie, pungolandolo come la punta di un forcone e spingendo contro le guance ripide un ghigno esausto.

"… La quinta."

Cavarsi una risposta gli costa un brivido profondo, sgradevole quanto l’impressione che una lama di fiato gli stia intaccando le costole dall’interno.

"Sei un masochista disperato, Lee. – Joan conserva tutto il tatto di cui è capace per le delicate incursioni delle dita nella carne dei militari feriti; – … Devi spezzare questo circolo vizioso, ragazzo. Smettere di farti e poi ricominciare ogni due mesi non ti terrà fuori dalla tomba, ti ci farà sprofondare più in fretta."

Marshall ascolta senza sentire. La voce della dottoressa di Blackrock è ruvida e calda come il velluto, se la sente strisciare sulla carne sudata in un impulso tattile inspiegabilmente carico di significato. Non è la verità che gli viene imboccata, forse, a stringergli la bocca dello stomaco nel pugno invisibile di un conato di nausea.

"Dov’è tuo marito, doc?" – vorrebbe suonare sfottente, meno esasperato dal dolore, mentre sbroglia la stessa domanda con cui l’avrà pungolata un centinaio di volte.

Non si aspetta di ricevere una risposta.

"Non mi sono mai sposata."

"Uhh, really? … Then you shou’d like, kiss me, or s'mthin’."

Nessuno ha mai visto sorridere la dottoressa Greene, i segmenti retti e gli spigoli implacabili del suo viso lentigginoso nascondono la dolcezza come le spine dell’agave ne difendono la polpa profumata.
Gli scosta i capelli dalla fronte madida con una smorfia neutrale.

"… When you get clean, maybe."


Safeport, Almost Home.

Il cortex pad deve trillare parecchie volte prima che il suono riesca a bucare la patina d’insofferenza ed apnea acquatica in cui è immersa la testa di Marshall, che si torce confusamente sulla branda per vincere i crampi cocenti dei muscoli e rivoltarsi il display sotto gli occhi appannati.
Le lettere digitali si mischiano e si squagliano l’una nell’altra.

Il Core sotto attacco: è strage.

Mette a fuoco con fatica. Diversi satelliti Ikon hanno, simultaneamente, aperto il fuoco sui tre mondi del Core. I dettagli dell’articolo gli si attorcigliano nel cervello, arrampicandosi sotto la pelle come un prurito incontenibile.
Mai, nella sua storia, il Core ha subìto un attacco così devastante, proditorio, proprio nel cuore dei mondi che sono colonna portante dell’Alleanza.

Scoppia a ridere, costretto a vomitare l’ilarità insieme ai succhi gastrici nel secchio di ferro ai piedi del letto.




See I left my mother’s heart,
See I left my father’s home,
And I fell into a well of hope…
 

I’m carrying my heart but it’s made of stone;
I’m carrying my heart, but my heart is made of stone.

lunedì, ottobre 13

I can’t drown my demons, they know how to swim.

12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Non dentro il braccio, pensa Marshall Lee.
La porta della sickbay è sigillata dall’interno, le brande vuote, il tavolo operatorio illuminato dall’alone bianco della lampada scialitica rivoltata contro l’acciaio del soffitto. Immersa in un silenzio irreale, l’infermeria è un sistema isolato: ogni rumore ingoiato dalla fame che gli vibra fra le tempie.
Non dentro il braccio.
Solleva l’orlo della canotta lisa, accartocciando le pieghe del tessuto fra le dita, e spinge quello dei jeans sbottonati verso il basso per snudare la linea di giunzione fra il bacino e la coscia destra. Tiene le dita ferme, respira, liscia la carne tesa col pollice per aiutarsi a trovare il tracciato azzurrino della vena.



27 Aprile 2505,
Bullfinch (Providence).
Esterno notte.


Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo, Dorian Beckett lo sa.
Il cielo nero di Providence gli vortica sopra la testa, stonato dal pieno di whiskey che si è versato in gola. Trascina le dita di una mano fra i riccioli fulvi, li stira e li rivolta nel tentativo di dipanare il filo aggrovigliato del proprio orientamento.
Ognuno ha bisogno di autodistruggersi a modo suo.
Sua madre si schiantava contro le nocche di suo padre come la risacca sugli scogli. Ancora e ancora e ancora. Più lui si avvelenava di gelosia, più la batteva forte, più lei sgusciava fuori di casa durante la notte, dentro ai letti dei suoi amici, dei suoi nemici, di tutto il branco d’uomini che le avrebbero messo le mani addosso nonostante i lividi.
Il vecchio Beckett la picchiava e beveva, beveva e la picchiava. Beveva per avere il coraggio di picchiarla, per dimenticarsi l’amore sotto i calli delle mani ruvide con cui le rivoltava la faccia. Beveva per farsi consumare dall’alcol prima che dalla guerra furiosa fra l’odio mai sazio e il senso di colpa.
Se ci pensa adesso che è ubriaco (e fa in modo di non doverci mai pensare da sobrio) gli sembra che, dopotutto, suo padre non avesse scelta. Doveva ammazzare sua madre prima che fossero i suoi tradimenti ad ammazzare lui. Conquistarsi con ogni grammo di violenza l’agonia solitaria della cirrosi che l’avrebbe stroncato, in gloria, dieci anni dopo.
Appoggiato contro la porta chiusa dell’officina, Dorian vacilla sulle gambe e cerca per la quarta volta di accendersi la sigaretta con un fiammifero carbonizzato.
Per qualche ragione non si sorprende quando qualcuno, attraverso il buio, gli allunga sotto il naso la fiamma di un accendino.



24 Aprile 2505,
Bullfinch (New Dallas).
Interno giorno.


Persino i morti parlano, per chi è capace di ascoltarli, ma non hanno mai niente di allegro da dire.
Spogliare sua sorella gli ha spinto sotto la pelle una nausea tanto più simile alla disperazione che al disgusto, ma Marshall ha tirato avanti con l’urgenza brusca della necessità, accantonando un tentennamento dopo l’altro, ricacciando indietro con ostinazione la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in ogni gesto che compie come in una corsa verso l’irrimediabile.
Si ricorda di quando facevano il bagno nel torrente, nudi nel gelo frizzante di Marzo, intirizziti e leggeri come le rondini addensate contro il cielo in stormi geometrici.
Il corpo che scopre un palmo alla volta non assomiglia a niente che abiti la sua memoria. È freddo e rigido, gommoso e incolore.
Marshall sfiora le costole disallineate, spezzate dagli zoccoli di Hooligan come rami secchi e rimesse faticosamente insieme sotto i lembi di carne ricucita, lavata, bianca come una guaina di lattice.
Un’autopsia non è mai un lavoro piacevole.
Marshall deve fermarsi a vomitare due volte prima di lasciare la camera mortuaria: il primo conato lo travolge che non ha nemmeno cominciato a inseguire il tracciato dei lividi e dei morsi che, dall’ansa generosa dei fianchi, percorre l’addome di Sharon come un’infiorescenza violacea.
Il secondo arriva quando scopre fin dove si sono spinti i segni della violenza.



12 Ottobre 2516,
Almost Home (Sickbay).
Interno notte.


Il proiettile d’estasi liquida che gli affonda nel cervello dilata i raggi della lampada scialitica come lo zampillare di una fontana di luce. L’insofferenza si squaglia e i muscoli perdono la presa sulle ossa, diluendosi in una pace molle senza il bisogno di correre, di sfinirsi, di prendere a pugni le pareti per liberare la tensione spasmodica di carni plasmate nella rivolta.
Il piano rigido del lettino operatorio sembra ingoiarselo come fango caldo, quando si sdraia e lascia colare verso il pavimento le dita appesantite dall’hypospray, svuotandosi il cervello nel lampo abbacinante di piacere sintetico che lo trascina alla deriva, soffocando il martellare della coscienza.



29 Aprile 2505,
Bullfinch (Amarillo).
Interno giorno.


Mitchell lo trova strafatto, seduto sulle assi di legno del salotto affettato dalle ombre lunghe dell’alba, che fissa il divano con l’aria vacua e assieme concentrata di chi stava cercando la forza di tirarsi in piedi quando ha perso il filo del discorso coi propri muscoli.

"’The hell have you been."

Abbandona il fucile al fondo delle scale e gli si accoscia davanti per ingoiarsene l’attenzione fragile, seduto sui talloni scalzi, coi jeans infilati di fretta e la tshirt sgualcita ancora impregnata di sonno. Nina dorme da qualche parte, al piano di sopra, stremata dalle lacrime. Marshall tira su dal naso rumorosamente, strizzando un occhio nella contrazione sfastidiata, incerta, dello zigomo affilato; come se la faccia di suo fratello mandasse barbagli di una luce insostenibile.

“Marsh. Hey.“

Mitchell digrigna i denti e gli molla uno schiaffo ruvido, che lo costringe a sbattere le ciglia e sgranare le palpebre per rimetterne a fuoco l’apprensione nervosa. Scolla una mano da terra e se ne strofina il dorso contro il muso ispido: nei suoi vestiti è intessuto un odore rancido di bile che strozza le budella di Mitchell e gli spinge su per la gola il contenuto nullo del proprio stomaco. Lo tiene giù a fatica, arpionando la mandibola lenta del fratello con cinque dita spesse. Marshall scrolla confusamente la testa, sfuggendo alla morsa dei polpastrelli callosi per accennare a rimettersi in piedi; i muscoli intorpiditi gli si tendono nella carne come corde, ma cedono rovinosamente nell’arco di un sussulto scomposto.
"I think I just did s'mthin’."
Mitchell scivola sulle ginocchia con un tonfo pesante di ossa e legno, allungando le mani per serrare le tempie del fratello nel palmo spazioso e raccogliere lo smarrimento dei suoi occhi vuoti, la consistenza sporca e umidiccia dei capelli bruni stravolti.
"Everythin’ he did to her … Every. Fucking. Thing."
Marshall si confessa lentamente, accalcando un mormorio sconnesso dietro l’altro.
"… I did it back to him."

– quello che sente infila sotto la pelle d’oca di Mitchell una disperazione fonda, inchiodandogli la nausea sotto lo sterno e, nelle nocche, il desiderio di colpire la smorfia disorientata di Marshall fino a spappolargliela.

"I told you to fucken’ leave it. I- …“
"… I know."
Mitchell lo rimette in piedi, infilandogli la testa sotto un braccio per trascinarlo verso il corridoio.
"Ti devi fare una doccia."


… Domare un essere umano è un’esperienza enorme.